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titolo: "PIANO ZERO"
collana blocknotes
autore Tommasino Gazo
ISBN 978-88- 97424-18-5
€ 10,00 - pp.110 - © 2012 - in copertina, illustrazione originale di Ilaria Grimaldi (www.ilariagrimaldi.it).


Marco scende in ascensore dall’undicesimo piano di un grattacielo. In mano ha una busta con un referto medico.

Scendendo verso il piano terra, subisce torsioni spazio-temporali in cui rivive e ricorda la vita trascorsa. Un passato con il riferimento “esistenziale” al mare, alla vela e con due matrimoni, il primo finito per sua responsabilità con un tradimento, il secondo concluso tragicamente con l’omicidio della moglie e dell’amante, suo carissimo amico, un omicidio di cui viene incolpato e che gli causa una detenzione per tre mesi in carcere prima di essere riconosciuto innocente. Una ragazza coraggiosa, infatti, denuncia il suo promesso sposo come l’autore di quel duplice delitto.
Marco ritorna alla vita insieme a Maria, l’agente carceraria che ha sempre creduto alla sua innocenza. Ma non riesce più a continuare a vivere nella sua città.

E, di fronte al problema chiuso in quel referto medico, decide di cambiare con una scelta totale e radicale.



 
 
 
 
 

Brano tratto da "PIANO ZERO"

(...)

