temalibero
 
 

 

 

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titolo: "Pulvino"
collana
temalibero
autore Giuseppe Viroli
ISBN 978-88-99021-43-6
€ 13,00 - pp.201 - © 2016 in copertina, per gentile concessione, illustrazione originale realizzata dall’autore.


Nella città di Giorgio, un giorno arriva Pulvino. È un uomo panciuto, con baffi e cappello, vestito da Ottocento. Pulvino è fatto di polvere. La sua funzione è raccogliere polvere ed eliminarla con la digestione. Può essere piccolo o gigantesco e di varia consistenza, secondo la quantità e il genere di polvere raccolta: di strada, di casa, di fabbrica etc. Non è la prima volta che Pulvino appare nel mondo. I Polverosi come lui si ridestano quando la polvere raggiunge un certo livello. Compito dei Polverosi: abbassare il livello da 7 a 1.

 


Pulvino è tornato ai giorni nostri. Prende vita in casa Burli Buontempi, una famiglia tranquilla finita nella polvere. Olivia e Cristoforo sono stati licenziati ingiustamente dai datori di lavoro. Il figlio adolescente, Leo, è mal visto a scuola anche perché amico di Samir, l'unico immigrato dell'istituto, aspirante mago. Leo e Samir sono innamorati di Ginevra, figlia di industriale, che li disprezza. Pulvino, sensibile a ogni genere di polvere, prende a cuore la sorte della famiglia, e decide di aiutarli...

 

 

 

Brano tratto da "Pulvino"

LA FAMIGLIA BURLI-BUONTEMPI

abitava nella città di Giorgio. Giorgio non era il padrone della città, bensì il suo nome.
La famiglia Burli Buontempi se la passava bene. Ma a volte i lunedì sono brutte giornate. E un lunedì di settembre, la famiglia cadde nella polvere.
Come e perché? Un momento. Prima, presentiamoli.

Olivia Buontempi. Vigilessa magra, occhi e capelli neri. Un esemplare di vigilessa gentile.
- Signora, la sua auto è in divieto di sosta. Potrebbe spostarla prima che le appioppi la multa?
- Buontempi, lei fa poche multe - le contestava il Massiccio Comandante Arturo Blocchetti.
- Meglio.
“Meglio per te” pensava il Comandante Arturo Blocchetti. “Ma io, di questo passo, non avrò il Premio Produzione Multe.”

Cristoforo Burli, alto, magro, occhi azzurri e gambe a stecco. Lavorava alla Glass Bank. Imbustava e spediva le lettere.
- Si pettini quel ciuffo, Burli. Si metta una camicia seria. Si tolga il papillon giallo. Questa Banca non è un circo - diceva il Cavalier Filippo Glass.
“Non posso licenziarlo per il vestito. Perderei la causa. Ma è ora, è veramente ora che lui se ne vada.” Pensando all’ora, guardò l’orologio a muro.

Leopoldo Burli, tredici anni, terza media. Mani lunghe, ciuffo biondo, un’iride azzurra e una nera, magro, altissimo e gentile.
- Non così, Burli. Fai rimbalzare la palla! Hai le mani di burlo, Burri!
- Burro, prof.
- Cos’ho detto?
- Burri.
- In che senso?
- Infatti non ha senso.
- Tu mi prendi in giro.
Il professor La Palla ce l’aveva con lui. Voleva che diventasse un campione di basket.
- Non mi piace il basket.
- Cos’hai detto, testa di rapa?
- Non mi piace il basket.
- Tu me la pagherai, Burri.

Quel lunedì di settembre.
Il Cavalier Glass fece chiamare Cristoforo.
- C’è questa lettera ultra-stra-importante, per la Banca delle Banche. Da spedire entro mezzogiorno - E gli consegnò la busta.
Cristoforo, che non aveva orologio, consultò le lancettone sopra la testa di Glass. Segnavano le undici e trenta.
La Posta era a due passi.

