collana i quaderni di Cico
   

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titolo:"Quello che stavo portando"
autore: Quintino Botrugno
collana i quaderni di Cicoo
ISBN 978-88-32124-69-9
© 2026 - € 16,00 - pp. 168
In copertina, progetto grafico di Javier Guado.


Ci sono cose che portiamo con noi senza sapere quando abbiamo cominciato a farlo. Luoghi, volti, gesti, parole. Le scelte compiute e quelle mancate, gli incontri, il lavoro, gli affetti. E poi il tempo, che passa e cambia il significato di tutto.

(continua)


Opera selezionata al
Premio Internazionale
Città di Como 2026
- XIIIª Edizione
 
 


(segue)

In questo Romanzo a episodi, Quintino Botrugno ripercorre un’esistenza e, insieme, oltre mezzo secolo di storia italiana. Dall’infanzia nel Salento, in un mondo di terra rossa, cavalli, carri e fatica, all’emigrazione verso Torino; dagli anni della formazione e del servizio militare al lavoro nelle Ferrovie e poi nell’Amministrazione Finanziaria dello Stato, fino alla maturità e alla stagione in cui il tempo del fare lascia spazio a quello del ricordare.

Con una prosa limpida, concreta e attraversata da una sottile ironia, Quello che stavo portando racconta una vita senza celebrarla, cercandone piuttosto il peso e il senso.
Per scoprire, forse, che i conti dell’anima non tornano mai col pareggio di bilancio.


 

 


Episodio tratto da "Quello che stavo portando"

