i quaderni di Cico
 
 

 

 

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titolo: Da un'altra parte
collana i quaderni di Cico
autore Vieri Tommasi Candidi
ISBN 978-88-95106-35-9
©2008 - € 10,00 -
pp. 137
in copertina, illustrazione originale e copywrite di Emidio Giovannozzi


Dalla Napoli dei Quartieri Spagnoli alla Milano dei quartieri alti la strada è lunga e piena d'insidie. Tre voci narranti si combinano tra loro, dando vita a una prosa spaesante, mozzafiato, che ci afferra sin dal primo rigo e ci lascia andare, stremati, solo all'ultimo. Interazioni, slittamenti, movimenti senza tregua da una realtà all'altra, da un luogo mentale all'altro in continua sovrapposizione. Ciò che è vicino si allontana, ciò che è lontano si sta avvicinando. La trama crossover del secondo romanzo di Vieri Tommasi Candidi si compone come un affascinante e misterioso puzzle. Una strada vera e una metaforica s'intrecciano, trasportandoci in una dimensione profonda in cui il fuori e il dentro della realtà non sono poi così distanti. Storia d'amore, di disperazione, di sangue. Sangue del corpo. Sangue dell'anima. Storia di un passato che riemerge in tutta la sua crudezza e di un presente troppo doloroso per essere sopportato. Fino al colpo di scena finale che dona un nuovo senso a tutte le cose.

 


... e di Vieri Tommasi Candidi leggi anche il romanzo
"
Se un altro giorno esiste"

 

 
 


Brano tratto da
"Da un'altra parte"

(...)