- Cos’è successo?
- Dica, Cavaliere.
- Dove è stato, Burli?
- Sono andato e tornato, Cavaliere.
- è fuori da un’ora.
- Impossibile.
- GUARDI - L’orologio a muro segnava le dodici e trenta.
- Com’è possibile?
- Non mi prenda in giro, Burli. Mi mostri la ricevuta... VEDE? Le hanno fatto il timbro alle dodici e un quarto. Dodici - E - Un - Quarto - Glass si alzò in piedi, ma era molto basso e non si vedeva la differenza. - La lettera andava spedita entro le dodici. Sa cosa vuole dire? La Glass Bank ha perso un finanziamento della Banca delle Banche di un milione e cinquecentomila. Andava chiesto entro le dodici. DODICI - Diventò rosso e cominciò ad agitare le braccine. - Incapace. Buffone. Sabotatore! Servo della concorrenza! Imbecille! Ci ha rovinati!

LETTERA DI LICENZIAMENTO CON RIVOLI DI FINTE LACRIME ESSICCATE.
“Per avere procurato un danno gravissimo alla Glass Bank, che l’ha sempre trattata come un figliastro, regalandole uno stipendio ben superiore alle sue capacità e... Non una parola, ingrato. Taccia. Se ne vada. Si tolga dai piedi. Si vergogni.”

Dalla finestra, Glass lo guardò andare via. “Mi sono liberato del pagliaccio. Basta un’arrampicata sulla scrivania, a volte. Uno sposta due lancette... E Tac. Relativizzato il tempo.”

Nel frattempo, Olivia cercava il proprietario di un fuoristrada rosso, parcheggiato in divieto.
Le si avvicinò un massiccio mendicante, con piattino per gli oboli e faccia avvolta da una sciarpa.
- Sta sc... sc… ercando huello della acchina? - chiese il mendicante con voce afona e sdentata.
- Lo ha visto?
- Ha ettto che se passcia il vishile didire che è ndato un attimo da Moda Più.
Olivia, nel negozio Moda Più, non trovò proprietari di gipponi rossi. Tornò indietro pronta a multare.
Appoggiato alla bestia c’era il comandante Blocchetti.
- Lei non ha multato questo suv.
- Sono andata appunto a cerca...
- Vigilessa Buontempi, l’ho fatta seguire. Avevo sospetti su di lei. E adesso so. Lei non fa il suo lavoro. Lei passa il tempo a fare shopping. L’hanno vista a Moda Più. Si aspetti provvedimenti.

“Sospensione senza stipendio della vigilessa Buontempi Olivia, per gravissima mancanza ai propri doveri e tendenza allo shopping compulsivo in orario di lavoro. Riconsegni la divisa ben stirata. Si vergogni.”

“Dovrei fare l’attore” pensò Blocchetti riponendo nell’armadietto naso finto e sciarpa da mendicante.

Quel lunedì di settembre, anche a Leopoldo detto Leo andò male.
- Prendi quella palla. Perticone. Testa di rapa. Falla rimbalzare e buttala nel canestro - Leo, stanco di farsi trattar male da La Palla, prese la palla, intesa come palla.
- Finalmente - disse La Palla, inteso come docente.
Ma Leo andò alla finestra aperta e gettò in strada la palla, intesa come palla. Fuori, in quel momento, passava il Preside in bicicletta. La palla, intesa come palla, lo colpì sul naso e lo mandò gambe all’aria.
A Leopoldo Burli venne inflitta una MultiMulta, o meglio venne data ai suoi genitori, intesi come economicamente responsabili.

Si trovarono nella cosiddetta POLVERE. Senza stipendio. Con Leo da mantenere e la multa da pagare.
Così Olivia e Cristoforo divennero malinconici. Loro, che erano allegri. Loro, che portavano Leo a fare gite, camminare in montagna, pedalare lungo il fiume, non avevano più voglia di muoversi. Il loro unico pensiero era come tirare avanti.
Abitavano in un bell’appartamento, nel quartiere Spider 5.
L’affitto era alto.


