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titolo: "NARCONOSTRA"
collana temalibero
autore Antonio De Bonis
ISBN 978-88- 97424-54-3
€ 12,00 - pp.135 - © 2012 - in copertina,"Adiós" by Sebastiano Bongi Tomà - il ramingo - (www.sbtphotographer.eu).


"Con questo breve saggio intendo fornire un contributo al dibattito sulle forme, consistenza e minaccia che la criminalità, in tutti i suoi aspetti, ha assunto nel mondo contemporaneo della seconda globalizzazione. In particolare, contesto la tesi, da molti ambienti sostenuta, secondo cui la grande criminalità internazionale ha perso il radicamento territoriale per divenire liquida e quindi scollegata dall'elemento interno, poiché di esso non ha più bisogno in ragione della maggiore facilità di movimento sui mercati.
Tesi, questa, che viene confutata partendo da un processo d'analisi comparativa tra l'esperienza storica delle associazioni criminali di tipo mafioso italiane, quella siciliana in particolare, e l'attività di quelle attualmente coinvolte in Messico nella guerra per il controllo dei flussi di droga."

Antonio De Bonis


 

 

 

 

 

Il fine ultimo di questa ricerca è quello di contribuire ad una discussione aperta sul come e perché la criminalità organizzata continuerà a fare parte, con non trascurabili effetti negativi, del nostro quotidiano.

 

 
 

 

Brano tratto da "NARCONOSTRA"

Premessa


Questo scritto è motivato dall’esperienza personale, ma soprattutto dall’esigenza di aggiungere un contributo al dibattito sulle forme, consistenza e minaccia che la criminalità, in tutti i suoi aspetti, ha assunto nel mondo contemporaneo della seconda globalizzazione.
Quest’epoca è fortemente caratterizzata dai movimenti di flussi inarrestabili di beni e servizi, alle volte imprevedibili ed ingovernabili con gli strumenti consolidati, in cui attori come le organizzazioni non governative o le lobbies economiche, religiose e politiche hanno assunto un ruolo di assoluto rilievo. Tale evoluzione sta modificando anche la criminalità comune ed organizzata generando nuove forme di devianza e tipologia come quella transnazionale che si aggiunge a quella internazionale ed etnica.
La criminalità organizzata può essere contrastata agevolmente ed efficacemente con adeguati mezzi investigativi e politiche sociali (ad esempio in tema di contraffazione e tutela del diritto di proprietà). Tuttavia, da questi processi di adattamento resta fuori, ferma nella sua monolitica essenza, l’associazione di tipo mafioso poiché per sua profonda natura non può mutare ed evolversi; ma adattarsi sì. Questo è uno dei suoi punti di maggiore forza, restando sempre quella che il legislatore ha perfettamente cristallizzato nell’articolo 416 bis del codice penale italiano definendola: “… di tipo mafioso1 quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri, ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri in occasione di consultazioni elettorali…”.
Questa mia convinzione contrasta in parte con le teorie sulla grande criminalità del ventunesimo secolo, che si vuole liquida e scollegata da un territorio poiché di esso non ha più bisogno in ragione della facilità di spostamento per raggiungere nuovi mercati. Al contrario, le organizzazioni criminali di tipo mafioso nel mondo contemporaneo avranno sempre la necessità di un contesto di riferimento, di un territorio proprio da cui non prescindere e su cui contare. Le grandi organizzazioni di tipo mafioso che operano a livello mondiale non hanno mai abbandonato il luogo di origine ma hanno eventualmente aggiunto nuovi territori in cui hanno riproposto esattamente il modello mafioso che le caratterizza. Le triadi cinesi operano all’estero come organizzazioni mafiose solamente nell’ambito della propria area etnica, in cui ripropongono i modelli culturali e criminali che sono loro propri e così i locali di ‘Ndrangheta in Lombardia, in Piemonte o in Australia si comportano allo stesso modo. Tuttavia, è anche vero che in alcuni casi come quello delle consorterie nigeriane, ad esempio, l’associazione criminale assume le caratteristiche di mafiosità operando all’estero, prescindendo da un territorio fisico ma, facendo comunque valere la forza intimidatrice derivante dal vincolo associativo nell’ambito della propria comunità.
Oggi, ad essere liquidi sono i flussi economici e informativi, e questo rappresenta certo un ulteriore vantaggio per la grande criminalità di tipo mafioso, poiché le consente di agire con tempi rapidissimi creando un gap spesso incolmabile nei confronti di chi istituzionalmente è preposto al contrasto. L’unico modo per colmare questo divario è comprendere il modello criminale mafioso intervenendo per tempo ed evitando che esso pervada irreparabilmente un determinato territorio: prevenire è sempre meglio che reprimere. L’organizzazione di tipo mafioso è tale se ha la possibilità e capacità di esercitare in un dato territorio la funzione fondamentale di sicurezza, tipica e propria di uno Stato sovrano, ed è da questo esercizio che deriva la forza intimidatrice su cui si fonda il potere mafioso.
Quando si parla di mafia, più o meno inconsapevolmente la si associa alla Sicilia, scotto che questa meravigliosa terra deve pagare per essere stata purtroppo l’alveo del fenomeno per ragioni che gli storici hanno ampiamente discusso ed individuato. Oggi, tuttavia, parlare di mafia vuol dire parlare di molte altre aree del nostro pianeta, come il Messico, appunto, di cui parla questo scritto. Quelle che definiamo oramai meccanicamente mafia russa, cinese, turca, giapponese, italiana e armena sono solo i fenomeni più longevi di criminalità di tipo mafioso, a cui se ne stanno aggiungendo di nuovi come, uno per tutti, quello kosovaro. La mafia di oggi non ha più una patria, essendo divenuta un modello che qui si vuole comparare con gli attuali modi operandi dei cartelli messicani allo scopo di individuarne la valenza criminale, spingendosi anche oltre e arrivando a ipotizzarne gli sviluppi futuri.