IL CONCORSO

I manifesti erano appesi sul corso principale del paese, vicino alla farmacia e all’ufficio postale. Carta bianca, stemma della Repubblica in alto, caratteri neri fitti. Mi fermai a leggerli senza sapere ancora che mi riguardavano.
Concorso per Allievi Ufficiali di Complemento.
Non era una chiamata eroica. Era un’opportunità.
Avevo appena conseguito il diploma. Lavoravo presso un artigiano del paese che mi teneva con sé più per generosità che per necessità. Mi insegnava a installare impianti elettrici e idraulici, mi faceva salire sulle scale, stringere raccordi, passare fili nei muri ancora umidi. Imparavo un mestiere, ma sentivo che non sarebbe stato definitivo.
Ero stato giudicato abile al servizio militare di leva. La chiamata sarebbe arrivata presto. Quindici mesi. In Marina. Obbligatori.
Anche l’AUC ne prevedeva quindici. Quattro mesi a Roma per l’addestramento, undici in una sede da assegnare in base alla graduatoria finale. Nessuna sede era prevista nel Sud. Negli ultimi undici mesi si percepiva lo stipendio da ufficiale.
Stessi mesi del servizio di leva.
Ma con un grado.
Con una paga diversa.
Con la possibilità, nel frattempo, di sostenere altri concorsi.
Entrai in Comune per leggere il bando sulla Gazzetta Ufficiale. Era piegata sul tavolo, come un oggetto neutro. Le norme non hanno enfasi: elencano requisiti, termini, modalità. Dentro quelle righe c’era un passaggio possibile.
Decisi di provarci. Stavo già presentando domanda per tanti concorsi: sarebbe stato solo uno in più.
La prova scritta si tenne a Napoli in un’aula grande, con i banchi disposti in file regolari e le finestre alte che lasciavano entrare una luce bianca, invernale. Eravamo veramente in tanti e naturalmente non ci conoscevamo. Ognuno teneva gli occhi sul proprio foglio come se guardare l’altro fosse già una forma di debolezza.
La prova consisteva in una batteria di quiz a risposta multipla. Una crocetta sulla casella corretta. Il tempo era poco. Le domande molte.
All’inizio ragionavo su ciascun quesito. Leggevo, eliminavo le alternative improbabili, cercavo la risposta esatta. Era il metodo che avevo sempre usato. Funzionava. Ma richiedeva tempo e sangue freddo.
Poi alzai lo sguardo sull’orologio posato sul banco: se avessi continuato così non sarei arrivato in fondo.
Fu allora che notai una cosa. I fogli non erano nuovi. Erano stati utilizzati prima. Le risposte precedenti erano state cancellate, ma si vedeva il solco leggero lasciato dalla matita di chi mi aveva preceduto.
Un’incisione sottile, alle volte chiara e alle volte appena percettibile. Ma presente.
Esitai.
L’aula era silenziosa. Si sentiva solo il rumore delle matite, qualcuno che sfogliava, qualcuno che tirava su col naso o tossiva. Nessuno alzava la testa. Nessuno avrebbe visto e capito nulla.
Mi chiesi cosa stessi facendo. Non c’era nessuno da cui copiare: la persona che aveva lasciato quelle tracce non era lì, non la conoscevo, non sapevo se avesse risposto bene o male. Potevo seguire l’impronta di un errore. Potevo seguire quella di una risposta giusta. Non c’era modo di saperlo.
Ma non avevo più tempo per riflettere su ogni domanda. Il ritmo lento mi avrebbe condannato all’incompletezza. Decisi d’istinto di seguire quei segni. E lo feci a raffica: crocetta su ogni traccia. Senza più analisi, senza più ragionamento.
Non era copiatura. Non c’era nessuno da cui copiare. Era affidarsi a un’impronta lasciata nel foglio da qualcuno che non avrei mai conosciuto. Un azzardo. Una delega silenziosa, involontaria, a senso unico. In qualche caso si notavano due solchi: sceglievo quello più profondo.
Nonostante tutto terminai appena in tempo. Deposi la matita. Intorno a me altri stavano ancora scrivendo, altri avevano già smesso. Nessuno parlava. Ci chiamarono per sospendere le risposte e consegnare gli elaborati. Tutti in piedi e in fila.
Uscii senza sapere se avevo fatto bene o male. Non sapevo neanche cosa significasse, in quel caso, fare bene.
Quando più tardi arrivarono i risultati, avevo un punteggio sufficiente. Ammesso al colloquio, ma non volevo ancora illudermi: rimanevano due scogli più che seri. La visita medica e il colloquio. Lo scoglio vero era il primo.
Non era la prima volta che affrontavo una visita medica militare. Avevo già tentato il concorso da sottufficiale nell’esercito. Come tutti i giovani del mio paesello. Mi avevano scartato alla visita, senza comunicarmi nulla: nessun referto, nessuna spiegazione, nessun dettaglio. Abile o non abile. Era così, e non si poteva fare niente.