OTTOBRE

I soldi erano finiti.
Eugenio Veranda, proprietario del palazzo, bussò. Gli parlò Olivia. Cristoforo se ne stava sulla poltrona a fissare il niente.
- Si-signora Buontempi. Mi pe-permetto di rico-ordarle...
- Siamo in ritardo con l’affitto, lo so. Ci scusi la situazione di emergen...
- Ca-capisco, m-ma non poposso tenere co-conto di tutte le dif-diffi...
- Tre giorni, signor Veranda. Tre giorni e pagheremo.
- Cheche s-siano t-tre.
Olivia sospirò e andò a sedersi.
- Cosa facciamo?
- Vendiamo.
- Cosa?
Il giorno dopo portarono il televisore al MUU, Mercatone Universale dell’Usato.
- è un modello superato - disse Alvaro Strozzi - Vi do 50 euro - L’affitto era di 700. Cominciarono a portare al MUU... Un computer. La macchina fotografica. La telecamera. L’orologio a pendolo. Eccetera. Con il ricavato riuscirono a pagare l’affitto.
Ma il mese dopo?

- Papà?
- Mmmmm.
- Mamma?
- Ssssss.
- Ho bisogno che qualcuno mi chieda Storia.
- Leo, ci sono altri problemi.
- Dobbiamo cercare lavoro.
- Guardare gli annunci.
Leopoldo si rintanò in camera con il libro.

Devo fare qualcosa.
Per favorire la buona sorte.
Mettermi giocare a pallacanestro.
Forse quella palla è maledetta.
L’ho trattata male.
Domani la faccio rimbalzare e tutto si risolve.
Direi di no.
Siamo nella polvere.
E
Tccccìììììììììì.

