i quaderni di Cico
 
 

 

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titolo:"Lo Studente (Zitto... a chi conosce il gioco)" -
Introduzione di Pino Imperatore
collana i quaderni di Cico
autore Sandro Luglio
ISBN 978-88-99021-42-9
- € 14,00 -
pp. 188 - ©2016 -
in copertina, foto per gentile concessione di Maurizio Santo e dell'Aereonautica Militare Italiana. Concept grafico di
Paul Trebo/Penthouse Perfection Graphic Design.


Oggi mi hanno convocato. Oggi tocca a me.
Non sarei mai venuto volontariamente. Ho sempre avuto difficoltà ad affrontare gli esami. Il mio grande concittadino diceva che non finiscono mai. Io non ne ho mai sostenuto alcuno... no, forse aveva ragione lui. Magari ne ho sostenuti così tanti che non me ne sono accorto.Ci chiamano per nome, uno alla volta. Come a scuola, come al militare, come quando facevano l’appello in carcere. Quando qualcuno ti chiama, non è mai un bel momento. Quando qualcuno ti chiama, spesso devi ubbidire. E questo non è buono...


 

 
 


... e di Sandro Luglio leggi anche
Mario, Don Mario. Conosco bene il mondo, sai… io non ho mai viaggiato

 

 

Il contrabbando era per molti di noi lavoro, stipendio, vita. Una città che si reggeva su un’attività parallela illegale. Nelle case, nei bassi, agli angoli delle strade, le donne vendevano sigarette. Gli uomini erano impegnati con i motoscafi, o nel trasporto delle bionde verso altre città. Oggi lo definiremmo un ammortizzatore sociale. Oltre centomila persone rappresentavano un esercito che traeva profitto da quella situazione, che ne ricavava un po’ di benessere.


- Che ci dovete fare? A che vi servono? Così senza letti, senza cucinino, senza prendisole, non capisco...
- Fratello, aggiungi il dieci percento al prezzo che stai pensando, tira fuori un prototipo in venti giorni, e vedrai che se vola sull’acqua, se ‘sto motoscafo va forte, ti faccio ricco! Parola di Sasà.
Volava, cazzo se volava. Tutto blu, scarichi con otturatori aperti, due motori Mercruiser americani a benzina: un proiettile!
Barche nude e veloci, come belle femmine, scattanti, con la pancia vuota, leggere.

 

 
 

 

Introduzione

Senza mezze misure

Salvatore di Gesù, per l’anagrafe. Sasà, per i conoscenti. Lo Studente, per gli amici.
Un uomo affascinante, intelligente, soprattutto furbo. Rapido di cervello, spregiudicato e pregiudicato. Un Robin Hood partenopeo guidato da un’idea fissa: la vita bisogna godersela, e per godersela servono soldi, tanti soldi, da spillare a quelli che ne hanno tanti, troppi. Ai potenti e ai corrotti. Alle mele marce del sistema.
Sasà studia, progetta, inventa e osa. I suoi piani, preparati nei minimi dettagli, sono accompagnati da una buona dose di fortuna e spavalderia.
Sasà raggira, truffa, imbroglia. Ruba ai riccastri e poi sperpera tutto in alberghi di lusso, località alla moda, negozi griffati. È generoso, si circonda di belle donne e di amici spassosi, è protagonista di colossali bevute, è rispettato e ricercato dai pezzi grossi della malavita. Non si pone limiti.
Il diagramma della sua esistenza ha alti e bassi. Ma lui non demorde mai; nemmeno il carcere riesce a fermarlo. Sasà è uno che non si perde d’animo. Sa rialzarsi e rimettersi in carreggiata, per puntare verso nuovi obiettivi e nuove prede. Il rischio è nel suo Dna. L’adrenalina gli dà la carica giusta in ogni occasione.
La sua storia individuale si intreccia con la storia di Napoli, con le complesse trasformazioni sociali e urbanistiche, non tutte positive, che la città ha attraversato nella seconda metà del Novecento. Ma i cambiamenti dei tempi non spaventano Sasà e non ne scalfiscono l’indole. Come un camaleonte, lui si adatta alle circostanze ed elabora piani ancora più ambiziosi e dirompenti.
Fino a quando non arriva la droga, che spariglia le carte e fa saltare il banco. Per un malavitoso vecchio stampo come lui, il traffico di sostanze stupefacenti diventa una partita molto grossa da giocare. E da accettare.
Fino a quando dagli Stati Uniti, dove vive Nelly, il grande amore della sua vita, non giungono notizie sconvolgenti...

“Lo Studente” è un romanzo avvincente, brillante e disperato. È una magnifica prova d’autore di Sandro Luglio, che conferma le sue scintillanti doti narrative. È una storia narrata in presa diretta, fitta di dialoghi ed episodi che trasportano il lettore nel cuore della trama. Senza mezze misure.
“Lo Studente” profuma di realtà. Quella vera, non quella edulcorata da perbenismi e conformismi politically correct.

Pino Imperatore


 

 

Brano tratto da "Lo Studente"

(...)