Chi aveva esperienza di quelle commissioni sapeva come funzionava davvero. Per passare la visita medica e risultare idonei bisognava essere raccomandati. Non c’era altra via. Chi non riusciva a trovare una segnalazione tornava a casa deluso, con un «non idoneo» che non spiegava nulla e non ammetteva appello. Le norme dicevano una cosa. La pratica ne diceva un’altra.
Una settimana prima di partire per Napoli per le prove, a Taviano, chiacchieravo con Silvano. Un amico ragioniere che aveva appena terminato il servizio militare e aveva aperto uno studio da consulente. Parlavamo del più e del meno quando gli dissi dove sarei andato, tra poco, a sostenere il concorso per AUC.
Si fermò.
«Dove hai detto che farai la visita?»
Glielo ripetei. La caserma a Napoli.
«Non ci posso credere. Ho prestato servizio proprio lì. Lavoravo in ufficio, ero diventato il pupillo del capitano medico. Dammi i tuoi dati. Lo chiamo adesso.»
Quella che sembrava una coincidenza – se le coincidenze esistono – stava diventando qualcos’altro. Qualcosa di più utile. Rimasi in silenzio mentre Silvano cercava il numero. Pensai a tutti quelli che erano tornati a casa dopo la visita senza capire perché. Pensai a me stesso, al concorso da sottufficiale, al «non idoneo» ricevuto l’anno prima senza spiegazioni. Forse la differenza, allora come adesso, era sempre stata questa: non il corpo, non la salute. Il nome giusto da fare al momento giusto.
La visita medica si tenne regolarmente il giorno stabilito a Napoli. Ci fecero spogliare, pesare, misurare. Ci fecero leggere lettere su una tavola illuminata, camminare su una linea, seguire con gli occhi una luce. Controllato l’udito sussurrando piano dall’angolo opposto. C’era un silenzio diverso da quello dell’aula d’esame. Più freddo. Più esposto. Eravamo corpi da valutare, non candidati da giudicare.
Poi arrivò l’analisi delle urine.
Ci consegnarono i contenitori e ci indicarono i bagni. Non era una richiesta complicata. Ma io ero stato in bagno poco prima di entrare. Il corpo non collaborava. Restai immobile per qualche minuto, in attesa di qualcosa che non arrivava.
Cominciai a bere. Acqua dal rubinetto, abbondante, in mancanza d’altro. Aspettai. Bevvi ancora. L’attesa aveva una qualità diversa da tutte le altre attese di quel giorno: era silenziosa, privata, assurda. Potevo superare le prove scritte, reggere le marce, rispondere allo psicologo. Non riuscivo a fare una cosa elementare.
In quel silenzio assurdo pensai a Silvano. Al capitano che forse, in qualche ufficio di quella stessa caserma, aveva già letto il mio nome. O forse no. Non c’era modo di saperlo. E intanto il corpo continuava a non collaborare. Ero rimasto solo io.
Poi si aprì la porta. Un inserviente in camice bianco si affacciò con l’aria di chi sta già pensando ad altro:
«Il laboratorio chiude tra cinque minuti. Sono quasi le sedici. Se non consegna il campione entro cinque minuti, deve tornare domani.»
Cinque minuti.
Avevo il treno prenotato per Lecce. Non avevo dove dormire a Napoli, non avevo avvertito nessuno a casa, non avevo un piano alternativo. Tornare il giorno dopo significava ricominciare tutto dall’inizio.
Non so cosa successe in quei cinque minuti. Non so se fu la paura, l’acqua bevuta in fretta, o qualcos’altro. So solo che riuscii a consegnare un campione – un dito, appena sufficiente. L’inserviente ritirò il contenitore senza commentare. Chiuse la porta. Fine.
Fui giudicato abile. Lo seppi perché arrivò la comunicazione per la partenza un mese dopo.
Fu grazie al capitano? Non l’ho mai saputo. Ma giurerei di sì.
Uno di noi fu fermato al controllo della vista. Un altro aveva una pressione troppo alta. Altri furono giudicati non idonei per motivi sconosciuti, che risultavano chissà dove, in qualche cartella clinica redatta a discrezione. Aspettavano seduti su una panca, con un’espressione che cercava di non mostrare nulla. Io li guardai e pensai che forse ognuno di noi aveva avuto il proprio momento invisibile in cui tutto stava per finire. La differenza era che alcuni avevano avuto Silvano. E altri no.
Superato lo scoglio della visita, rimaneva il colloquio con lo psicologo.
Mi fece accomodare davanti a una scrivania nuda. Tirò fuori delle tavole.
«Cosa vede in questa macchia?»
«E in quest’altra?»
Non cercavo immagini complesse. Dicevo ciò che vedevo. Un organo umano interno, una figura che si fronteggia. Un animale. Un movimento.
Annotava senza commentare. Girava le tavole con una regolarità meccanica. Ogni silenzio sembrava pesare qualcosa.