- Pronto, Anna?
- Sì, sono io.
- Le sei e mezza. Ti ho svegliata, scusami, ma sto bollendo.
- Dormito? Come no, non ho chiuso occhio tutta la notte e ho fumato come una turca. Sto da cani.
- Novità, sì, ma non quelle che credi. Non te le puoi neanche immaginare.
- No, non ha chiamato.
- A volte lo fa. Mi secca pressarlo, insomma, mi sembra di essere la mammina che…
- No, no, lascia perdere questo ora, ascoltami: ieri sera sono andata a trovare la nonna.
- No, non scherzo, la madre di lei, la mamma terribilissima della terribile mamma.
- Credici perché quello che devo dirti è ancora più incredibile.
- Come?, prima mi dici di buttarmi e poi mi dai di pazza?
- E’ colpa tua, sei tu che mi hai messo il tarlo e dal momento che avevo il tarlo che senso aveva aspettare?
- Sì, così, detto e fatto. A volte penso che tu mi sottovaluti.
- Certo che ho paura che possa venire a saperlo ma almeno il gioco è valso la candela e comunque da come è andata credo che non fiaterà.
- Non è stato difficile, ho chiesto a Roby il nome di Maddalena da ragazza. Per fortuna lo sapeva: Carré. Io non so come faccia a ricordarsi tutto. E poi a forza di telefonate sono risalita ai nonni.
- Sì, abita ancora a Milano, Agnese Carré. Da quando si trasferirono qua non sono più tornati a Bologna.
- In via Uruguay, vicino al Cimitero Maggiore.
- Viva e vegeta più di me e te, dovresti vedere che pellaccia, Anna.
- No, il marito è morto. Non ha mai saputo nulla.
- No, non l’ho avvertita, non volevo darle il tempo di prepararsi. Sono andata diretta e le ho suonato il campanello. Al citofono le ho detto che ero la compagna di suo nipote e che avevo bisogno di parlarle.
- All’inizio ho avuto paura che non mi aprisse, non faceva che ripetere che non mi conosceva, che era anziana, che al giorno d’oggi, bla-bla-bla, insomma la solita solfa dei vecchi, ma io furbetta le ho detto che avevo notizie importanti, e allora mi ha aperto subito. Salgo su e mi trovo davanti una tipa tra gli ottanta e i novanta.
- Brutta, Anna, naso grosso, ovale squadrato, mascolino, labbra fini, va bene l’età, ma quella era brutta anche da giovane, te lo dico io, e comunque niente a che vedere con la figlia. Vattelappesca perché da una così è nata una dea. Forse il nonno era meglio.
- Sì, entro dentro e l’appartamento è esattamente come lei: squallido, desolato, come fosse disabitato da anni. Il cellofan sui divani, neanche un quadro, un soprammobile, mura bianche, sporche, e solo una foto del marito su un mobiletto nel corridoio. Fine, stop. Non un’immagine dei figli, dei nipoti, dei genitori. Ho sbirciato anche in camera da letto, niente neppure lì.
- Sì esatto, come di una che abbia voluto rompere tutti i ponti col passato.
- Poi ci siamo sedute in una cucina che puzzava di cavolo nero, le ho chiesto se potevo fumare e lei ha alzato le spalle. Mi ha domandato come stava suo nipote. Gliel’ho detto. Lì ha capito che non venivo a portarle notizie fresche e ha cominciato a fissami fredda, inespressiva. Allora ho cercato di rimanerle simpatica, ho iniziato parlando del più e del meno, le ho raccontato quello che sapevo della famiglia, e poi a bruciapelo le ho chiesto se potevo farle alcune domande perché c’erano delle cose che proprio non mi tornavano.
- Sì, forse ho sbagliato, avrei dovuto andarci più cauta, tanto che manca poco mi sbatta fuori di casa. Il migliore epiteto che mi sono beccata è stata “ficcanaso”, giusto per darti un’idea. Comunque ho cercato di mantenermi calma e le ho allungato un mio biglietto da visita insieme alla viva raccomandazione che se avesse cambiato idea eccetera eccetera. Per fortuna, mentre mi spingeva letteralmente fuori, mi è venuto in mente di dirle “Mi chiami, signora, la prego, a volte fa bene parlare con qualcuno...”. Figurati, Anna, l’occhiataccia che mi ha tirato. Torva, cattiva, però anche impaurita.
- Me ne sono tornata a casa pesante sotto un cielo opprimente, grigio, afoso. Ripensavo a quella faccia di zolla, a quello sguardo cattivo, e nonostante il caldo mi sentivo gelare. Mi sono preparata una cenetta da zitellona, ho mangiucchiato di malavoglia, stavo per andare a letto quando verso le dieci e mezza arriva una telefonata. Vado a rispondere e sento una voce bassa, roca: era lei. Mi dice che non può dormire, che da quando mi ha visto si è agitata tantissimo, che ha anche avuto paura le stesse venendo un infarto, insomma, prendo la palla al balzo e la supplico di aspettarmi, ché sarei arrivata subito. Esco fuori, salto in macchina, nel mentre comincia a piovere, visto che uragano ieri sera?
