i quaderni di Cico
 
 

 

 

ordinalo senza spese di spedizione

 

titolo: "Non molto lontano dal centro"
collana
i quaderni di Cico
autore: Franco Biondi
ISBN 978-88-97424-74-1
€ 12,00 - pp.141- © 2013 - in copertina,“Periferia”, by Andrea Tarli - BadTripProduçao (www.badtrip.it)


I primi anni Settanta,
periodo durante il quale si metabolizzano, lentamente e non senza traumi, i grandi stravolgimenti delle stagioni appena trascorse. Tradizione e modernità convivono e, a volte, confliggono.
Il passato è ancora ben radicato nella vita quotidiana e condiziona certamente l’opinione di molti.
Alcuni, fuori dal coro, sono additati come indesiderati. Altri, come pericolosi.
Diverse storie si intrecciano e un ragazzo...

 
 

Diverse storie si intrecciano e un ragazzo cresce sullo sfondo di questo fermento. È lui che osserva, partecipandovi, la vita di un condominio della prima periferia di una città del Nord. Non molto lontano dal centro, appunto. In una dimensione urbana modesta che non ha ancora l’audacia di definirsi metropolitana.
Lo fa dalla finestra della sua camera, dalla strada, dalle scale. Si incanta e si interroga. Attende e scopre.

Undici racconti di moderata solitudine che un'inattesa voce finale, quella della portinaia, filtra e riassume in un'ottica del tutto personale, figlia della sua visione del mondo e della sua esperienza di marginalità culturale. Interpreta in modo diverso fatti ormai noti, ne svela dettagli altrimenti sconosciuti, si abbandona a feroci giudizi morali, non lesinando parole su alcuni avvenimenti che la riguardano direttamente.


 

 

Indice dei racconti

LE SORELLE MORELLI VIVEVANO DA MOLTI ANNI NELL’APPARTAMENTO
AL PRIMO PIANO

GLI IMBIANCHINI

L’ANARCHICO

I BULGARO

LA SIGNORA MARIA È MANCATA ALL’AFFETTO DEI SUOI CARI

I NUOVI VICINI

DEMENZA SENILE

IL PIANOFORTE DI MARTINO

L’INFATUAZIONE DELL’ESATTORE

SAMANTHA

IL GIORNO PRIMA DELLA PENSIONE

 