Un grande starnuto. Il polline dei fiori? Impossibile, in ottobre. Non era il polline. Era polvere. In mezzo alla stanza c’era un mucchietto di polvere.
“L’ho fatto io?” Il mucchietto crebbe di qualche centimetro.
“Interessante.”
La polvere cominciò a muoversi. Strisciava sul pavimento verso il mucchietto. E il mucchietto, lentamente, cresceva.
- Il vento - disse. Non c’era vento. “Il calore” pensò. “Il calore che sposta la polvere? Il magnetismo... L’elettricità?” La polvere migrava da sotto la tenda. Da sotto il tappetino. Da tutti gli angoli. Da dietro i libri. Da sotto il letto. Usciva e si accumulava nel mucchietto. Che diventò un mucchio adulto.
La polvere scorreva rasoterra, come sabbia spinta dal vento. Adesso passava da sotto la porta. Veniva dalle altre stanze.
Tutta la polvere di casa si stava accumulando in quel cumulo. Alto ora un metro e mezzo. Color grigio chiaro.
A un certo punto la polvere rallentò. Stava finendo. Probabilmente in casa non ce n’era più. Era tutta nella montagnetta. Alta circa come lui.
“Quanta ce n’era?” Il mucchio di polvere cominciò a modellarsi da sé. Prendeva forma. Partì dal basso, con i piedi. Poi le gambe, rivestite da larghi pantaloni di polvere. Una giacca... No, un cappotto. O meglio, una mantellina, di quelle di una volta.
Dalla polvere nasceva una figura umana. Come un fantasma, ma più consistente, color grigio chiaro. Scarponi, pantaloni larghi, mantella, sciarpa al collo... E la testa. Una testa grossa, con capelli grigi, lunghi e arricciati. E un cappello a tuba. Naso largo e lunghi baffi all’ingiù.
Sembrava un vecchio signore dell’Ottocento.
Non si muoveva. Nemmeno gli occhi. Due occhi severi sotto le sopracciglia cespugliose.
- Va bene - disse Leo - Sono stanco e vado a dormire - Si voltò verso il letto.
- Dove vai? - sentì alle sue spalle. Una voce soffiata, un po’ roca. Come un vecchio clackson.
“Cosa succede?” pensò. Probabilmente stava dormendo.
“Vado di là a dirlo? ... Ma come faccio, se sto dormendo?”
- Meglio ignorarlo - si disse ad alta voce. Si stese sul letto. Chiuse gli occhi.
- Ignorare chi?
“Ci risiamo.”
- Ignorare me?
“Non gli devo rispondere.”
- L’atto di ignorare ti renderebbe ignorante. - Questo no. Scattò sul letto.
- Senti - disse puntandogli il dito contro. - Vai a quel paese. - Poi si rannicchiò di nuovo - Ho già abbastanza pensieri.
- Quale paese?
- è un modo di dire.
- Sempre approssimativi, voi carnosi. Dite quel paese senza sapere che paese è.
- Chi sarebbero i carnosi?
- Quelli della tua specie.
- E quelli della tua?
- I polverosi.
“Sto facendo un sogno un po’ scemo” pensò.
- Anche tu con codesta storia del sogno. L’ultima volta fu in casa del dottor Pelucchi. Un carnoso trasandato che non si dava cura di pulire il pavimento. Nemmeno lui voleva ammettere che io fossi vero. E sai perché? Non voleva ammettere il proprio sudiciume. Come te.
- Aspetta… - disse Leo, mettendosi seduto sul letto - Accidenti, mi metto a parlare con un sogno.
- La vuoi capire che non sono un sogno?
- Va bene. Chi sei, allora?
- Pulvino. Un essere polveroso.
- Non può esistere una creatura vivente fatta di polvere.
- Voi carnosi, della vita sapete quasi nulla.
- Vado in bagno.
- Ti aspetto costà.
“Speriamo di no.”
In bagno, Leo passò il dito su lavandino e pavimento. Perfettamente puliti.
Tornò in camera. L’essere lo aveva aspettato.
- Va bene. Ti chiami Pulvino. Sei un polveroso. Adesso mi dici cosa vuoi.
Pulvino aggrottò le sopracciglia grigie, che parevano di lana.
- Non voglio niente. Ho semplicemente raccolto la polvere.
- Ok. Te ne vai?
- Una curiosità mi punge. Tu non abiti da solo, vero?
- Siamo in tre.
- Ah. E in tre lasciate accumular la polvere in siffatta maniera? Di sudici perdigiorno ne ho conosciuti, ma mai di tale stampo.
- Senti... è una storia lunga.
- Si dà il caso che stasera non abbia niente da fare.
- Non c’è speranza che tu te ne vada, vero?
- La tua cameretta è accogliente, una volta pulita.
- Mi sa che non ho scelta.
- Puoi cominciare il racconto.
- Però a bassa voce.

UN’ORA DOPO

- Sta ripassando la lezione.
- è vero - disse Cristoforo alzando gli occhi dal quaderno pieno di conti. - Senti quanto parla.
- Andiamo a dargli la buonanotte. L’abbiamo trattato male, prima.
Quando furono davanti alla porta della cameretta, non si sentiva più parlare. Dalla stanza veniva un pianto roco.
Bussarono.
- Perché piangi, Leo?
Nessuna risposta. Olivia e Cristoforo si guardarono, poi aprirono. Leo era seduto sul letto e non piangeva.
- Piangevi per noi, Leo?
- Vedrai che tutto andrà meglio.
- Non devi avere paura.
- Ti vogliamo bene, Leo.
- Certo - disse Leo.
Olivia e Cristoforo andarono a dormire, più tristi di prima.
Qualche minuto più tardi, mentre stavano per addormentarsi, sentirono un altro rumore. Qualcosa di vagamente simile a un rutto. Non ci fecero caso e dormirono.

IL MATTINO DOPO

Leopoldo Burli decise che aveva sognato.
Ma in casa non c’era un granello di polvere.
- Mamma - chiese mentre faceva colazione con mezzo biscotto. - Stanotte hai dato la polvere?
- Secondo te ho voglia di dar la polvere?
- Ok - disse Leo, e uscì.