Ho studiato tante cose. La prima è stata come vivere.
Sono nato dove le strade si chiamano così per un eufemismo. Sono piccole, una dentro all’altra. S’incrociano. Dedali.
Le case sono una sull’altra. Se non sai dove sei, non puoi trovare la via per uscirne.
Da lì, io volevo uscire. Sin da piccolo. Mi piaceva quella grande famiglia che mi ha cresciuto. La mia era già numerosa di per sé. Si moltiplicava con quella dei vicini. Eravamo una grande famiglia.
Potevi mangiare nella casa accanto, al piano terra. Dormire dalla signora Anna, quella del ballatoio al terzo piano. Giocare con gli amici in strada.
Gli androni di quei palazzi storici, cadenti, tirati su dagli spagnoli, erano il teatro dei nostri giochi: semplici, e al tempo stesso antichi.
Chi ha inventato il sottomuro? E il nascondino? E le corse con i carruoccioli, giù per le strade ripide? Così passavamo gli anni dell’adolescenza. In maniera semplice, con pochi soldi e molto tempo libero.
A casa rientravo tardi, quando non era più possibile stare fuori. A volte, mentre gli altri dormivano, uscivo di nuovo.
Non c’era bisogno di allontanarsi molto, per vivere il mondo dei grandi. No. Tutto era lì vicino, condensato in quei vicoli. In quei palazzi abitati dalla più svariata umanità.
Scuola di vita.
Altro che scuola...
Per chi ha avuto la fortuna, dico la fortuna, di passare l’infanzia nei quartieri della mia città, l’esperienza accumulata non ha eguali al mondo.
Tutti i sensi all’erta. Sempre.
Dove sono nato, non puoi distrarti un attimo. Ascolti. Apprendi una bibbia di detti, di racconti che non puoi codificare. Che non sono scritti sui libri.
Che sono la storia popolare: la racchiudono, la condensano. Non esiste una scuola dove la si insegna. Quella scuola è lì, in strada. Cresci. Cresci così. Dando ascolto alle memorie del vicolo, ai detti, a quello che le esperienze delle persone ti trasmettono.
Ascolti musica.
In ogni basso, in ognuna di quelle case al piano terra, c’è una nenia, una musica che si diffonde, che vaga. Se sei stonato, in qualche modo canti. Se sei intonato, ti esibisci in maniera eccelsa.
Il canto lo ascolti dai venditori. Fruttivendoli, pescivendoli, robivecchi... tutti hanno un canto per attirare la clientela. Un richiamo. Un vocio che cresce in ogni luogo, in ogni strada.
Com’è possibile non amare la musica, quando sei nato in un posto così? La veneri.
E gli odori?
Dice che siamo tutti un po’ grassi. Ma noi attraverso il cibo comunichiamo. Parliamo attraverso il cibo. Vuoi bene a qualcuno? Gli regali qualcosa di particolare da mangiare. Qualcosa che hai cucinato personalmente, qualcosa che tua mamma ha fatto per te e di cui ti privi, per donarglielo. Per dirgli o dirle che l’ami.
I fritti.
Sono sempre impazzito per quell’odore di fritto che permeava il vicolo. Di fianco a noi c’era Gennarino, che sfornava di continuo pizze montanare, fritte in un olio che per anni mi è sembrato sempre lo stesso.
Siamo sopravvissuti tutti, nel vicolo. Nessuno è mai morto per le pizze di Gennarino. Anzi.
Bisognava procurarsi le lire per pagargliele, quelle pizze. Mica te le dava gratis!
Credo sia stato il cibo, la prima leva che mi ha spinto a guadagnare qualche soldo.
I bambini che crescono nei vicoli della mia città, capiscono subito quanto sia necessario procurarsi del denaro.
Sono diventato presto una piccola banca. Ho iniziato a moltiplicare i miei esigui capitali. Ero lesto di mano e intelligente nel cogliere le disattenzioni altrui. Le mie prime vittime le ho mietute al mercato rionale. Riuscivo sempre a sottrarre frutta e verdura dai banchi. I venditori si crogiolavano al sole per il passaggio di belle clienti o godevano nel servire qualche ricco signore. E io li punivo. Mi muovevo con destrezza. Nascondevo la refurtiva in una piccola portineria di legno, abbandonata, di un palazzo. Avevo scardinato un’anta e dentro vi avevo creato un nascondiglio.
Alle volte mi muovevo su ordinazione. Rifornivo la signora Titina, quella del primo piano, con fichi o fragole di cui era ghiotta. Credo immaginasse che fosse refurtiva.
Nel mio quartiere è prassi non fare domande.
Non tutti, nonostante amino molto parlare, sono contenti di confessare.
Silenzi. Silenzi complici.
Iniziavo a guadagnare qualcosa, con i miei piccoli furti.
Investivo i guadagni giocando a sottomuro. Ero un campione. Usavamo monete o tappi di bevande. Avevo sempre in tasca gli strumenti personali. Con quelli sfidavo gli amici e vincevo. Quei giochi fruttavano monete. Che investivo, che cercavo di moltiplicare.
Dopo un po’, mi sono specializzato nel gioco delle tre carte.
Mi bastava, tra i vicoli, un cartone come banco; e con Giovanni, un complice che alzava la posta a ogni scommessa, radunavo grandi folle.
Mi posizionavo nei pressi della funicolare alla fine della mia strada, dove i signori passavano per andare al lavoro. Con Giovanni e i miei trucchi riuscivo a portare a casa un bel po’ di lire.
Nessuno riusciva mai a individuare dove fosse la carta vincente.
Studiavo, ed ero diventato un campione del Rovescio Messicano: si puntano soldi sulla carta, l’asso, che è vincente sulle due figure dei re. In realtà l’asso si trovava sotto gli occhi di tutti, nella posizione che raccoglieva il numero maggiore di puntate. Al momento di girare l’asso, infilavo sotto un altro re. Quella mossa era chiamata Rovescio Messicano.
Giravo la carta e ti ritrovavi una figura di re invece dell’asso, che era nascosto sopra. Una prestidigitazione? Una piccola truffa? Piuttosto una cosa che ti riusciva bene solo dopo anni di allenamento.
Fratello, dicevo agli sconfitti, non è giornata, lascia stare. Loro no. Ritentavano. Cercavano di far girare la fortuna. Non capivano che le sensazioni erano giuste. Quello che avevano visto era corretto, ma la mia abilità nel manipolare le carte non lasciava scampo.
Come tutte le attività di strada, anche la mia era parzialmente tollerata dalla tenenza dei quartieri. C’è un mondo consolidato, di piccoli e grandi commerci illegali quali contrabbando o prostituzione, che nel mio quartiere ha sempre avuto una zona franca.
Non si trattava, non si tratta, di lassismo.
La gente, la mia gente, è costretta a inventare modi rocamboleschi e non sempre legali per sopravvivere. Il mio gioco delle tre carte era uno di questi.
Si avvicinavano professionisti e gente comune. Padri di famiglia e scapestrati. Massaie e donne di malaffare. Tutti credevano di riuscire a trovare il trucco, a capire dove fosse l’asso. Su quel tavolo di cartone, io, il croupier, vincevo sempre.
Giovanni è stato il mio primo amico. Possiamo definirlo un complice? Tutti gli amici che mi hanno frequentato negli anni possono essere giustificati, o dobbiamo ritenere che le nefandezze compiute insieme siano state frutto di un sodalizio criminale?
Queste persone che hanno condiviso la mia vita, chiedo, sono da perdonare perché le ho coinvolte nei miei giochi, nei miei traffici? O sono responsabili anche loro, perché hanno reso possibile che il tutto si avverasse e poi hanno goduto con me dei benefici?
Giovanni, ad esempio. Il mio primo aiutante. Sapeva cosa facevamo: spillavamo con intelligenza i soldi a chi li aveva, e poi li spendevamo insieme. È stato un complice, o una vittima del mio modo di vivere, del mio cercare di arrivare il più in alto possibile?
Volevamo abbandonare il nostro quartiere per uno di quelli nobili. Per uno di quei posti dove il sole lo vedi, non lo immagini solamente. Fratello, gli dicevo, per volare hai bisogno di un mezzo. Qui, ora, abbiamo solo i motorini, ma a noi servono gli elicotteri.
Avevamo voglia di volare. Volare via...