Brano tratto da : Non molto lontano dal centro

GLI IMBIANCHINI

Gli imbianchini abitavano al quarto piano ed erano, forse, la tribù più singolare dell’intero condominio. Il capofamiglia, Bruno, era un uomo robusto, sulla cinquantina, con un pizzo ingrigito dall’età e dalla fatica, e un basco perennemente infilato sulla testa, ancora coronata da capelli tenuti piuttosto lunghi. Portava questo cappello con il vezzo del pittore, perché tale si sentiva e dichiarava, pur essendo a tutti gli effetti soltanto un imbianchino. Aveva prestato la sua opera in più o meno tutti gli appartamenti del palazzo e, a parte poco altro, questi erano stati gli unici lavori che aveva completato negli ultimi anni. Spesso lo si vedeva, sempre con gli abiti da lavoro perennemente macchinati da strati di vernice sovrapposti, attendere qualche chiamata di fronte al portone. Pensieroso, ma non disperato, con una sua imperscrutabilità di fondo e le mani incrociate dietro la schiena, rivolgeva la faccia verso la strada come se da quella parte dovesse arrivare ogni soluzione. Il fratello, Antonio, era anch’esso imbianchino. Non si era mai sposato e perciò viveva con la sua famiglia e faceva il suo stesso mestiere. Era più anziano di Bruno, ma volentieri si ritagliava un ruolo da gregario. Privo di iniziativa, rimaneva spesso in disparte durante le discussioni nell’androne dell’ingresso o quando venivano organizzati sopralluoghi per valutare nuovi incarichi. Magro, con le spalle curve, seguiva il fratello nei vari cantieri con una docilità un po’ ebete. Aveva delle profonde rughe a lato della bocca che si prolungava per tutto il profilo della faccia, scavata e scarna. Era però il naso maestoso che aveva in mezzo al viso la sua caratteristica principale; l’elemento che più di ogni altro lo identificava pienamente. Per questa suo aspetto era spesso sbeffeggiato dai giovani del palazzo e anche gli adulti si riferivano a lui chiamandolo “Rostro” o “il Prua”. Quasi mai usciva da solo e le rare volte in cui lo si vedeva in giro senza il resto dei parenti, per esempio durante la festa della via, non salutava nessuno e camminava con gli occhi rivolti al terreno. Il Prua era però un brav’uomo. Nessuno aveva mai avuto niente da dire su di lui e anche la Nilde, di solito ben informata, non avrebbe potuto raccontare niente di particolarmente riprovevole sulla sua persona.
Antonia, la moglie di Bruno, era una signora meridionale, trasferitasi in città al seguito del padre durante l’ondata d’immigrazione che seguì la guerra. Era una donna robusta e decisa, non particolarmente intelligente ma smaliziata, che al suo lavoro di casalinga alternava frequenti visite al bar dei Nani, dove giocava al lotto. Il gioco era un’autentica ossessione. Ogni settimana, a un giorno e un’ora stabilita, usciva di casa e faceva la sua giocata. Sempre gli stessi numeri e sempre sulla stessa ruota. Poi tornava verso il condominio con espressione sognate, assolutamente certa che quella era la volta buona. Sarebbe finalmente arrivata la fortuna a spazzare via tutte le incertezze e le umiliazioni di una vita mai veramente decollata. Tanti nel condominio se lo auguravano, dal momento che Antonia aveva qualche piccolo debito con molti di loro. Roba da poco, niente di eccessivamente elevato che non si potesse trascurare o rimandare, ma comunque consistente. Quei soldi, dati con la generosità e l’altruismo tipico delle amicizie semplici, alla fine sarebbero serviti ai vari creditori. Giusto quelli che mancavano a fine mese per pagarsi uno sfizio, una cena al Veliero, un viaggetto al mare. Ma, si sa, la solidarietà a volte prevale anche sui propri bisogni e se uno ha il cuore gentile lascia volentieri indietro la convenienza, se può fare una buona azione. In ogni caso questa vincita non arrivò mai e gli obblighi e gli arretrati nel frattempo accumulatisi rimasero tali.
Bruno e Antonia avevano due figli grandi, Mario e Pietro, imbianchini anch’essi, e una figlia, Nora, che allora era in quel periodo di grazia nel quale si prende coscienza degli inganni dell’ingenuità. Già formosa a sufficienza da stimolare gli sguardi interessati degli anziani al bar o dei seminaristi che giocavano a calcio nel campetto del parco, sceglieva spesso vestiti audaci e appariscenti. Li comprava al mercato di San Michele, giù alla Barriera, dove è possibile osare anche con pochi soldi. Stava studiando all’istituto professionale di piazza Costantino, dietro la statua equestre, e il prossimo anno avrebbe iniziato a tenere la contabilità al padre. Non che avesse un rendimento scolastico particolarmente brillante, ma era pur sempre l’unica della famiglia che potesse dirsi istruita.