Piano nono


Eccola. La sua sindrome ritornava puntuale, non sempre aggressiva ma sempre inquietante. Forse era angoscia, ansia, non lo sapeva anche perché non capiva quelle strane sensazioni e tantomeno riusciva a spiegarle o a spiegarsele visto che sembravano nascere senza un motivo apparente.
Vedeva la realtà quale era ma con il filtro cupo di emozioni angoscianti, come da spettatore di un film in un mondo estraneo e ostile.
Poteva succedere incontrando una persona mai vista prima oppure con certe luci ed ombre e spesso ad un orario abbastanza preciso, le prime ore del pomeriggio. Ormai aveva mparato a conviverci, quasi ad aspettarle, quelle sensazioni, come si trattasse di amiche fedeli.
E che, forse, gli davano quello che lui chiamava uno spiraglio esistenziale. Certo, erano un modo per sentirsi vivo, per capire la propria individualità, per comprendere soprattutto la sua ansia più profonda: quella di comunicare, di avere qualcuno vicino che lo facesse sentire meno solo di fronte al mondo. Forse, e ci aveva riflettuto più volte, la spiegazione era molto più semplice: erano la conseguenza del rifiuto di una realtà che non accettava, che negava nel suo intimo più nascosto e profondo. Doveva essere quello. Ma era anche il momento per capire la sua solitudine, nell'incapacità di spiegarsi, di comprendere e far comprendere ad altri quelle sue sensazioni si sentiva terribilmente solo.
D'altronde aveva impegnato troppo tempo a tentare di capire un mondo che, pur davanti ai suoi occhi, non aveva mai visto o mai voluto vedere. Non era una condizione unica, individuale, era il dramma dell'uomo da quando aveva messo piede sulla terra. L'amicizia, l'amore erano prese in giro, erano illusioni che rendevano l'esistenza meno amara ma non servivano certo ad annullare la solitudine. E poi non poteva tanto dolersene, rifuggiva la folla, era un solitario che temeva la solitudine e in questa contraddizione più apparente che sostanziale si racchiudeva tutta la sua esistenza. Ma il problema era un altro: quale era la sua vita, quale rotta doveva prendere?
In verità non l'aveva mai saputo, non aveva mai capito il senso dell'esistenza o, almeno, il senso della sua esistenza. Le donne forse, ma quelle arrivavano e passavano. E poi non ne aveva avute abbastanza o così gli sembrava. Il mare? Certo il mare era sempre stato un punto di riferimento fisso tanto da condizionare alcune sue scelte di vita. Non aveva voluto trasferirsi nella grande città per lavorare e aveva accettato un impiego che fondamentalmente non gli era mai piaciuto ma che gli permetteva di vivere vicino a quella grande distesa blu. Però la sua non era stata una scelta radicale, perché non aveva fatto il
grande passo di stare sempre in mare, di fare il navigante? Anche questo gli sembrava fosse uno dei segni distintivi della sua esistenza: non arrivare mai a scegliere ma decidere sempre per la mezza misura.
Con la conseguenza che spesso erano stati gli altri a scegliere per lui. E, nonostante volesse dimenticare, almeno in un caso le scelte degli altri erano piombate come un macigno sulla sua vita quasi per riproporlo come foglia in balia del vento, mai in grado di prendere
una decisione. Magari sbagliata ma comunque sua e di sua responsabilità. Avrebbe voluto cancellarlo quel periodo della sua vita, non c'era ancora riuscito e, probabilmente,
non ci sarebbe riuscito mai.
Tutto era iniziato in una delle più belle espressioni di fine estate. Mare calmo, un ponente che, per un appassionato come lui, voleva dire semplicemente vela. E lui, naturalmente, non aveva saputo resistere. Aveva detto a Nadia che andava in barca tanto lei non sapeva che farsene della sua presenza in giardino. Gli aveva appena risposto con un cenno per dimostrare che aveva capito. Sandro lo aspettava, gli aveva telefonato poco prima per invitarlo sulla barca che aveva appena comprato. Per lui significava abbandonare la sua per un pomeriggio, l'amica fedele di tante giornate estive ed anche invernali. Ma, arrivato sul pontile, aveva ricevuto una seconda telefonata da Sandro che lo avvisava della sua impossibilità a rispettare l'appuntamento. Un cliente gli aveva rovinato la giornata e doveva dare forfait. Peccato, un'occasione persa per provare la novità con quel vento meraviglioso, ma non certamente una possibilità persa per lui: sarebbe uscito in mare con la sua barca.
In quelle condizioni si prospettava un pomeriggio esaltante come, in effetti, era stato, almeno sull'acqua. Al timone della sua barchetta, ridiventava bambino, era felice. Un mondo tutto suo, il vento tra i capelli e sulla nuca, l'acqua piatta increspata dal ponente gli dava fremiti emozionanti, il timone, più che impegnarlo fisicamente, gli regalava l'illusione di essere il padrone di quel mondo.
Ricordava quando, da bambino, rimaneva per ore, sdraiato sul balcone, a guardare i ghirigori barocchi e gli improvvisi cambi di traiettoria delle rondini al tramonto. Le contemplava per ore, fino a quando sua madre non lo chiamava a tavola per cena. Era il tempo della libertà e della fantasia, con le rondini volava anche la sua mente persa nello sbattere nervoso di quelle ali nere e appuntite. In quei momenti non c'era il tempo, la dimensione temporale si annullava e si dilatava. Proprio come quando era al timone. Non sarebbe mai tornato a terra, lo richiamavano alla dura realtà soltanto il sole e l'orologio che, di solito, metteva sottocoperta e che doveva andare a consultare per capire quando era il momento di smettere. Di là la terra era molto più lontana di poche miglia, era qualcosa di ipotetico e da dimenticare. Ecco, a bordo Marco dimenticava. C'erano soltanto lui, il vento, il mare
