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titolo: "Luna di miele"
collana blocknotes
autore: Nicola Gentile

ISBN 978-88-99021-73-3
€ 12,00 - pp.160 - ©2017 - In copertina, fotografia di Paolo Filighera.


Vecchio Nick è il titolo del primo racconto, scelto dalla lettura del Giovane Holden, ma è anche un modo e un vezzeggiativo per indicare un amico caro con cui si è trascorsa una vita insieme. Ed è allora la storia di questo amico che, in una città di provincia senza nome, affronta l'esistenza in tutte le sue fasi, dall'adolescenza all'anzianità, passando per un matrimonio finito male, un secondo matrimonio e la contemporanea riflessione sui sistemi massimi della morale, della politica, del senso della vita.

(continua)

 

 
 


(segue)

Luna di Miele, il racconto che dà il titolo al libro, è invece la storia di una giovane coppia in viaggio di nozze a Parigi, con episodi che sono scanditi dai singoli giorni: primo giorno, secondo giorno, terzo giorno... Durante la settimana di vacanza la coppia vive varie esperienze e impara a conoscersi sullo sfondo della città simbolo di romanticismo e poesia...


 
 


Brano tratto da: "Vecchio Nick":

Daniela. L’ho incontrata il giorno dell’esame di Stato.
Mancavano due persone prima della mia chiamata ed ero uscito un attimo, cercando di distrarmi.
L’istituto Calvino era in periferia. Dal piazzale antistante l’edificio s’intravedevano le colline, un altro mondo, senza commissioni di esami.
Lo scritto l’avevo superato, mancava l’orale. Come prima materia avevo scelto latino, come seconda, matematica.
Sul piazzale si vedevano facce di tutti i tipi. C’era qualcuno che fumava, qualcun altro che faceva battute e assieme ad altri scoppiava in risate nervose ed io ero lì, che mi accendevo una Marlboro.
Proprio mentre stavo per accendere, si avvicinò Daniela.
C’eravamo conosciuti durante le lezioni di educazione fisica. Consistevano in una partita di calcio, in un campo vicino alla scuola. Chi non partecipava all’incontro poteva assistere liberamente e fare il tifo, oppure ciondolare nei paraggi, se voleva.
L’ora di educazione fisica si faceva con un’altra classe dello stesso anno, per cui quell’anno erano la 5ª b e la 5ª c.
Daniela frequentava la 5ªc. Durante quelle mattinate avevamo fatto conoscenza.
Non era bella, non la classica donna per la quale gli uomini andavano matti, era un po’ pienotta, non si truccava e vestiva in modo sobrio. In compenso, era schietta.
Quando non giocavo a pallone, parlavo con lei un po’ di tutto. Con lei mi sentivo a mio agio, non avevo l’ansia di conquistarla, non la vedevo come una mia possibile compagna. Non mi attraeva fisicamente, al contrario di altre che mi facevano girare la testa, ma che neanche mi calcolavano. E poi era lei che veniva da me, senza che la chiamassi o facessi qualcosa per attirare la sua attenzione.
Tuttavia, ripeto, non mi dispiaceva e, come persona, mi piaceva.
Daniela si avvicinò e, fumando con me, mi rincuorò, dicendo di non preoccuparmi, che ero bravo e che ce l’avrei fatta.
«Certo, puoi impappinarti. Quello che ti domandano è quello che hai fatto durante l’anno e che è scritto sui libri di testo. Mica altro. Mica porti Tacito e ti chiedono Eraclito. È su quello che porti che t’interrogano e non sono degli avvoltoi. Sembrano comprensivi. Accondiscendenti. Cordiali. L’unico nervoso mi sembra il membro interno della commissione, il professor De Vitis».
Si avvicinò, appoggiò la testa sul mio petto e mi diede un bacio.
«Sarò dietro di te» aggiunse, «a seguirti e stasera festeggeremo».
L’esame andò bene. Anche se era seduta a pochi metri da me, durante l’interrogazione, mi sembrò di essere proiettato come in un film. Le risposte mi venivano da sole e, per quanto i professori cercassero di fare battute e sdrammatizzare, quell’ironia non la capivo.
Trascorremmo la sera in pizzeria, bevemmo delle birre.
L’anno scolastico era terminato e, con esso, il corso degli studi superiori.
Non intendevo andare all’università, quindi sapevo che, dopo la pausa estiva, avrei cercato un lavoro.
Lo stesso fece Daniela, con cui trascorrevo sempre più tempo, affezionandoci di più l’uno all’altra.
Daniela mi amava.