Finché era stata piccola aveva dormito nella stessa stanza del Prua, ma da qualche tempo aveva trovato più opportuno dormire in cucina. Aveva sistemato una brandina richiudibile dietro la porta e ogni sera, dopo che si era sparecchiato e lavato i piatti, preparava il suo letto per ridisfarlo il mattino successivo, prima della colazione. Forse sarebbe stato più comodo continuare a stare con lo zio, ma, è noto, i rischi che si corrono con i parenti a volte sono maggiori di quelli che si corrono con gli estranei. Poi ci sarebbero state le dicerie, le malelingue, le insinuazioni. No, molto meglio dormire in cucina. Del resto il tinello, l’unica altra stanza oltre le due camere da letto, era già occupato dai fratelli che non ne volevano sapere di lasciarla alla più giovane della famiglia. «Che si adatti, come abbiamo fatto noi in gioventù» dicevano. E attaccavano con la tirata sul servizio militare, che avevano fatto entrambi nei carristi, nel V reggimento “Arditi della Val Chiusa”. Che poi era stata la loro unica esperienza fuori di casa.
Avevano iniziato presto a lavorare, sempre con il padre e lo zio, e avevano circoscritto il loro perimetro di conoscenze all’interno della famiglia. Anche quando non c’erano lavori da fare, cosa che succedeva di frequente, non si allontanavano tanto spesso da casa e mentre Bruno se ne stava al portone, in attesa di un impiego, loro bivaccavano in tinello fumando le sigarette senza filtro che compravano, a credito, al bar dei Nani.
Come è comprensibile, la peculiarità principale degli imbianchini era la loro morosità. Così come erano esposti verso i condomini, maggiormente lo erano nei confronti della proprietà. L’Immobiliare Quattro Mura era allora proprietaria di sei o sette alloggi all’interno del condominio, e uno di questi era quello occupato dagli imbianchini. Ogni due mesi un incaricato passava a ritirare gli affitti. Arrivava con la sua utilitaria bianca, di solito al mattino presto. Salutava la Nilde, con la quale scambiava qualche battuta sul tempo o sulla salute che non è mai buona ma non ci lamentiamo, poi iniziava il giro. Attorno alla data di riscossione, un giorno qualunque dell’ultima settimana del secondo mese, i maschi della famiglia solitamente sparivano. Simulavano lavori fuori città, urgenti imbiancature in provincia che necessitavano di assenze prolungate, improvvise chiamate da parte di qualche cliente. E lasciavano Antonia e la figlia a fronteggiare il vampiro.
Nel tempo, Antonia aveva sviluppato una serie impressionate di scuse e giustificazioni. La madre era morta più volte, lasciandola in un tale stato di frustrazione che pagare l’affitto era l’ultimo dei suoi pensieri. «Sarà per la prossima volta» diceva e andava a farsi una camomilla strascicando i piedi dentro le ciabatte sformate.
Un paio di volte Nora era stata aggredita mentre andava a fare la spesa e «io mi sono così agitata che ho perso anche i soldi che avevo preparato. Pensi che c’erano anche gli arretrati dei mesi precedenti» diceva sinceramente turbata.
In almeno due occasioni era crollata a terra, vittima di un collasso, nel momento stesso in cui apriva la porta. L’esattore aveva anche aiutato la figlia a portarla sul letto per farla riprendere, ma lei stava proprio male. Con i piedi sollevati da un cuscino, beveva l’acqua e zucchero preparata da Nora, mentre si faceva vento con l’immagine dei genitori, ormai morti e sepolti.
«Buonanime, quanto hanno sofferto!» diceva con la bocca impastata, «e pensare che erano così contenti quando sono andati finalmente in pensione. E invece non si sono goduti neanche il primo mese. Una vita di lavoro per finire così» e giù lacrime calde e sincere a bagnare il copriletto di poliestere.
A volte però doveva cedere. Di fronte alla risolutezza e all’inflessibilità dell’aguzzino, una volta esauriti tutti i pretesti e smussato ogni appiglio, non le restava che la sincerità. Apriva allora il proprio animo, addolciva gli occhi e, con il capo reclinato, iniziava sommessamente a confessare la propria indigenza, la mollezza del marito, il peso del cognato e via così fino a sentirsi rispondere «suvvia signora, non si disperi. Vorrà dire che verrò il mese prossimo. Ma mi deve promettere che per allora avrà trovato i soldi».
«Certo, certo. Grazie ragioniere, lei è proprio gentile. Venga in cucina che le faccio un caffè. Ci metto dentro anche la sambuca così si rinforza un po’, che la vedo un attimo sciupato».