e il sole, niente di più e niente di meno ma quanto bastava per essere appagato di stare al mondo nella migliore realtà si potesse desiderare. Con la barca sbandata gli piaceva stare al timone dalla parte più vicina all'acqua come se potesse entrare a farne parte con gli spruzzi e l'odore di salmastro. Come fosse un abitante di quel pianeta liquido mentre, invece, la sua casa, volente o nolente, era a terra, là dove aveva i suoi ricordi peggiori, quelli che a volte gli impedivano di prendere sonno. Ma da dove poteva partire per entrare nel suo mondo più vero, dove era veramente se stesso. Il senso di libertà, la serenità, l'emozione del vento
sulla pelle erano le sensazioni più belle da provare, quelle che potevano rendere bella l'esistenza. Eppure era una libertà "condizionata" perché la vela aveva regole da
rispettare che, però, offrivano il fascino antico e unico dell'uomo in grado di sfruttare e rispettare il pianeta su cui viveva. In quei momenti pensava anche alle generazioni
di uomini che, nei secoli, avevano navigato il mare ed approfittato del vento per creare la storia attraverso gli oceani. Era ancora, quella della vela sul mare, una dimensione
che non era stata intaccata dalle storture della cosiddetta civiltà moderna: a parte gli scafi e l'attrezzatura migliorata grazie alla tecnologia, nulla era cambiato.
Erano ancora e sempre il mare ed il vento a dirigere quello che, da lavoro di capitani coraggiosi e rudi marinai analfabeti, si era trasformato in un gioco, la nautica
di diporto. Non era strano, quindi, che ricordasse tanti particolari di quella giornata anche a distanza di anni. Era tornato a terra con il sole ormai a sfiorare l'orizzonte, erano le
sette passate, contento e soddisfatto anche se sapeva che avrebbe trovato Nadia pronta a rimproveragli l'ora tarda per la cena. Invece, dopo i soliti pochi minuti a piedi, era arrivato a casa per trovarla deserta. Purtroppo era l'alternativa alla solita accoglienza acida e malevola ma che lo riportava indietro negli anni, alla sua precedente ed infelice esperienza con Francesca ed al trauma del suo abbandono. Comunque era ben cosciente che il suo
malessere per la mancanza di Nadia rappresentava la dimostrazione più penosa e dolorosa della sua ingenuità, dell'illusione che tutto potesse tornare normale come per incanto. Ed anche della sua incapacità evidente e spesso inconfessata ad essere indipendente, in grado di vivere da solo senza l'appoggio di un suo simile che fosse un amico o una donna.
Compose il numero di Sandro e, dopo innumerevoli squilli senza risposta, fu costretto a capire che il suo amico non era in casa. Non pensò neppure di chiamarlo al cellulare, doveva essere impegnato ed era meglio lasciarlo in pace. Comunque aprì il frigorifero per subire senza voglia il rito serale della cena anche se il suo appetito era scomparso
insieme al ricordo di una gratificante giornata di vela. Ma non aveva nulla di meglio da fare se non mandare giù un boccone. Prosciutto, un poco di pane, una pesca e, quello sì
desiderato, un caffè. Poi, dopo essersi acceso la prima sigaretta del dopo cena che rappresentava uno dei pochi piaceri di quella sua vita grama, andò nel locale o
meglio, nel sottoscala che sua moglie apostrofava pomposamente come il suo "studio" e accese il computer. Girovagò su internet, guardò la posta elettronica e, soltanto
dopo un certo tempo, controllò l'ora. Erano le undici passate e di Nadia neppure l'ombra.
L'ansia gli chiuse lo stomaco insieme ad un senso di impotenza e di rabbia. Cedette a quello che lo faceva star male e chiamò nuovamente Sandro al cellulare per ritrovarsi
nuovamente senza risposta. Soltanto allora decise di usare il mobile di Nadia. Stessa scena, tanti squilli ma nessuna risposta.
Tergiversò ancora davanti allo schermo del computer poi non seppe resistere e compose il numero del telefono fisso del suo amico. La serie di squilli continuò a lungo prima che decidesse di chiudere il contatto. Gli sembrò di essere seduto su un cuscino di spilli, non
capiva il motivo di quella assenza. Voleva alzarsi e andare a casa di Sandro ma un secondo
dopo rifletteva sulle sue inutili e infondate preoccupazioni, sulla sua pretesa di avere tutto sotto controllo, anche la vita del suo amico. Però gli sembrava strano che Sandro fosse fuori casa ma non era certo quello il motivo della sua inquietudine: sapeva che vederlo e parlargli
avrebbe perlomeno mitigato quel senso di oppressione, quella stretta allo stomaco che gli procurava la strana assenza di Nadia.
Spense tutto, chiuse la porta e salì in auto. Doveva percorrere qualche chilometro, la villetta di Sandro era fuori città, sulle colline.
La strada fu un tormento, stomaco chiuso dai nervi e traffico nullo, senza luci, neppure la luna a rischiarare il suo animo.
Arrivò davanti alla casa dell'amico, la cancellata era alta, il passo carraio chiuso ma sapeva come aggirare gli ostacoli, Sandro gli aveva detto dove era nascosta la chiave del cancelletto laterale.
Tutto tranquillo, buio e silenzio, sembrava che non ci fosse proprio anima viva. Ma questo non lo convinceva per niente anche se trovò la porta d'ingresso normalmente
chiusa. La chiave era sopra lo stipite dove gli aveva detto Sandro ricordandogli la possibilità di usare in ogni momento la casa anche in sua assenza. Non lo aveva mai fatto ma quella sera aveva un presentimento assurdo, fuori da ogni logica...

(...)


 

Tommasino Gazo è nato nel 1946 a Imperia, dove vive e lavora tuttora.
Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico Statale “Vieusseux”, si è trasferito a Milano per conseguire il diploma universitario di Statistica presso l’Università Cattolica del S.Cuore.
Per non rimanere lontano dal mare e dalla vela di cui è sempre stato appassionato,
ha deciso di tornare nella sua città natale e, per oltre trentacinque anni, ha svolto la funzione di direttore amministrativo di scuole statali da cui è in pensione dal settembre 2010. Da più di vent’anni collabora con l’edizione locale de “Il Secolo XIX” e con il mensile nazionale “Vela e Motore”.