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leggi l'intervista di Cristina Blanca a Ignazio Grumara, pubblicata su LEGGERE:TUTTI di luglio/agosto 2010

 

titolo: "LETTERE SOTTO LA PELLE" (seconda edizione ampliata e integrata)
collana temalibero
autore Ignazio Grumara (prefazione di Francesca Boari)
ISBN 978-88- 95106-66-3
€ 14,00 - pp.350 - © 2010


Alla morte del padre, un medico di mezza età, ormai libero e quasi solo, si sorprende che il suo lutto sia come invaso dai ricordi passionali
di quasi cinque anni prima. È
allora costretto a rivedere lettere ed appunti scritti convulsamente in meno di due mesi, poi dimenticati e ripresi per il succedersi
di molte altre vicende (anche lavorative).
Non riesce ancora a ritrovarne il significato, neppure tra le pieghe dell'esistenza successiva, per molti versi tempestosa ma sempre più opaca
senza certe ineffabili emozioni.
L'unico filo conduttore è, invece, quello con l'attualità, scoprendo serenamente che i medesimi
valori di allora hanno resistito
alle prove più amare,
coincidendo con quelli paterni.



 
 
 

dalla Prefazione di Francesca Boari

Ho letto il romanzo, opera prima, di Ignazio Grumara, nome d’arte, con sincero interesse e intensa partecipazione.
Premesso che la ricerca disperata e disperante dell'altra parte di noi spesso ci tiene in bilico tra salute e malattia e ci illude nella speranza, illusione di un senso, si può già anticipare che il protagonista di questa storia sembra sempre di una lucidità allarmante, caratterizzato da una profonda conoscenza di sé, sia per quanto concerne i pregi sia i difetti. Una lucidità e una sicurezza che si traducono anche in uno stile letterario perfettamente controllato e preciso. Un modo di narrare sicuramente classico ma altrettanto efficace ed idoneo ad avvicinare il lettore al soggetto narrante, Giorgio.
Talvolta viene da pensare agli alter ego di Woody Allen, queste figure che almeno all'apparenza sembrano raccogliere tutto quello che noi non siamo e vorremmo disperatamente essere.
Alla dipartita del padre un uomo sente di dovere entrare in un passato, neppure troppo remoto e solo apparentemente velato, chiuso nel famoso cassetto in cui ognuno di noi vorrebbe nascondere per sempre, in modo quasi risolutorio, la propria intimità.
Ecco quindi il protagonista della vicenda immergersi nei fogli che raccolgono le vicende iniziate cinque anni prima per evitare, da una parte, la rielaborazione di un lutto forse troppo doloroso, dall'altra, per cercare di rimettere ordine e recuperare quella vitalità che ogni scomparsa di chi si ama mette a rischio.
E' questo l'esordio di "Lettere sotto la pelle". Cinquantadue anni, "barba mazziniana orgogliosamente portata da quasi trent'anni", scapolo, primario medico da quasi tredici, in attesa della pensione, senza più motivazioni rispetto alla vita ospedaliera e con uno sguardo piuttosto cinico sugli altri e sul mondo.
Convinto di avere raggiunto una discreta stabilità nelle scelte esistenziali e sentendo sempre viva la propria sessualità, non rinuncia a destinare l'autenticità a quanto se lo merita davvero nell'infinita sfera delle nostre possibilità: l'amore per l'arte, dunque, la letteratura, la musica, i viaggi, sempre cornici di avventure sentimentali forti e movimentate.
E' così che ci si trova ad attraversare la parte più passionale della sua vita, la più recente, almeno, attraverso la lettura di lettere e appunti scritti talvolta con frenesia, urgenza, in modo quasi compulsivo e non sempre inviati a destinazione. E non solo, non mancano diverse occasioni di approfondimento che chiariscono al lettore la vera natura del protagonista, che sembra togliersi delicatamente un velo alla volta fino a dipingersi in tutta la sua assoluta autenticità: come affronta le relazioni con il mondo, come si senta sempre incluso in un disegno universale, pur rimarcando ogni volta la propria individualità, originalità, e in certi momenti volutamente estraniandosi per trovare conforto nelle sue ossessioni e personalissime peculiarità caratteriali.
Un uomo capace di comprendere, attraverso l'arte della dissimulazione, la più efficace arma di cui disponiamo, e l'ironia, le proprie discese che non necessariamente vanno lette come cadute. Anzi, direi addirittura sorprendente la capacità, dopo una rabbia che si consuma prevalentemente attraverso l'uso della parola, sempre arricchita e sorretta dalla cultura che Giorgio ostenta, mai senza una giusta dose di orgoglio, di rimettersi in gioco magari seguendo sempre la stessa modalità, come se l'esperienza precedente non gli avesse insegnato le difese. E a proposito di ciò, viene quasi da dire che le difese Giorgio probabilmente le fugge, perché ama vivere comunque ogni situazione senza riserve, dai rapporti affettivi a quelli passionali, all'impegno nel lavoro e all'interesse spontaneo per la letteratura e la politica ( nel senso etimologico del termine). Perché quello che più sembra premergli è "condurre quel tipo di bella vita, persuaso che non si debba rimandare a domani ciò che si può godere oggi".