- Sì, be’, ritorno in via Uruguay. Suono, entro, lei mi aspetta sull’uscio impaurita, scossa. “Venga, signorina, venga” mi dice. Prima non vedeva l’ora che andassi via, ora non vedeva l’ora che arrivassi. Di nuovo in cucina. Si lascia cadere su una sedia, lo sguardo basso. Senza chiederle il permesso mi accendo una sigaretta e la fisso, adesso ero in vantaggio io. Quella comincia con tutto un brontolio sibilante da asmatica, mi dice che da quando ha parlato con me non può liberarsi da un groppo qui, ma non indica la gola, Anna, indica il cuore. Io zitta, immobile, la osservo tranquilla con un sorriso di pietra. La voglia era di prenderla a schiaffi, ma mi volevo giocare bene la mano. Aspetto che arrivi al punto, quella tergiversa un po’ e alla fine mi dice “Lei è forte, signorina?”, io la guardo fissa senza risponderle, “Lei non può neppure immaginare... non ci si può immaginare una cosa simile”, e io “A volte fa bene parlare con qualcuno” e poi zitta, una sfinge. Quella mi guarda e dice “Non è servito cambiare città, mi ha inseguita, braccata. Mio marito decise il trasferimento della sua azienda da Bologna a Milano, sa, maggiori opportunità di lavoro, il nuovo polo produttivo, e per me fu come manna dal cielo, anche se dubito che esista. Ma mia figlia non mi mollò. Stefano, che era impiegato presso l’azienda di mio marito, era indeciso, sarebbe rimasto volentieri anche a Bologna, avrebbe trovato un altro lavoro, però lei riuscì a convincerlo a trasferirsi a Milano. Una donna sa come fare, è capace di tutto quando vuole raggiungere il suo scopo. Si figuri, poi, una bella e furba come lei. Credo abbia speculato sulla morte di suo padre, capisce cosa voglio dire? Chi avrebbe ereditato l’azienda dopo il trapasso se non il genero? Una vera meschinità. Mio marito non stava bene da tempo, soffriva di cuore, e infatti poco dopo ci lasciò. Quella buonanima si risparmiò il male. Ci crede se le dico che fui contenta che se ne fosse andato? E Dio mi è testimone di quanto l’ho amato… Ma questo non ha più importanza, niente ha più importanza”. E qui si alza e sparisce nel corridoio. Io penso: ma che?, è andata a suicidarsi? Sì, figurati, una pelle come quella... Dopo un po’ torna con in mano una busta e mi fa “L’avevo nascosta così bene che non mi ricordavo più neanche dov’era” e la sbatte sul tavolo come se le bruciasse tra le dita. “Tenga, la prenda lei, io la conosco a memoria, potrei ripeterle parola per parola anche a ottantaquattro anni suonati. La legga e si diverta, lì c’è scritto tutto quello che c’è da sapere, la mia colpa e la colpa di tutti quelli che ce l’hanno. Ma non creda lo faccia per mia figlia. Quello che ho fatto lo rifarei cento, mille volte. Fui costretta a prendere un’amara decisione. Comunque avessi scelto avrei fatto del male a una persona cara. No, non lo faccio per lei, né per giustizia, una parola che non vale niente, lo faccio per mio nipote, l’unico vero innocente di questa brutta storia. Un uomo buono che è sgusciato fuori come un genio ignaro da una lampada corrotta. Solo per lui, signorina, solo per lui, e ringrazio Iddio che abbia trovato una ragazza come lei. Ne faccia buon uso, signorina. Mi auguro che possa renderlo finalmente felice». Giuro che non me l’aspettavo, Anna. Mi sono alzata e l’ho abbracciata...
- Sì, giuro, in quel momento le ero grata, anzi, quasi quasi le volevo bene. Siamo rimaste così un paio di minuti, io e la vecchia, timorose di lasciarci e di ritrovarci di nuovo sole. Poi mi faccio coraggio, le carezzo la faccia incartapecorita e me ne ne vado.
- Pioveva a dirotto, schizzo in macchina mezza fradicia e vai col terzo pacchetto di Marlboro. Col cuore a mille apro la busta e inizio a leggere la lettera della figlia alla madre. Tre, quattro, cinque volte. Come una cretina sono rimasta lì, in via Uruguay, in mezzo al temporale, a piangere per ore. A un certo punto non distinguevo più lacrime e pioggia, mi sembrava che l’acquazzone fosse la proiezione esterna della tempesta che avevo dentro. Piangevo io, il cielo, tutta Milano piangeva. E’ stato terribile, ma paradossalmente anche bello, capisci? Poi però la pioggia è diminuita e io mi sono sentita sola, terribilmente sola. Sono tornata a casa, ho cercato di dormire ma niente. Sono stanca morta ma tanto so che non chiuderò occhio finché non ne parlerò con te.
- No, ti prego, vediamoci prima.
- Lo so, gli appuntamenti... ti prego...
- Sì? Davvero? Oddio, sei eccezionale, un amore.
- All’una è perfetto, solito posto, a dopo.

(...)

 

 

Nato nel 1966 a Firenze, Vieri Tommasi Candidi vive da una decina d'anni tra le colline del Chianti. Ha pubblicato i romanzi Là oltre la fine del giorno, (Carlo Zella Editore) e "Se un altro giorno esiste" (Cicorivolta, 2015).