temalibero
 
 

 


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titolo: "Parole di silenzio"
collana
temalibero
autore: Maurizia Torza
Prefazione di Antonella Baldini
ISBN 978-88-32124-18-7
€ 12,00 - pp.104 - © 2020
In copertina, fotografia di Agnese Bertoletti.


"L'androne di un gelido cimitero, che incute paura, raggela al suo ingresso e ci fa provare il brivido della dipartita come se davvero ci accostassimo ad essa, si apre su un panorama umano caldo, delicato e variopinto.Tanti spaccati di vita, tante piccole e grandi storie delineano personaggi di un passato a noi ancora così vicino. Sono le donne a parlare, ad interloquire con l'autrice. Di loro rimane solo un'effigie, corredata da un monotono epitaffio che ne acclara le virtù morali di mogli devote e di madri, ignorandone, o forse celando, la loro vera essenza..."

(Dalla prefazione di Antonella Baldini)



 

 

 

Brano tratto da "Parole di silenzio".

Il lungo androne, con volta a botte, è alto almeno dieci metri ed è uno dei quattro bracci di una croce greca, il cui incrocio è sormontato da una cupola ottagonale.
Nella parte più alta è stato malamente fissato un telone di rete, per proteggere dai nefasti piccioni, amanti di quegli alti ricoveri, i cornicioni a bassorilievo, i decori a foglie d'acanto, le eleganti lesene.
Le rigorose pareti, scandite da semipilastri addossati alle murature, sono divise a riquadri di lastre marmoree con vecchie incisioni, fotografie smunte e lampade dalla tenue luce, piccoli vasi con fiori freschi, i più di plastica impolverata e stinta.
Il pavimento bianco e grigio a disegni geometrici allunga la prospettiva in un'infilata, che esalta la maestosità del luogo.
Qui sono circa quattromila le colombaie, tra il pianoterra e il sottosuolo, inquietante davvero, accessibile con strette scale a chiocciola e mai illuminato da luce diurna.
Un identico tempio cruciforme sorge nel campo adiacente.
Nello spazio tra le due imponenti architetture neoclassiche, una possente chiesa-padiglione in marmo botticino; poi, tombe a terra con monumenti più o meno arricchiti da angeli, croci, catene spezzate, madri e mogli dolenti, statue di teneri giovinetti e austeri mezzibusti maschili in pietra o marmo, inscuriti dalle intemperie e dal tempo.
Il fascino biancastro e gelido del luogo si stempera appena nelle stagioni calde, ma l'atmosfera resta sempre permeata di un'umidità che penetra nel cuore, anche ora che la sofferenza provata dalla donna nelle visite ai suoi cari, sepolti lì, si è, col tempo, mitigata.
Lei si reca in quel cimitero, quando può, a salutare i parenti perduti, ma le capita, ultimamente, di guardarsi anche intorno, attratta dal richiamo severo delle altrui sepolture.
E' piano piano aumentata in lei la curiosità per gli sconosciuti sepolcri, che attraverso le epigrafi raccontano in sintesi scarne fino all'osso, o talvolta più articolate, delle vite finite lì, le une accanto alle altre per sempre.
La donna ha cominciato a leggerle, ad osservarle senza fretta, assecondando suggestioni che le pareva a tratti di avvertire, attratta soprattutto dalle tombe con nomi femminili.
Le lastre dell'androne di sinistra , da cui il suo percorso prende le mosse, datano, in gran copia, primi del Novecento ed esibiscono fregi liberty, altre disegni più geometrizzati già elegantemente deco; alcune, spoglie, comunicano solo il nome e l'età della defunta, altre righe e righe di imperituro rimpianto.
Lei comincia dapprima ad osservare la decorazione delle lapidi, così varia e ricca nel repertorio, da non proporre mai iconografie uguali.
Quindi, legge le iscrizioni e le date di nascita e di morte di coloro che giacciono lì.
Infine, osserva le fotografie.
Mossa da curiosità mista a compassione, d'un tratto, sente il bisogno di affrontare un viaggio di ricerca delle storie delle donne che riposano lì, delle verità e delle false convenzioni che celano iscrizioni ed immagini.
Guidata dalla speranza di capire di più, di sentire di più, avverte una tensione, un'energia, un'emozione che la spingono a parlare a quei volti incorniciati e a chiedere di confidarle delle loro esistenze. Sente di poter squarciare quel velo invisibile, ma impenetrabile, che protegge il mondo dei morti da quello dei vivi e viceversa.
Forse potrà dar loro, se lo vorranno, la possibilità di dire qualcosa in più su vite terrene passate, finite e dimenticate da chi non porta più su quelle tombe nemmeno un fiore.
- Chi siete davvero? - chiede sottovoce, quasi a non voler essere troppo invadente.
- Chissà se qualcuna di voi vorrà mai svelarmi la propria storia, chissà se avreste desiderio o nostalgia di ricordare le vostre vite. Chissà se vorreste mai parlare con me, come io vorrei parlare con voi.

(…)



 


Maurizia Torza
è nata a Cremona. Si è laureata in Lettere Moderne e specializzata in Storia dell'Arte. Ha svolto attività di ricerca presso il Dipartimento delle Arti Visive di Bologna, collaborato all'organizzazione di mostre e pubblicato recensioni e saggi su riviste specialistiche. A Ferrara, dove vive, è stata per trent'anni docente di Storia dell'Arte presso il Liceo Ariosto. Per Cicorivolta ha pubblicato, nel 2018, la raccolta di racconti "
Nuvole di pietra". Questo è il suo secondo libro.

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