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Episodio tratto da "Quello che stavo portando"
IL CONCORSO
I manifesti
erano appesi sul corso principale del paese, vicino alla farmacia e allufficio
postale. Carta bianca, stemma della Repubblica in alto, caratteri neri
fitti. Mi fermai a leggerli senza sapere ancora che mi riguardavano.
Concorso per Allievi Ufficiali di Complemento.
Non era una chiamata eroica. Era unopportunità.
Avevo appena conseguito il diploma. Lavoravo presso un artigiano del paese
che mi teneva con sé più per generosità che per necessità.
Mi insegnava a installare impianti elettrici e idraulici, mi faceva salire
sulle scale, stringere raccordi, passare fili nei muri ancora umidi. Imparavo
un mestiere, ma sentivo che non sarebbe stato definitivo.
Ero stato giudicato abile al servizio militare di leva. La chiamata sarebbe
arrivata presto. Quindici mesi. In Marina. Obbligatori.
Anche lAUC ne prevedeva quindici. Quattro mesi a Roma per laddestramento,
undici in una sede da assegnare in base alla graduatoria finale. Nessuna
sede era prevista nel Sud. Negli ultimi undici mesi si percepiva lo stipendio
da ufficiale.
Stessi mesi del servizio di leva.
Ma con un grado.
Con una paga diversa.
Con la possibilità, nel frattempo, di sostenere altri concorsi.
Entrai in Comune per leggere il bando sulla Gazzetta Ufficiale. Era piegata
sul tavolo, come un oggetto neutro. Le norme non hanno enfasi: elencano
requisiti, termini, modalità. Dentro quelle righe cera un
passaggio possibile.
Decisi di provarci. Stavo già presentando domanda per tanti concorsi:
sarebbe stato solo uno in più.
La prova scritta si tenne a Napoli in unaula grande, con i banchi
disposti in file regolari e le finestre alte che lasciavano entrare una
luce bianca, invernale. Eravamo veramente in tanti e naturalmente non
ci conoscevamo. Ognuno teneva gli occhi sul proprio foglio come se guardare
laltro fosse già una forma di debolezza.
La prova consisteva in una batteria di quiz a risposta multipla. Una crocetta
sulla casella corretta. Il tempo era poco. Le domande molte.
Allinizio ragionavo su ciascun quesito. Leggevo, eliminavo le alternative
improbabili, cercavo la risposta esatta. Era il metodo che avevo sempre
usato. Funzionava. Ma richiedeva tempo e sangue freddo.
Poi alzai lo sguardo sullorologio posato sul banco: se avessi continuato
così non sarei arrivato in fondo.
Fu allora che notai una cosa. I fogli non erano nuovi. Erano stati utilizzati
prima. Le risposte precedenti erano state cancellate, ma si vedeva il
solco leggero lasciato dalla matita di chi mi aveva preceduto.
Unincisione sottile, alle volte chiara e alle volte appena percettibile.
Ma presente.
Esitai.
Laula era silenziosa. Si sentiva solo il rumore delle matite, qualcuno
che sfogliava, qualcuno che tirava su col naso o tossiva. Nessuno alzava
la testa. Nessuno avrebbe visto e capito nulla.
Mi chiesi cosa stessi facendo. Non cera nessuno da cui copiare:
la persona che aveva lasciato quelle tracce non era lì, non la
conoscevo, non sapevo se avesse risposto bene o male. Potevo seguire limpronta
di un errore. Potevo seguire quella di una risposta giusta. Non cera
modo di saperlo.
Ma non avevo più tempo per riflettere su ogni domanda. Il ritmo
lento mi avrebbe condannato allincompletezza. Decisi distinto
di seguire quei segni. E lo feci a raffica: crocetta su ogni traccia.
Senza più analisi, senza più ragionamento.
Non era copiatura. Non cera nessuno da cui copiare. Era affidarsi
a unimpronta lasciata nel foglio da qualcuno che non avrei mai conosciuto.
Un azzardo. Una delega silenziosa, involontaria, a senso unico. In qualche
caso si notavano due solchi: sceglievo quello più profondo.
Nonostante tutto terminai appena in tempo. Deposi la matita. Intorno a
me altri stavano ancora scrivendo, altri avevano già smesso. Nessuno
parlava. Ci chiamarono per sospendere le risposte e consegnare gli elaborati.
Tutti in piedi e in fila.
Uscii senza sapere se avevo fatto bene o male. Non sapevo neanche cosa
significasse, in quel caso, fare bene.
Quando più tardi arrivarono i risultati, avevo un punteggio sufficiente.
Ammesso al colloquio, ma non volevo ancora illudermi: rimanevano due scogli
più che seri. La visita medica e il colloquio. Lo scoglio vero
era il primo.