Poi venne il tempo di Nora. Quando Antonia si rese conto che non avrebbe potuto opporre un’ulteriore resistenza, sparì anch’essa. Una volta era a far visita a una parente ammalata, la volta successiva si era recata da certi conoscenti per sbrigare una commissione. Un’altra volta era lei stessa all’ospedale per un piccolo intervento; certo, niente di serio, ma non si può mai sapere con queste brutte malattie che ci sono in giro. In un caso era addirittura in questura, a testimoniare per un delitto a cui aveva assistito, povera donna. Era lì a fare il suo dovere di buona e onesta cittadina. Perché sul fatto che Antonia fosse una buona e onesta cittadina non c’erano dubbi. Tutto il condominio, la Nilde per prima, poteva confermarlo. Come avrebbe potuto allora occuparsi dell’affitto?
In quei frangenti era appunto Nora che apriva la porta. L’esattore entrava, squadrava l’appartamento, sbirciava in fondo al corridoio per vedere se c’era qualcun altro in casa, poi si sedeva sul divano letto consumato, così senza parlare né chiedere il permesso. Apriva quindi la cartella di cuoio logoro, ne traeva un pacco di fogli tenuti insieme da un elastico e lo appoggiava sul tavolo di legno fuori moda. Lo stesso sul quale Mario e Pietro gettavano i loro vestiti prima di andare a dormire. Sfilava poi i fogli dall’elastico e iniziava a scorrerli tra le dita. Appoggiava l’indice sulla lingua, lo ripassava due volte in modo che fosse ben umido, lo accostava all’angolo destro del primo foglio, in alto, e lo girava. Riportava successivamente il dito alla bocca e ripeteva il gesto, finché l’intero plico non era stato completamente sfogliato. Faceva questo tenendo la bocca semiaperta e mostrando i radi denti gialli, mentre un filo di saliva scendeva dalla piega delle labbra. Una volta finito risistemava i documenti. Li prendeva con le due mani, li riallineava per il lato lungo, li batteva due o tre volte sul tavolo per spianarne le pieghe dello spessore e infine iniziava lentamente a parlare con la sua voce rassegnata.
«Vede, guardi qui. Quasi due anni di arretrati. Se continua così, dovremo andare dall’ufficiale giudiziario».
«Ma io non capisco» diceva ben addestrata Nora, «i miei genitori non sono in casa e io non saprei proprio come aiutarla».
«Ogni volta è la stessa storia» sbottava l’esattore, solo un po’ contrariato e per nulla sorpreso. «Sono mesi che sento scuse, spiegazioni, alibi e non vedo il becco d’un quattrino. Ognuno ha i propri problemi per dio, e ognuno cerca di risolverli. Non getta addosso agli altri il peso delle proprie disgrazie». Amava esprimersi così, come fosse stato il protagonista di un romanzo d’appendice. Al centro di una grande disputa, nel bel mezzo di una tragedia famigliare dagli esiti imprevisti e sconvolgenti. E quasi quasi gli piaceva questo ruolo. Feroce, ma dalla parte del giusto. Al limite tra la legittima cattiveria e l’accanimento gratuito che è proprio di chi abusa della posizione che ricopre.
«Conosco ogni sventura della vostra famiglia. Ogni avversità che vi ha colpito, ogni singola sciagura, fatalità, lutto o accidente. Ricordo a memoria ciò che vi è accaduto negli ultimi mesi. Mi è nota l’intera genesi delle vostre sfortune. La vostra mala sorte non ha certamente uguali ma, per dio, a ogni cosa c’è un limite!»
«Ragioniere, le posso offrire un bicchiere d’acqua del rubinetto?» diceva allora Nora, evidentemente andando a memoria.
«Sì, sì. Un bicchiere d’acqua, grazie» rispondeva, affatto toccato dalla domanda.
A quelle parole Nora partiva alla volta della cucina, ondeggiando nell’innocente malizia dei suoi giovani anni, per tornarsene poi con un bicchiere pieno d’acqua. E un tovagliolo, come certamente le aveva insegnato la madre.
«Sai» diceva a quel punto l’esattore, prendendosi la libertà di passare a un tono più intimo, ma comunque distante «anch’io ho una figlia più o meno della tua età. Stessa semplicità nello sguardo, stesso timbro di voce, stessi capelli portati liberi», e nel dirlo allungava la mano, con le dita ancora umide, per accarezzarne le punte sfibrate. Indugiava per un istante, quasi sospeso nel tempo e nello spazio, fino a sentire sul palmo screpolato il tremolare dell’elettricità lasciata dallo shampoo economico.
A quel punto Nora si ritraeva, ma solo un po’. Abbassando gli occhi con la noncuranza di chi non osa immaginare quello che potrebbe succedere. Un leggero rossore sulle guance, forse causato dal caldo della bella stagione ormai imminente. Poi, senza apparentemente curarsi dell’effetto, commentava.
«Veramente? Sarebbe bello se la potessi conoscere. Potrei venire a casa sua».
No, meglio di no.
Poi tutto finiva. Il debito cresceva. E gli imbianchini guadagnavano un altro mese, spostando l’orizzonte qualche giorno più in là. In attesa di quel lavoro che avevano promesso a Bruno. In attesa della vincita milionaria al lotto. In attesa di tempi migliori.