Le parole dello scrittore messicano Carlos Fuentes, scomparso di recente, sembrano essere il giusto viatico nell’intraprendere questo viaggio nel mondo della grande criminalità messicana, che oggi sta mettendo a durissima prova le potenzialità di sviluppo economico creando un ambiente ostile a qualsiasi forma d’investimento a medio e lungo termine. In queste poche righe Fuentes descrive mirabilmente il rapporto che ha legato, perlomeno negli ultimi due secoli, gli emigranti messicani al sogno americano e che oggi spinge i narcotrafficanti a ricercare la ricchezza e l’ostentazione che ne consegue. Tuttavia, essere il calco di qualcosa che è altro non è certamente nella natura di questo popolo che oggi, forse tardivamente, forse ancora lentamente ma con crescente coscienza collettiva, inizia ad alzare la propria voce contro coloro che ne minacciano lo sviluppo ed il tranquillo vivere sociale.
“…ti sentirai soddisfatto di importi a loro; confessalo: ti sei imposto perché ti accettassero come un loro pari; poche volte ti sei sentito più felice, perché da quando hai cominciato a essere quello che sei, da quando hai imparato ad apprezzare il contatto delle buone stoffe, il gusto dei buoni liquori, l’odore dei buoni profumi, tutto ciò che negli ultimi anni è stato il tuo piacere unico e solo, da allora hai mirato lassù, al nord, e da allora hai vissuto con la nostalgia dell’errore geografico che non ti ha permesso di farne parte in tutto e per tutto: ne ammiri l’efficienza, le comodità, l’igiene, il potere, la volontà e ti guardi intorno e ti sembrano intollerabili l’incompetenza, la miseria, la sporcizia, l’abulia, la nudità di questo povero paese che non ha nulla; e ti addolora ancora di più sapere che per quanto ti sforzi non puoi essere come loro, puoi essere solo un calco, qualcosa di approssimativo, perché dopo tutto, di’: la tua visione delle cose, nei tuoi peggiori o migliori momenti, è stata mai così semplicistica come la loro? Mai.”

(...)



 

Antonio De Bonis, formatosi attraverso l'esperienza delle unità speciali antiterrorismo del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, una laurea in Mediazione Linguistico Culturale ed un master in Intelligence, Sicurezza e Aree di Crisi, svolge l'attività di analista dei fenomeni di criminalità organizzata nazionale, internazionale e transnazionale presso un'unità specializzata dell'Arma dei Carabinieri.

Collabora con siti web e istituti di geopolitica fornendo analisi attinenti al ruolo della criminalità organizzata nel mondo contemporaneo.