Non era la prima volta che affrontavo una visita medica militare. Avevo
già tentato il concorso da sottufficiale nellesercito. Come
tutti i giovani del mio paesello. Mi avevano scartato alla visita, senza
comunicarmi nulla: nessun referto, nessuna spiegazione, nessun dettaglio.
Abile o non abile. Era così, e non si poteva fare niente.
Chi aveva esperienza di quelle commissioni sapeva come funzionava davvero.
Per passare la visita medica e risultare idonei bisognava essere raccomandati.
Non cera altra via. Chi non riusciva a trovare una segnalazione
tornava a casa deluso, con un «non idoneo» che non spiegava
nulla e non ammetteva appello. Le norme dicevano una cosa. La pratica
ne diceva unaltra.
Una settimana prima di partire per Napoli per le prove, a Taviano, chiacchieravo
con Silvano. Un amico ragioniere che aveva appena terminato il servizio
militare e aveva aperto uno studio da consulente. Parlavamo del più
e del meno quando gli dissi dove sarei andato, tra poco, a sostenere il
concorso per AUC.
Si fermò.
«Dove hai detto che farai la visita?»
Glielo ripetei. La caserma a Napoli.
«Non ci posso credere. Ho prestato servizio proprio lì. Lavoravo
in ufficio, ero diventato il pupillo del capitano medico. Dammi i tuoi
dati. Lo chiamo adesso.»
Quella che sembrava una coincidenza se le coincidenze esistono
stava diventando qualcosaltro. Qualcosa di più utile.
Rimasi in silenzio mentre Silvano cercava il numero. Pensai a tutti quelli
che erano tornati a casa dopo la visita senza capire perché. Pensai
a me stesso, al concorso da sottufficiale, al «non idoneo»
ricevuto lanno prima senza spiegazioni. Forse la differenza, allora
come adesso, era sempre stata questa: non il corpo, non la salute. Il
nome giusto da fare al momento giusto.
La visita medica si tenne regolarmente il giorno stabilito a Napoli. Ci
fecero spogliare, pesare, misurare. Ci fecero leggere lettere su una tavola
illuminata, camminare su una linea, seguire con gli occhi una luce. Controllato
ludito sussurrando piano dallangolo opposto. Cera un
silenzio diverso da quello dellaula desame. Più freddo.
Più esposto. Eravamo corpi da valutare, non candidati da giudicare.
Poi arrivò lanalisi delle urine.
Ci consegnarono i contenitori e ci indicarono i bagni. Non era una richiesta
complicata. Ma io ero stato in bagno poco prima di entrare. Il corpo non
collaborava. Restai immobile per qualche minuto, in attesa di qualcosa
che non arrivava.
Cominciai a bere. Acqua dal rubinetto, abbondante, in mancanza daltro.
Aspettai. Bevvi ancora. Lattesa aveva una qualità diversa
da tutte le altre attese di quel giorno: era silenziosa, privata, assurda.
Potevo superare le prove scritte, reggere le marce, rispondere allo psicologo.
Non riuscivo a fare una cosa elementare.
In quel silenzio assurdo pensai a Silvano. Al capitano che forse, in qualche
ufficio di quella stessa caserma, aveva già letto il mio nome.
O forse no. Non cera modo di saperlo. E intanto il corpo continuava
a non collaborare. Ero rimasto solo io.
Poi si aprì la porta. Un inserviente in camice bianco si affacciò
con laria di chi sta già pensando ad altro:
«Il laboratorio chiude tra cinque minuti. Sono quasi le sedici.
Se non consegna il campione entro cinque minuti, deve tornare domani.»
Cinque minuti.
Avevo il treno prenotato per Lecce. Non avevo dove dormire a Napoli, non
avevo avvertito nessuno a casa, non avevo un piano alternativo. Tornare
il giorno dopo significava ricominciare tutto dallinizio.
Non so cosa successe in quei cinque minuti. Non so se fu la paura, lacqua
bevuta in fretta, o qualcosaltro. So solo che riuscii a consegnare
un campione un dito, appena sufficiente. Linserviente ritirò
il contenitore senza commentare. Chiuse la porta. Fine.
Fui giudicato abile. Lo seppi perché arrivò la comunicazione
per la partenza un mese dopo.
Fu grazie al capitano? Non lho mai saputo. Ma giurerei di sì.
Uno di noi fu fermato al controllo della vista. Un altro aveva una pressione
troppo alta. Altri furono giudicati non idonei per motivi sconosciuti,
che risultavano chissà dove, in qualche cartella clinica redatta
a discrezione. Aspettavano seduti su una panca, con unespressione
che cercava di non mostrare nulla. Io li guardai e pensai che forse ognuno
di noi aveva avuto il proprio momento invisibile in cui tutto stava per
finire. La differenza era che alcuni avevano avuto Silvano. E altri no.