Mi chiesi se stessi rispondendo nel modo giusto. Poi smisi di chiederlo. Non c’era modo di sapere cosa cercassero. Dissi solo quello che vedevo.
Alla fine mi guardò sopra gli occhiali:
«Idoneo.»
Una parola sola. Nessuna spiegazione. Rimisi il berretto e uscii.
Quando arrivò, la convocazione riportava un dettaglio preciso: Caserma Rossetti, Cecchignola, Roma.
I quattro mesi di addestramento furono duri in un modo che non avevo previsto. Non duri per le marce, né per il freddo delle camerate, né per i letti di ferro che scricchiolavano a ogni movimento. Duri perché richiedevano una forma di abbandono che non avevo mai praticato.
Bisognava smettere di pensare a se stessi come a un individuo. Il passo doveva essere uguale per tutti. Se uno sbagliava, si ricominciava. Non era punizione: era principio. Il corpo del reparto funzionava o non funzionava. Non c’erano gradazioni.
Le urla dei sottufficiali non erano rabbia. Erano metodo. Servivano a sostituire il ragionamento con il riflesso, a fare in modo che il corpo eseguisse prima che la mente potesse obiettare. Ci volle del tempo per capirlo. All’inizio sembrava violenza. Poi sembrava logica. Alla fine sembrava semplicemente il modo in cui funzionavano le cose. Avevano un gergo tutto loro: «Vi faccio vedere i sorci verdi», ripeteva sempre urlando il maresciallo addetto all’armeria.
Dormivo poco. Studiavo il giorno prima delle verifiche. Non per superficialità, ma per una fiducia che non sapevo ancora se fosse incoscienza o metodo.
Era il 94° corso AUC. Superavo le prove intermedie senza eccellere, ma con regolarità. Ogni volta mi sorprendevo, come se il risultato fosse separato da me, come se qualcun altro lo avesse ottenuto.
Quando arrivò la graduatoria finale ero trentesimo su cento.
Non provai euforia. Provai sollievo, e poi, subito dopo, una forma di attenzione acuta: dove mi avrebbero mandato?
Non c’erano destinazioni al Sud. Le sedi venivano assegnate in ordine di classifica. Fino al trentesimo posto tutti furono accontentati. Chiesi Venaria Reale. Era a pochi chilometri da Torino, dove avevo già vissuto per un lungo periodo e conoscevo quella geografia. Il mio nome rientrava.
Accanto a me, mentre scorrevo la lista, c’era Salvatore. Veniva da Lecce, come me dal profondo Sud, aveva la stessa cadenza, la stessa ironia lenta di chi è cresciuto con il sole addosso. Avevamo condiviso la camerata per quattro mesi, le sere in libera uscita, le pizze a Roma, il conto alla rovescia verso la fine del corso.
Era trentunesimo.
Lo vidi fissare la lista. Non si mosse per qualche secondo. Poi disse una parola sola:
«Sardegna.»
Non aggiunse altro. Non c’era altro da aggiungere. Rimase lì, davanti al foglio, come se aspettasse che il numero cambiasse. Non cambiò.
Allora non c’erano gli aerei low cost come oggi. Ogni rientro era un viaggio lungo, complicato, costoso. Un traghetto, poi un treno, poi un autobus. Un’intera giornata per tornare a casa, e un’altra per ripartire. Ogni licenza si riduceva alla metà.
Una posizione in graduatoria era una linea sottile tra vicinanza e distanza. Tra poter tornare e dover restare. Tra il Salento che aspetta e un’isola che non conosci.
Ci salutammo quella sera. Promesse vaghe di tenersi in contatto, come si fa quando si sa già che le distanze cambiano le cose. Non fu un addio drammatico. Fu peggio: fu ordinario. Il tipo di separazione che non ha una scena, solo un momento in cui uno prende una direzione e l’altro un’altra, e nessuno dei due si volta.
Quando partii per la sede assegnata non pensavo al grado. Pensavo alla possibilità.
Non sapevo ancora che la vera prova non sarebbe stata l’esame scritto, né le marce, né le macchie dello psicologo.
Sarebbe stata la prima firma.
E il momento in cui qualcuno mi avrebbe chiamato non più per nome, ma per funzione.


(...)

 

 
   


Quintino Botrugno
, giornalista pubblicista e laureato in Economia e Commercio, è nato a Taviano (Lecce), ha vissuto e studiato a lungo a Torino e da molti anni risiede in Valle d'Aosta. Dopo una lunga carriera professionale all'Agenzia delle Entrate, si dedica interamente alla scrittura, con una narrativa che intreccia le sue due radici, il Salento e la montagna valdostana. Ha all'attivo diversi romanzi in uscita per editori indipendenti e numerosi racconti premiati e inseriti in antologie. I suoi romanzi inediti hannoottenuto riconoscimenti in concorsi letterari nazionali.

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