Camminava sul marciapiede, disseminato di foglie secche.
“Forse dovevo dirglielo” pensava.
- Cosa?
- Che c’era qualcuno in camera mia. - Si fermò - Chi ha parlato?
- Io. - Si voltò di scatto. Dal marciapiede erano scomparse tutte le foglie.
- Sei cieco? - chiese la stessa voce, stavolta più lontana.
Pulvino era seduto su una panchina, davanti a lui. Sembrava più grosso e alto della sera prima. E anche con i baffi più lunghi. Sollevò il cappello.
- Buongiorno. - Sulla testa teneva un montarozzo di foglie secche.
- Va bene - disse Leo. Passò accanto a Pulvino, senza guardarlo, e prese a camminare veloce. Si accorse che Pulvino gli camminava dietro.
- Vai via - mormorò tra i denti.
- Allora sono un sogno?
- Sì.
- Se sono un sogno, perché il marciapiede ora è pulito? Perché tua madre e tuo padre udirono il mio pianto? Perché casa tua è priva di polvere?
Leo accelerò il passo. - Mi fai fare tardi a scuola.
- è vero. Scusa.
Leo continuò a camminare di buon passo.
- Volevo ringraziarti. - La voce di Pulvino era lontana.
“Di che?”
- Di avermi fatto piangere con il tuo racconto.
Poi Leo sentì un grande rutto. Molto più grande di quello della sera prima.
“Cosa diavolo...” Si voltò. Pulvino era scomparso. C’era solo il marciapiede deserto, e foglie secche che svolazzarono per un po’ e poi planarono a terra.
- Comincio a capire - disse Leo tra sé. - Costui digerisce la polvere.

A scuola rimase pensoso. Non ascoltava niente.
- Oh - disse Samir, - hai la faccia di uno che sogna.
- La mia?
- No, la mia. Cosa sogni?
- Niente.
- Un po’ di fantasia, su.
- Un sistema per far sparire la polvere.
- Ci vorrebbe da noi in Tunisia.
- Sssst - disse Ginevra dal banco davanti. Ginevra aveva venticinque videogiochi, la villa, l’idromassaggio, la sala cinema dentro la villa e un cavallo tutto suo.
- E chi parla? - disse Samir.
- Erano due mosconi - disse Leo.
- Silenzio - disse Giandoni di matematica.
- Sono Najar e Burli - Ginevra Malinverni parlava stridulo. Teneva lo smartphone sotto il banco e per cinque ore messaggiava a Elio Del Rusco, Terza Bi, campione di basket. Il problema era che Ginevra piaceva misteriosamente sia a Leo che a Samir, anche se li guardava entrambi come si guardano due fazzoletti pieni di moccio.
- Najar - disse Giandoni, - sai cosa devi fare. - Samir si alzò. Giandoni lo mandava in corridoio con vari pretesti, sperando che cambiasse scuola. Purtroppo per lui, Samir tendeva all’ottimo rendimento.
- Ma non è giusto - sussurrò Leo.
- Sssst. Altrimenti se la prende anche con te.

Ginevra trafficava rumorosamente con lo smartphone. Giandoni non le diceva niente.
Samir si affacciò alla porta.
- T’ho detto di stare fuori - disse Giandoni.
- Irene sta poco bene - disse Samir. - Sta lì seduta e si lamenta.
Irene, la bidella del primo piano, era solitamente allegra e non si lamentava mai, nemmeno quando doveva pulire 150 impronte fangose.
Uscirono tutti. Irene stava seduta appoggiata alla scopa, con aria imbambolata.
- Cosa ha fatto, Irene?
- Non lo so.
- è successo qualcosa?
- Prima, dico, dovevo pulire. C’era un dito di polvere.
- Un dito in piedi o un dito steso? - chiese Samir.
- Stai zitto - disse Giandoni.
- Il solito - sentenziò Ginevra guardando lo smartphone.
- Un dito steso, dico - rispose Irene indispettita. - Che poi non era proprio un dito. Un po’ di meno. Comunque prima di pulire vado di sotto a farmi un caffè, e quando torno... - Irene passò l’indice sul pavimento e lo mostrò a tutti - Dico. Non c’era più polvere.
- Non capisco.
- Chi ha pulito tutto quanto, mentre io prendevo il caffè? - gridò.
...............
- Perché non si riposa, Irene? - disse Giandoni.
Irene rimase seduta in corridoio. Samir le tenne compagnia anche durante l’Ora di Religione. Non aveva voglia di litigare con il prof su Dio e Allah.
“Il pavimento senza polvere” pensava Leo nella solitudine del suo banco.
Ginevra scrisse un sms al boyfriend: “Irene sta diventando xicolosa. Paura ke 1 di qs giorni fa una strage. Diko a papi ke la fa mettere in manikomio. tvukdb.”
Poi suonò la campanella.