Superato lo scoglio della visita, rimaneva il colloquio con lo psicologo.
Mi fece accomodare davanti a una scrivania nuda. Tirò fuori delle
tavole.
«Cosa vede in questa macchia?»
«E in questaltra?»
Non cercavo immagini complesse. Dicevo ciò che vedevo. Un organo
umano interno, una figura che si fronteggia. Un animale. Un movimento.
Annotava senza commentare. Girava le tavole con una regolarità
meccanica. Ogni silenzio sembrava pesare qualcosa.
Mi chiesi se stessi rispondendo nel modo giusto. Poi smisi di chiederlo.
Non cera modo di sapere cosa cercassero. Dissi solo quello che vedevo.
Alla fine mi guardò sopra gli occhiali:
«Idoneo.»
Una parola sola. Nessuna spiegazione. Rimisi il berretto e uscii.
Quando arrivò, la convocazione riportava un dettaglio preciso:
Caserma Rossetti, Cecchignola, Roma.
I quattro mesi di addestramento furono duri in un modo che non avevo previsto.
Non duri per le marce, né per il freddo delle camerate, né
per i letti di ferro che scricchiolavano a ogni movimento. Duri perché
richiedevano una forma di abbandono che non avevo mai praticato.
Bisognava smettere di pensare a se stessi come a un individuo. Il passo
doveva essere uguale per tutti. Se uno sbagliava, si ricominciava. Non
era punizione: era principio. Il corpo del reparto funzionava o non funzionava.
Non cerano gradazioni.
Le urla dei sottufficiali non erano rabbia. Erano metodo. Servivano a
sostituire il ragionamento con il riflesso, a fare in modo che il corpo
eseguisse prima che la mente potesse obiettare. Ci volle del tempo per
capirlo. Allinizio sembrava violenza. Poi sembrava logica. Alla
fine sembrava semplicemente il modo in cui funzionavano le cose. Avevano
un gergo tutto loro: «Vi faccio vedere i sorci verdi», ripeteva
sempre urlando il maresciallo addetto allarmeria.
Dormivo poco. Studiavo il giorno prima delle verifiche. Non per superficialità,
ma per una fiducia che non sapevo ancora se fosse incoscienza o metodo.
Era il 94° corso AUC. Superavo le prove intermedie senza eccellere,
ma con regolarità. Ogni volta mi sorprendevo, come se il risultato
fosse separato da me, come se qualcun altro lo avesse ottenuto.
Quando arrivò la graduatoria finale ero trentesimo su cento.
Non provai euforia. Provai sollievo, e poi, subito dopo, una forma di
attenzione acuta: dove mi avrebbero mandato?
Non cerano destinazioni al Sud. Le sedi venivano assegnate in ordine
di classifica. Fino al trentesimo posto tutti furono accontentati. Chiesi
Venaria Reale. Era a pochi chilometri da Torino, dove avevo già
vissuto per un lungo periodo e conoscevo quella geografia. Il mio nome
rientrava.
Accanto a me, mentre scorrevo la lista, cera Salvatore. Veniva da
Lecce, come me dal profondo Sud, aveva la stessa cadenza, la stessa ironia
lenta di chi è cresciuto con il sole addosso. Avevamo condiviso
la camerata per quattro mesi, le sere in libera uscita, le pizze a Roma,
il conto alla rovescia verso la fine del corso.
Era trentunesimo.
Lo vidi fissare la lista. Non si mosse per qualche secondo. Poi disse
una parola sola:
«Sardegna.»
Non aggiunse altro. Non cera altro da aggiungere. Rimase lì,
davanti al foglio, come se aspettasse che il numero cambiasse. Non cambiò.
Allora non cerano gli aerei low cost come oggi. Ogni rientro era
un viaggio lungo, complicato, costoso. Un traghetto, poi un treno, poi
un autobus. Unintera giornata per tornare a casa, e unaltra
per ripartire. Ogni licenza si riduceva alla metà.
Una posizione in graduatoria era una linea sottile tra vicinanza e distanza.
Tra poter tornare e dover restare. Tra il Salento che aspetta e unisola
che non conosci.
Ci salutammo quella sera. Promesse vaghe di tenersi in contatto, come
si fa quando si sa già che le distanze cambiano le cose. Non fu
un addio drammatico. Fu peggio: fu ordinario. Il tipo di separazione che
non ha una scena, solo un momento in cui uno prende una direzione e laltro
unaltra, e nessuno dei due si volta.
Quando partii per la sede assegnata non pensavo al grado. Pensavo alla
possibilità.
Non sapevo ancora che la vera prova non sarebbe stata lesame scritto,
né le marce, né le macchie dello psicologo.
Sarebbe stata la prima firma.
E il momento in cui qualcuno mi avrebbe chiamato non più per nome,
ma per funzione.
(...)
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