Mi amava di un amore naturale.
A lei andava bene tutto di me. Con lei non dovevo litigare o costringerla a fare qualcosa.
Quello che andava bene a me andava bene anche a lei e, quando avevo bisogno di lei, della sua presenza, c’era. Mi amava.
Quando le manifestavo i miei dubbi sul futuro, sulla vita, lei mi guardava, mi sorrideva e diceva: «Andrà tutto bene, vedrai».
Daniela era diventata, a poco a poco, la mia compagna. Facevamo coppia fissa e il suo aspetto non m’interessava più.
Il suo carattere, il suo atteggiamento, il suo modo di parlare, di rispondere, di ascoltarmi, la sua sorprendente saggezza mi avevano conquistato.
Passarono gli anni e il liceo divenne un ricordo.
Al contrario, l’ufficio acquisti della Tnt era diventato la mia nuova classe.
Mi occupavo di controllare le giacenze del magazzino e di stilare gli ordini di acquisto, per avere un buon livello di approvvigionamento.
Trovai quel lavoro grazie a mio zio, che era capo reparto e, con un po’ di aiuto, pur non avendo studiato economia aziendale, m’impratichii.
Nel mio stesso ufficio, lavorava Eleonora, bellissima, di ventisette anni, un carattere dolce e cordiale.
Trascorrevamo otto ore insieme.
Lei si occupava delle vendite, io degli acquisti.
Fu in un mattino di pioggia, che accadde l’imprevisto.
Stavo andando al lavoro, quando la vidi ferma sulla tangenziale, con l’auto in panne, sul lato della strada.
Mi fermai. Entrando velocemente nella mia, raccontò che era un catorcio, che l’aveva comprata da poco e che aveva problemi a partire con il freddo e, in questo caso, a continuare.
Aveva chiamato il carroattrezzi dell’Aci, che da lì a un quarto d’ora arrivò, caricò l’auto e l’autista le fece firmare un modulo.
Mentre andavamo verso l’ufficio, disse: «A volte le cose che ci sembrano senza senso ne hanno uno».
Scrollando la testa, tirando indietro i capelli neri, legandoli a mo’ di coda con un elastico colorato e guardando verso di me arrendevole e seducente, disse: «Per esempio, sei passato tu…»
«Sono fidanzato, lo sai, siamo colleghi».
La pioggia cadeva sul parabrezza e la visuale era limitata: era un acquazzone bestiale e si andava a trenta all’ora, in coda, uno dietro l’altro, tutte le auto sulla tangenziale, uno speaker alla radio leggeva l’oroscopo della giornata.
Da quella volta, vedendoci in ufficio ogni giorno, ci lasciavamo andare tra matite e fatture, bolle di accompagnamento e gomme per cancellare e, se squillava il telefono, partiva la segreteria.
Anche Eleonora era fidanzata ufficialmente con un tenente dell’aeronautica, il quale era provvisoriamente in missione di pace all’estero.
Nella pausa pranzo, tornavamo sull’argomento del nostro rapporto, le domandavo cosa fosse per lei la fedeltà. Rispondeva in modo evasivo.
Daniela era all’oscuro di quanto stava accadendo.
Quando la sera, in pizzeria, insieme agli amici, mi vedeva con l’aria distratta, mi domandava che cosa avevo, che cosa c’era che non andava, diceva che ero diverso.
Rispondevo che non era nulla, era stanchezza e che mi sarebbe passata.
Una domenica, tornando dallo stadio, la trovai sotto casa.
Era appoggiata con la schiena contro il marmo della facciata del condominio, aveva la faccia scura.
Mi afferrò per il colletto del giubbotto.
«Mi tradisci, cosa credi, che sia scema?!»
Non gridava. Scandiva bene le parole.
Mi prese per il colletto e, guardandomi con rabbia negli occhi, mentre mi vergognavo imbarazzato, visto che eravamo sotto casa e che, ogni tanto, arrivava un condomino che faceva finta di niente, disse: «Se scopro chi è, la sfracello! A te ti castro!»
Se ne andò, voltando le spalle, salendo in auto, sbattendo la portiera, facendomi segno col dito medio verso l’alto e partendo, sgommando.
Il giorno dopo, presi le ferie e non risposi alle telefonate di Eleonora.
Presi l’auto e andai in un agriturismo. Passeggiai per un sentiero di montagna per tutta la mattina e per tutto il pomeriggio, portando con me, in uno zaino, le sigarette e la bottiglia dell’acqua. Lasciai il cellulare a casa.
Dentro di me, avevo un conflitto terribile. Non sapevo che fare.

(...)


 
 

Nicola Gentile vive a Bologna.
Ha scritto di poesia e di narrativa.

Questo è il suo primo libro.