E alla fine ci fu lo sfratto. Una mattina di novembre, saranno state le sette e mezzo, l’ufficiale giudiziario si presentò. Era un omino insignificante, stretto nel suo soprabito beige lavato troppe volte. Con un cappello più largo della sua testa pelata e un paio di occhiali cerchiati d’oro finto. Teneva in mano, impugnandola come un’arma, l’ingiunzione e camminava con attenzione, in modo da non sporcare i mocassini estivi che ancora calzava. Era accompagnato da due vigili urbani, evidentemente contrariati dall’incarico. A metà tra guardie del corpo e sorveglianti, lo scortavano un po’ da distante, come se fossero lì per caso. Più dietro, infine, veniva il fabbro addetto alla sostituzione della serratura. La Nilde non aveva ancora preso servizio e il portone era chiuso. Piovigginava e un cielo plumbeo e livido incombeva sulla città, mentre le luci dei lampioni rischiaravano le prime ore del giorno. L’ufficiale giudiziario si fermò di fronte all’ingresso e scrutò i cognomi sul citofono. Un ghigno feroce comparve sul suo volto quando riconobbe, tra i tanti, quello degli imbianchini. Estrasse dunque dalla tasca del soprabito un pacchetto di sigarette, scuotendolo con la mano ne fece uscire una che addentò come un animale affamato. Ripose quindi il pacchetto e tirò fuori dalla stessa tasca un accendino di metallo, con le sue iniziali ben in evidenza. Fece ruotare la rotella metallica sulla pietrina un paio di volte finché le scintille non furono sufficienti a incendiare la miscela. Avvicinò quindi la fiamma all’estremità della sigaretta e aspirò voracemente. La brace che si formò illuminò di rosso il suo viso, sottolineando le profonde rughe che gli incorniciavano la bocca, e gli schiarì l’ombra sotto la falda del cappello. Trattene il fumo nei polmoni per qualche istante poi, senza nessun rumore particolare, lo soffiò fuori in una densa nuvola vaporosa. Proprio in quell’istante la Nilde aprì il portone.
Il piccolo corteo si rimise in moto, attraversò la soglia e senza mostrare una particolare fretta, si avviò lungo le scale. La portinaia non fece domande né si chiese dove fossero diretti. Anche se era suo preciso compito identificare tutti coloro che entravano nel condominio, e su questo l’amministratore si era mostrato più volte inflessibile, non ci fu bisogno di nessuna spiegazione. Si limitò a guardare i quattro uomini che le rivolsero appena il saluto, ai quali rispose annuendo, e a sospirare come se dovesse liberarsi da un peso. Tra tutti la colpì il fabbro. Un ragazzo giovane, sicuramente meno che trentenne, che trascinava la sua pesante borsa di attrezzi in coda alla squadra. Aveva una tuta blu, come quelle che si usano in fabbrica, e occhi luminosi e gioviali. In netto contrasto con il resto del gruppo. A differenza degli altri non aveva un berretto e i sui ricci folti e neri gli ricadevano sulle spalle in un ondeggiare disordinato. Stette a guardarlo senza una precisa ragione, finché non scomparve dietro la seconda fila di gradini, poi si girò e iniziò il suo lavoro. Fuori si era ormai fatto giorno.
Per circa due ore non successe niente, poi lentamente iniziarono a scendere gli imbianchini. Per prima comparve Antonia, pallida e cerea come una statua, immediatamente seguita da Nora. Portavano ciascuna due grosse borse di tela, con su stampate le pubblicità dei detersivi, strabordanti di vestiti e biancheria. Poi arrivarono figli, apparentemente indifferenti e distaccati. Trascinavano un grosso baule verde, con i bordi in legno e una grossa serratura d’ottone, cha a ogni scalino rimbombava come di ferraglia. Alla fine spuntò Bruno, accompagnato come al solito dal fratello, con in mano il cappello da pittore che non abbandonava mai. Con un’espressione incredula stampata sul volto, si guardava in giro nel tentativo di convincersi che quella era una giornata del tutto normale. Incapace di dare o trovare una spiegazione, ruotava le orbite degli occhi come in preda a un delirio imprecisato. Anche’esso pallido e smunto come la moglie, sembrava non avere premura. Camminava per inerzia, quasi con prudenza. Attraversò l’androne e uscì fuori. La pioggia e l’aria umida lo scossero, come risvegliandolo da uno stato di trance. Si volse e guardò un’ultima volta il palazzo che per tanto tempo era stato la casa della sua famiglia. Poi, rivolto al Prua, disse: «Antonio, guarda. La facciata è completamente scolorita. In certi punti la tinta originale è del tutto scomparsa. Prima o poi dovremo deciderci a ridipingerla».

 

 

Franco Biondi nasce a La Spezia, lunigianese di origine e di formazione, compie gli studi universitari a Milano dove risiede e lavora.

Questo è il suo primo libro.