i quaderni di Cico
 
 

 

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titolo: "La strategia del gatto"
collana
i quaderni di Cico
autore: Maria Strianese
ISBN 978-88-99021-69-6
€ 13,00 - pp.152 - © 2017
In copertina, illustrazione originale di Ilaria Grimaldi.


La protagonista della storia è Anna, una donna di quarant'anni, ovviamente stressata, ma non in carriera, assediata dalla normalità, schiacciata tra un lavoro modesto, come segretaria tuttofare in una fabbrica di cioccolato, e i prepotenti bisogni di marito, mamma, nipoti.

(continua)


 


(segue)

A causa di un incidente, dopo anni di superlavoro, si ritrova
a casa, costretta al riposo, mangiando cioccolata e meditando sugli acari. La depressione è a portata di mano. Anna scivola inesorabilmente nell’abisso della noia e, a sorpresa, scopre che le piace. Il tedio l’attira, l’indolenza la seduce, l’ozio la rende totalmente felice. Parenti e amici cercano di riportarla all’efficienza, il capufficio la emargina, Anna si gode il dolce far niente, finché arriva un gatto.
Nuvola è un gattino bianco, dolce e remissivo, che nel giro di pochi giorni si trasforma in Mercalli, un gattino determinato, indipendente, tenace, da cui Anna impara un’efficace strategia per non continuare a subire, senza però sopraffare...




Sul n° 45, di ottobre 2017, della rivista Confidenze,
a proposito della Fiera "Ricomincio dai libri",
si scrive anche de "La strategia del gatto",
clicca qui e leggi
...

 
 

Brano tratto da "La strategia del gatto".