(...)

 

 

 


Sandro Luglio è un uomo napoletano che comunica.
Ha iniziato a lavorare molto piccolo, quando i pannolini, nei negozi di famiglia, invece che indossarli ha imparato a venderli.
Crescendo, si è specializzato in programmazione di computer.
Ha venduto vacanze e soggiorni da sogno; in seguito, sommelier, vini di pregio. È stato “patron” di numerosi bar e ristoranti, aprendo attività a Napoli, Perugia, Bologna e nell’isola eoliana di Panarea. Ha conosciuto la notte e i suoi protagonisti con l’interesse di chi ha voglia di apprendere ed evolversi. Nel capoluogo partenopeo ha fondato “Bidonville”, l’Associazione Culturale che si occupa di baratto e di riciclo creativo, immaginando e dando vita alla più grande fiera dell’usato in Italia. Ha poi creato una serie di punti nolo di biciclette nei parchi dei musei; dato vita a manifestazioni sulle tematiche del mondo equo e solidale, della beneficenza, del biologico; allestito e predisposto incontri e Mostre d’Arte.
Amante di quella che lui stesso definisce “buona musica” ha realizzato “tappeti sonori” per alberghi, locali, centri commerciali.
Ha due figli, 5 fratelli e sorelle ed è nonno di due nipoti.
Da sette anni vive in Austria, dove ha aperto una delicatessen italiana di successo: la Salumeria Principe.
La ricerca delle cose buone e belle, siano esse cibo, sensazioni, oggetti e soprattutto sentimenti, continua incessantemente nel mondo ogni giorno diverso del napoletano trapiantato al centro dell’Europa.
Questo è il suo secondo libro che segue l’ottimo successo di “
Mario, Don Mario. Conosco bene il mondo, sai…io non ho mai viaggiato” (Cicorivolta, 2014).

Per restare in contatto con l’Autore:sa@salumeriaprincipe.com

 

 

 

Sandro Luglio è un uomo che comunica.
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