In corridoio, Samir lo aspettava.
- Irene dice la verità. - Gli mostrò un ciondolo con un orecchino rosa simile a una gomma masticata.
Ginevra, mentre passava, strappò il ciondolo dalla mano di Samir. - Lo sapevo. Ti aspetta una bella denuncia, sai.
- Ma se te l’ho ritrovato - Ginevra si era già allontanata indispettita. - Mi devi un decimo del suo valore - le disse dietro. Tornò a parlare a Leo: - Ho ipnotizzato Irene. Ha ripetuto che non è stata lei a pulire il pavimento.
- Mi sembra ancora ipnotizzata - disse Leo. In quel momento squillò il telefono sul tavolo di servizio. La bidella si svegliò improvvisamente dal torpore.
- Sì? ... Glielo mando. Burli, ti vuole il Preside.
Leo dovette passare accanto a Ginevra, che si modellava la frangia davanti a uno specchietto.
- Vai a pagare la multa? - gracchiò. Il suo boy friend Elio Del Rusco arrivò con camicia aperta e passo da pistolero. Elio era uno e ottantacinque, ma parlava come un gatto dei cartoni animati.
- Chi si vede - miagolò. - Quello che scambiò il Preside per un canestro.

Il Capo Istituto era vestito così bianco da dar fastidio agli occhi.
Gli doleva ancora la caviglia per la caduta dalla bici. Così era nervoso.
- Burli, questo mese non avete pagato la MultiMulta. Dica ai suoi genitori di non fare i furbi. - Si mise a tossicchiare. - Cos’è questa polvere? - Una nuvoletta di polvere stava uscendo dall’armadietto del candido Preside.
Improvvisamente, dall’armadio partì un rutto. La nuvola di polvere scomparve. Il Dirigente Scolastico strabuzzò gli occhi.
- Siamo a questo punto, Burli?
“Cosa gli dico? Che è stato l’armadietto a ruttare?”
- Lei è un maiale, Burli. Si aspetti la bocciatura per cattiva condotta. Se ne vada. E ricordatevi la multa.
“Mi devo arrabbiare?” pensò Leo una volta fuori. Si incamminò verso casa.

(...)



 

Giuseppe Viroli http://www.teatro.it/profili/giuseppe_viroli_19061

 

 

Giuseppe Viroli è attore, autore e regista teatrale. È nato e vive a Cesena, tra collina mare piadina bicicletta e luoghi comuni romagnoli. Nella vita fa teatro, nel senso che lo interpreta lo scrive lo dirige, legge libri per le scuole, costruisce oggetti e pupazzi, disegna, elabora suoni e chi più ne ha (la sua compagnia è Teatro Distracci, per i curiosi). Nel lavoro passa indifferentemente da Rodari a Dostoevskij, con profonda incoscienza e pure capacità. Siccome gli piace inventare storie ad alta e bassa voce, ogni tanto sforna libri suoi. Negli ultimi anni, "La Fata Verdura" e "L'Omino di zucchero" (Edizioni SI) per l'infanzia, e il romanzo adulto "Ronzio" (Cicorivolta, 2013). Sensibile con moderazione al social media, potete trovarcelo dentro e dialogare con lui persino del calcio anni Settanta.

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