Mangiavo sempre un cioccolatino alle undici. Lo faccio ancora. È l’unica abitudine che non ho cambiato.
Ero a casa da qualche giorno. Infortunio sul lavoro. Come puoi avere un incidente quando passi la giornata seduta a una scrivania! Questo era stato il commento della famiglia al fatto. Io però ci ero riuscita: a inciampare nel cavo del computer e a precipitare sul pavimento e rompermi un braccio, il sinistro.
Avevo già compiuto quarantadue anni. Ero sposata da undici con un bancario. Non avevamo figli. Lavoravo, allora, come impiegata tuttofare in una fabbrica di “cioccolatini nudi, torroni, praline, uova pasquali, frutti di mare e pesci d’aprile”. Nei corridoi c’era sempre un buon odore di cacao. Dalla finestra dell’ufficio si vedeva una pianta di rose arrampicata al muro del cortile. Andava tutto bene, nessuno l’avrebbe immaginato.
Il pomeriggio, lasciato l’ufficio, facevo qualche commissione, portavo la spesa alla mamma, povera mamma, che viveva da sola; passavo a prendere i miei nipotini in piscina, tanto era di strada e mio fratello aveva sempre da fare; tornavo a casa, preparavo la cena e, mentre aspettavo mio marito, scambiavo qualche parola, al telefono, con la mia amica del cuore. Era una vita tranquilla, quella di allora, senza imprevisti. Il venerdì venivano a trovarmi i miei nipotini e preparavo una torta. Cominciate ad annoiarvi? Volete già abbandonarmi? Coraggio!
Il sabato non andavo in ufficio perciò pulivo la casa, stiravo le camicie, sturavo il lavello, sbloccavo la tapparella, riparavo la maniglia. La domenica andavo a pranzo dalla suocera, o dalla mamma, a domeniche alterne. Poi ci fu l’incidente. E la mia vita cambiò, in modo singolare. Ma per capire come devo raccontare molte altre cose.
Ero a casa, in quei giorni, con il braccio sinistro rotto e mi davo da fare con il braccio destro. Quell’infortunio era un’ottima occasione per rimettermi in pari con: pulizie, bucato, cambio di stagione, rammendo calzini. Come ogni donna che lavora, cioè che lavora fuori casa e non solo dentro, avevo la faccenda arretrata cronica: in ogni stagione montagnole di panni sporchi traboccavano dal cestone, di cui da anni non vedevo più il fondo; montagnole di panni da stirare sovrastavano la poltrona in camera da letto, in una periodica transumanza da una montagnola all’altra, senza che mai, la biancheria, riuscisse a raggiungere la pace di un cassetto.
Avrei potuto anche pulire i vetri e il frigorifero e il carrello della frutta, con il braccio destro incolume, bastava organizzarsi. L’organizzazione era il mio forte! L’unica cosa veramente complicata da fare con un braccio solo era rammendare i buchi nei calzini.
Passerà presto, vedrai, mi diceva mio marito. Invece una mattina inciampai nel secchio e caddi, battendo il ginocchio, quello destro. Rimasi a terra non tanto per il dolore al ginocchio, quanto per lo sconforto. Insomma, mi sentivo più scema che triste. Guardavo il soffitto sopra di me, lontano, bianco, tremolante, attraverso il velo delle lacrime, e mi sembrava il cielo di un altro pianeta. Mio marito mi trovò ancora stesa là, come se il pavimento fosse una spiaggia e il lampadario fosse il sole. “Sì, sono caduta, di nuovo!”
Il medico di turno al pronto soccorso, chissà, forse mi riconobbe e, mentre mi medicava, commentò:
- Avevo un gatto che ogni due e tre cadeva dal balcone, giù, dal secondo piano. Non si faceva niente, ma ci rimaneva male, il fesso, però mica se lo ricordava che non era per lui camminare sulla ringhiera, e giù un’altra volta, finché un bel giorno ha infilato le scale e non l’ho visto più.
Il ginocchio non era rotto, però dovevo rimanere a riposo per qualche tempo, a letto o in poltrona. Ferma. Obbedii.
Di solito ero io ad alzarmi per prima, la mattina. Ora mio marito mi dava un bacio al volo, mentre ero ancora a letto, e correva via dicendo:
- Stai bene? non ti stancare, ti chiamo.
- Sì, ma ho fatto uno strano sogno…
Così restavo sola, senza niente da lavare, pulire, ordinare. Non ero una maniaca delle pulizie, ma qualcuno doveva pur farle. Come avremmo potuto andare avanti? Saremmo finiti seppelliti dalla sporcizia, soffocati dagli acari…
E la mamma? Come avrebbe fatto senza di me? era anziana, vedova da tanti anni, aveva le sue abitudini, anche le sue manie, però mi voleva bene e aveva bisogno del mio aiuto. I nipotini avrebbero perso la danza e la piscina. Mio fratello non aveva tempo per accompagnarli e sua moglie era tanto stressata. Il capo, poi, era disperato per il mio infortunio. E mio marito non era capace neppure di cucinare un uovo, e quando comprava il latte dimenticava il pane e viceversa. Continuavano a venirmi in mente motivi di sconforto. Alle condizione del braccio e del ginocchio non ci pensavo.
Seduta in poltrona cercavo bottoni da attaccare e orli da rifare, ma non ne avevo abbastanza neppure per un braccio solo. Finivo a guardare la televisione, sfogliavo una rivista, mi annoiavo e mangiavo cioccolata. Nelle riviste le donne erano tutte giovani e belle, mai una ruga, mai un po’ di pancia. In televisione erano tutte giovani e belle, mai un paio di occhiali, un capello bianco, o una faccia giù di morale, e tutte indaffarate. Era una finzione, lo sapevo, frutto dell’abile arte di truccatori, fotografi e chissà chi…