La capacità di accettare, e direi quasi rimuovere i fallimenti sentimentali gli viene di continuo restituita, in questo onesto viaggio, proprio dalla sincerità di uno specchio in cui tutto sembra mostrarsi senza pudore: coraggio e debolezza allo stesso tempo, virilità e ingenuità, razionalità e passionalità.
Del resto, quello che muove Giorgio, che ispira le sue azioni nel quotidiano, non può non scontrarsi di continuo con la realtà dell'altro, specie quando è compromesso dalla componente razionale sempre pronta a vigilare e spesso ad interrompere processi complicati e problematici quando rischiano di schiacciarci.
Il cuore di Giorgio è un cuore che si lascia facilmente trafiggere, fino a quando il siero dell'innamoramento non viene filtrato, miscelato dall'uso della parola, spesso anche colta, elaborata, supportata da una cultura profonda, comunicativa e sempre nel luogo e nel momento giusto, che avendo come pretesa quella di circoscrivere il reale dentro il possibile e il realizzabile, finisce con il riportare il protagonista a se stesso e, quindi, ad una maggiore accettazione dell'inevitabile, non prima di avere riposto nel possibile tutto se stesso e la sua incredibile capacità di immaginare le relazioni, piuttosto che viverle.
Un "gentiluomo d'altri tempi", insomma, capace di trasmettere in chi lo incrocia una nuova vitalità, quella stessa vitalità che Giorgio cerca per se stesso attraverso una profondità spirituale ed una ricchezza culturale che si lasciano dolcemente condurre in "turbinio di sensazioni eccitanti" e contagiose anche per il lettore più passivo e distaccato.
Lo stesso uomo che non esita a mostrare tutta la propria fragilità emotiva quando si sentirà messo alle strette con l'orgoglio calpestato dall'indecisione di chi ama con tutto il trasporto possibile. Ed è proprio a questo punto della scrittura che percepiamo il ruolo della lettera come strumento terapeutico, catartico, liberatorio. Dalle lettere, infatti, emerge tutta la problematicità di Giorgio, il bisogno che diviene quasi urgenza di una condivisione piena del suo vissuto, dei suoi successi, fallimenti, rapporti sempre strategicamente interrotti. A volte, sembrerebbe trattarsi quasi di una richiesta di aiuto, se non fosse che a rispondere e ad arrivare in soccorso è quasi sempre lo stesso Giorgio, e ciò proprio quando dall'altra parte sembra ritornare solo il silenzio, l'incomprensione e nella peggiore delle ipotesi un semplice egoismo.
Si potrebbe aggiungere che Giorgio scrive a se stesso, perché da sempre ha deciso che per arrivare dove si crede sia necessaria una determinazione che mette tra parentesi il resto del mondo. Un mondo che Giorgio abita certo in prima persona, credendo di poterne restare ai margini senza subirne gli inganni e qualche volta creando lui stesso le trappole entro le quali cadere per capire se sia poi possibile risalire. E il finale non lascia spazio al dubbio rispetto a quanto la lettura di queste lettere abbia smosso in lui. Non ci si trova dinnanzi ad una irreparabile nostalgia, e nemmeno davanti a delusioni impreviste o imprevedibili. Semplicemente ad un uomo, in tutta la sua completezza, pur sempre solo accompagnato dal ricordo di quanto è rimasto irrimediabilmente insoluto, che progetta, progetta ancora. Quasi a dire che la vita è sempre speranza e che la capacità di riempirla dei nostri sogni migliori, al di là del fatto che possano essere più o meno realizzabili, sembra essere l'unica possibilità di senso. E’ peraltro non poca cosa, se ci si ferma a pensare con attenzione a quante attese proiettate su situazioni reali rischino di portarci al naufragio.
E’ questo un romanzo incalzante, vivido, intenso, scritto in modo chiaro e incisivo, in cui il lettore si lascia volentieri trascinare senza opporre resistenza, riconoscendo nelle ossessioni, paure, passioni del protagonista, nel suo ostinato e poetico attaccamento alla vita, al di là del bene e del male, le proprie, riuscendo quindi alla fine a trarne giovamento. Come una sorta di scrittura liberatoria, in un viaggio dentro una verità molto umana, troppo umana per non essere universalmente recepita.


 

AL LETTORE

Ignazio Grumara, sessantenne celibe e libero professionista, è ritornato a vivere in una bella città padana, terminate lunghe peregrinazioni per l'Italia settentrionale durante gli studi, la carriera pubblica ed anche dopo.
Presenta, con uno pseudonimo, quest'opera prima: soltanto fantasticata in gioventù ed ora frutto dell'esperienza, come si nota dalla varietà di temi, tempi e soggetti: esposti con uno stile (augurabilmente) fluido.
Il romanzo di un decennio passionale, inizialmente sospeso tra sogno e realtà, si focalizza su cinque indimenticabili ritratti femminili e sull’epistolario del protagonista; ma i chiaroscuri della vita “e l’alterna onnipotenza delle umane sorti” investono con forza anche il suo lavoro, i personaggi apparentemente minori e i valori della società odierna.
Tra figure e sfondo, trame palesi ed occulte, sceglierà quindi il lettore: senza fermarsi alla prima impressione, per capire una storia in cui “tout se tient”.

L'AUTORE