Il mondo è fatto così, è pieno di promesse: cuscini ergonomici, padelle antiaderenti, creme antirughe che, dopo un mese, si afflosciano, si bruciano, ti guardano dallo specchio per dirti: quanto sei scema!
Nella tarda mattinata arrivava la mamma. Ormai usciva solo per le grandi occasioni, matrimoni e funerali, per me stava facendo un’eccezione, con grande sacrificio, ma non proprio in silenzio. Si toglieva la giacca, sospirando:
- Come sta la mia bambina sfortunata?
- Bene, mamma.
- Ma che bene! Con una frattura al braccio e pure al ginocchio. Ti fa male?
- No… però ho fatto uno strano sogno…
- Io ho un dolore nella spalla, non posso alzare il braccio più di così; e le ginocchia! ormai non posso più salire le scale.
- Mi dispiace!
- Sei stata fortunata a non romperti la testa, eppure io te l’ho sempre detto di non metterti le scarpe coi tacchi.
- Ma io non…
- Voi donne moderne, volete essere sempre affascinanti! ai miei tempi dovevo mettere il rossetto di nascosto, una volta dimenticai di toglierlo prima di tornare a casa e mio padre mi inseguì col bastone, e neppure le calze mi faceva mettere, ho portato i calzini bianchi fino al giorno del matrimonio, e oggi vedi solo ragazzine truccate con la pancia da fuori, l’orecchino al naso e i capelli verdi, se ne accorgeranno poi, quando gli verrà l’artrosi, con tutte le correnti d’aria che prendono alla schiena.
- Hai ragione, mamma.
- Tuo fratello ti manda i saluti, ha chiesto a me come stavi, appena può ti viene a trovare.
- Va bene, mamma.
- Andrà tutto a posto, sei giovane.
La mamma mi preparava il brodo vegetale, perché ero malata, anche se io avrei mangiato un chilo di cannelloni, due chili di arrosto e una torta caprese da tre chili. Mangiavamo insieme, io con un orecchio al telegiornale nazionale e un orecchio al “mammagiornale” del quartiere:
- … perché lui se la intende con la vigilessa, quella bionda, uno scandalo… perciò la moglie se lo tiene in casa, ma non gli fa mai trovare la cena pronta… e sapessi la puzza, non lava mai e c’ha pure il cane… va a buttare le bottiglie di birra vuote la sera tardi, per non farsi vedere…
Poi la mamma se ne andava, dopo avermi dato le ultime raccomandazioni, “stai attenta alle correnti d’aria”, e io potevo finalmente riposare.
Mi stendevo sul letto, mangiavo un altro pezzetto di cioccolata e aspettavo la telefonata di mio marito. “Sì sto bene. La mamma è venuta. Ho mangiato il brodo. Però ho fatto un sogno così stran… sì, certo, portami i cioccolatini. Un bacio.”
Aspettavo un altro po’, gli occhi si chiudevano, squillava il telefono: la mia amica del cuore mi telefonava ogni pomeriggio, puntuale, sempre mentre facevo la pennichella; sempre per parlarmi del suo ultimo fantastico ragazzo, appena conosciuto (tenero, affettuoso, romantico) o appena piantato (insulso, maschilista, bastardo).
- Forse stavi riposando? Ti disturbo?
- No, dormo poco, eppure ho fatto un sogno così strano…
- La mia vita è tutta un incubo.
- Non preoccuparti. Sfogati pure.
Nel pomeriggio accendevo di nuovo il televisore, saltellavo fra i canali, quiz, animali, ricette, quiz, animali, ricette, gente che litiga. Non conoscevo le risposte alle domande dei quiz. Le tigri in corsa nella savana mi davano ai nervi, le scimmie saltellanti sui rami mi scocciavano, e invidiavo persino i coleotteri, perché tutti avevano un gran da fare, mentre io non potevo neppure provare una nuova ricetta. Mi fermavo per un po’ ad ascoltare le storie tristi di quelle donne normali sparite all’improvviso, lasciando mariti, figli e amici a lanciare appelli nei programmi del mattino e della sera. Sparire così, senza un saluto, non sono cose da fare, però mi pareva di capirle. Io non l’avrei mai fatto, anche se in quei giorni... Mi annoiavo! Vi annoiate? Perseverate e avrete una bella sorpresa.
Per il momento stavo ancora seduta sul letto, cercando invano di grattarmi il polso con una forchetta infilata nell’ingessatura, mentre milioni di acari ridevano di me, e colonizzavano irrimediabilmente il mio materasso, e partivano per gite sullo scendiletto, e progettavano la seconda casa sul pavimento, sotto al letto, su cui ormai la polvere stratificava e si aggregava in mostruosi nippoli. (Se non sapete che cosa sono i nippoli date un occhiata sotto al letto perché non ho trovato un’altra parola).
Era mio marito in quel periodo a fare la spesa. Tornava a casa con la busta del supermercato e un’aria spossata da combattente di ritorno dal campo di battaglia. Marito eroico, riottoso, afflitto, strisciava i piedi, apriva le braccia, negli occhi un’ombra, seria come un rimprovero. Poi, però, mi baciava. È un bell’uomo, mio marito, almeno per me: alto, occhi verdi, ormai pochi capelli, ma ancora scuri e riccioluti. Mi salutava sempre con un bacio e mi chiedeva:
- Come è andata oggi? come ti senti? ti fa male il braccio?
- Oggi meno.
- Ma sei pallida, hai mal di testa?
- No, io non ho mai mal di testa, lo sai. Sto bene.
- Sei fortunata a potertene stare comodamente a casa.
- Sì, però mi annoio a stare da sola tutta la giornata. Pensa che ho fatto un sogno talmente curioso… Non potresti rimanere a casa stasera?
- Hai ragione, ma la mamma ci rimarrebbe male… se me lo dicevi prima. Quando torno ti porto una sorpresa.
Mi diede un bacio e se ne andò, a cena da sua madre.
Mio marito andava a giocare a tennis con Pasquale il martedì sera (ci vuole un po’ di moto); a cena dalla mamma il giovedì (era vedova e sola); al circolo degli universitari il venerdì (bisogna allenare anche la mente); il sabato spariva già dalla mattina, per vaghe commissioni, e io rimanevo a casa, ma di solito avevo sempre tante cose da fare e neppure mi accorgevo di essere sola. D’altronde nelle sere in cui rimaneva in casa, mio marito si rinserrava nello studiolo, davanti al computer, mentre io continuavo a sfaccendare per casa o mi addormentavo davanti al televisore. Adesso, invece…
Successe proprio quel giovedì sera. Piano piano strisciai fino al soggiorno, appoggiandomi al muro del corridoio, tanto per fare qualcosa, mi sedetti in poltrona e rimasi a guardare le foglie avvizzite della pianta senza nome. Avrei dovuto annaffiarla, povera pianta! Ma non ne avevo voglia. Mi sentivo sempre più pesante e floscia, come un strofinaccio usato. La noia mi avvolgeva.
La casa era silenziosa, quieta. Dalla cucina arrivava il ronzio del frigorifero, placido come il ronfare di un gatto. Le ombre calavano sulla stanza, dalla tenda del balcone filtrava appena un riverbero di luce rosata, eppure non stendevo la mano per accendere la lampada sul tavolino. Provavo una strana sensazione di mollezza, vuoto, torpore che mi attraeva sempre più eppure… mi sentivo bene. Mi annoiavo? Mi rilassavo, oziavo e MI PIACEVA.
Mio marito tornò che già dormivo e la mattina trovai sul comodino una scatola gigante di cioccolatini.
Quella mattina ebbi anche un’altra sorpresa: venne a trovarmi mia suocera, che non veniva da quando le si era otturato il WC, tre anni prima. E questa era la sua unica caratteristica positiva. Sicuramente mio marito le avevano parlato di me per tutta la sera. In pratica le raccontava tutti i fatti miei. Ero il loro argomento preferito. Infatti appena la incontravo la suocera mi diceva: ti è passato il raffreddore? hai fatto pace con la collega? si è tolta la macchia sul divano?
Aprii la porta e la suocera entrò, con una espressione afflitta che significava: “a me non sarebbe capitata mai una cosa del genere” e mi disse, con un certo disgusto:
- Come stai?
- Mi sento un po’ stanca.
- Se non fai niente! Hai mal di testa?
- No, io non ho mai mal di testa.
- Ti ci vorrebbe un figlio. Sei ancora giovane.
Poi arrivò la mamma. Rimasero a parlare fra loro di detersivi, punti del latte, persone sconosciute e dell’immoralità della televisione. Io continuavo a sorridere e ad annuire, come quei pupazzi di una volta, con la testa che dondolava su e giu. Mi sentivo come quando, da bambina, i miei mi portavano a visitare certi parenti, in una grande casa senza bambini, e io rimanevo tutto il tempo in salotto, seduta in mezzo ai discorsi degli adulti, con in mano una fetta di torta che mangiavo lentamente, perché se finiva non sapevo cosa altro fare… e ora non avevo nemmeno la torta! Sbadigliai. La noia di nuovo strisciava ai miei piedi, l’indolenza mi avviluppava, piacevole fiacca, suadente, sorprendente.
Fu allora che sentii un cigolio, credetemi, un gemito di legno esausto e le due sedie su cui erano sedute le due mamme cedettero, di schianto, all’unisono. Rimasero a terra a gambe larghe e rotte, le sedie; a gonne all’aria, le mamme. Si aiutarono a rialzarsi, controllando a vicenda la solidità delle rispettive ossa, mentre io le guardavo proprio a bocca aperta, troppo stupita per ridere. La mamma, giustamente, protestò:
- Non fanno più le sedie di una volta, tutta roba cinese, fatta giusto per rompersi, ai miei tempi don Filippo, il falegname…
Le mamme se ne andarono, indignate. Quando mio marito tornò era già stato informato da sua madre, ma mi fece ripetere decine di volte l’accaduto, mentre raccoglieva sbuffando i resti delle due stremate sedie, ancora sparsi nel soggiorno. Non erano vecchie, le sedie. Non avevano mai dato segno di debolezza. Non si erano fatte niente, le mamme. A mio marito dispiaceva per la mamma. A me dispiaceva di più per le eroiche sedie.
In quanto a quello strano sogno… avevo sognato che le vipere volanti avevano invaso la terra, mordevano le persone e le uccidevano. C’avevano pure la faccia, con certi denti e certi occhi! Ma quando tutto sembrava perduto intervennero i robot, immuni ai morsi velenosi con i loro corpi metallici e, nonostante fossero stati sempre sfruttati dagli uomini, trattati come schiavi, decisero di salvare l’umanità e abbatterono tutte le vipere a ceffoni.


(...)


 


Maria Strianese è nata e vive a Napoli.
Si dedica in prevalenza alla scrittura, organizza laboratori creativi, percorre l’Italia per diffondere la lettura fra i giovani e cura il blog: ilgattoarmonico.myblog.it.

Ha pubblicato vari libri per bambini: Giacomo il clown (Città Nuova, 1991); Bella, l’orsa che amava la libertà (Città Nuova, 1993); Il ragno volante (Raffaello, 2002); Alla ricerca dei colori perduti (Raffaello, 2009); L’altalena della felicità (Raffaello, 2013 - Premio Aquilone D’Oro; Premio Giovanni Arpino); Il domatore di libri (La Spiga, 2015).

Questo è il suo primo romanzo.

Chi desidera contattarla può scrivere a: librifelici@alice.it
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