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titolo: "QUADRO A RETE"
collana temalibero
autore Ione Vernazza
ISBN 978-88- 95106-80-9
€ 13,00 - pp.259 - © 2009 in copertina,"Tutto resta uguale" by Ramingo.


Jonella convive da anni con un dolore:
la scomparsa misteriosa della sorella Irene.
L'unica sua compagna di vita è la fedele gatta Carolina.
Il fortuito incontro con frate Luciano, e il suo cane Dylan, la porterà, seguendo le illuminazioni trasmesse da uno spirito guida, a risolvere passo dopo passo l'enigma che si porta nel cuore.
Sarà questa, per lei, l'esperienza fondamentale e l'avventura del destino: in breve tempo riuscirà infatti a riallacciare intensi rapporti con vecchie amiche d'infanzia e a impostare legami profondi che arricchiranno la sua nuova vita.


(Il romanzo è ambientato tra Milano, Nizza e Porto Maurizio. Attardatasi oltre l'orario di chiusura, Jonella si ritrova prigioniera all'interno del Cimitero Maggiore di Milano. Ha con sé la sua gatta Carolina…)

 

 

leggi l'articolo de LA PREALPINA

leggi l'articolo di VARESE MESE

 

 

... e di Ione Vernazza, leggi anche Cerchio a metà - IL TROMBAMICO e OTORUT ...

 

 

Brano tratto da "QUADRO A RETE"

(...)

La torcia illumina il dorso di Cheri che si è avventurata lungo il corridoio, la donna solleva le borse, accosta il più possibile la porta di ferro allo stipite, raggiunge la gatta e insieme seguono il cono di luce.
Jo nutre il timore che la luce della torcia si stia indebolendo; si ferma e ispeziona affannata le altre due riposte all’interno della borsa da trasporto del gatto… Sono scariche.
A quel punto, Jo vorrebbe desistere e ritornare verso la luce amichevole dei lumini rossastri, ma la gatta è sparita al di là della svolta. La ragazza la chiama, la insegue e si trova dinnanzi a una biforcazione. Sul muro spiccano due indicazioni sbiadite, a caratteri enormi, in grassetto, simili a quelli che una volta contraddistinguevano i muri delle vecchie fabbriche; quella con scritto cappella conduce a sinistra, e Jo distingue dei gradini in salita.
L’altra invece porta a deviare leggermente sulla destra ed è composta da due parole: la prima è “Certosa”, la seconda “Monumentale”.
Jonella, concentrata a visualizzare ogni particolare, non crede ai suoi occhi e respira profondamente… Ripensa ai racconti di sua sorella, maggiore di lei di quasi vent’anni: quand’era un’adolescente, per necessità di famiglia, Irene era stata rinchiusa tre anni come interna in collegio a Parma, in un palazzo antichissimo, dove, in occasione di alcune festività, venivano organizzate avventurose cacce al tesoro.
Le collegiali, munite di torce e divise in drappelli, potevano scendere nei sotterranei. Lungo l’itinerario, illuminato da fiaccole nei crocevia, si scorgevano ingressi di gallerie buie, sbarrati da robusti cancelli di ferro muniti di serrature adatte alle enormi chiavi tipiche degli edifici vecchi di secoli.
All’imbocco di tutte le gallerie e dei relativi cancelli, sulle pareti imbiancate a calce, le educande potevano leggere, sempre in nero e in stampatello, l’indicazione dei luoghi cui conducevano: Palazzo Ducale, Duomo, Battistero, Palazzo dell’Università, Ospitale…
La madre portinaia portava d’abitudine un mazzo di chiavi appeso alla cintola per consentire l’accesso all’altana, alla sala del televisore, del teatro. Invece le chiavi dei sotterranei non venivano custodite in portineria: le teneva in consegna la madre superiora in persona, nascoste in un luogo segreto.
Un tempo, quelle gallerie costituivano un sistema di comunicazione che consentiva fughe strategiche, oppure offriva ai malintenzionati un mezzo ottimale per nuocere.
La portinaia asseriva che pertanto nel corso dei secoli quei cunicoli erano stati tutti murati: infatti l’aria là sotto odorava di chiuso e le torce ardevano con difficoltà. Se fosse dipeso da lei, avrebbe proibito di accenderle, e di correre rischi in stupide cacce al tesoro.
Ma la Superiora aveva conseguito due lauree, amava le feste e impressionare le menti immature di ragazzine già inclini di loro a eccessive fantasticherie!
La portinaia agitava l’enorme anella con appese le chiavi, e Irene ascoltava rapita commenti e racconti di quella suora anziana, una specie di nonna severa nei confronti delle educande; più avanti nel tempo, Irene li aveva tramandati alla piccola Jo, la sorellina arrivata a sorpresa. Dopo il matrimonio Irene era andata a vivere a Porto Maurizio, in Liguria. Jonella la incontrava soprattutto d’estate, quando i suoi genitori partivano abitualmente con i soci del loro circolo per il viaggio annuale, cui non venivano ammessi figli e nipoti.
Per Jonella si trattava del periodo più atteso e intenso dell’anno. Da Milano la bambina si trasferiva nel borgo di mare sulla collina, sua sorella era in ferie, a disposizione, e ogni anno Jo le chiedeva di rinnovellare i lontani trascorsi da collegiale: la sorellina, abituata a vivere in appartamento in città, era affascinata dai particolari, ogni volta più ricchi, che riguardavano il vecchio palazzo, corridoi, sale e salette, refettori, camerate… E, soprattutto, i sotterranei.
Jonella ripensa alla permanenza di Irene in collegio: quando la torcia era scarica, per attraversare la camerata e recarsi in bagno, la ragazzina era costretta ad accontentarsi del lume tremulo di una candela.
Per la prima volta Jo trova la forza di sorridere su ciò che le sta capitando: non esistono reali pericoli. È sufficiente usare una certa cautela e immaginare di partecipare a una caccia al tesoro un po’ solitaria ma originale, organizzata dal caso; il premio consiste nel guadagnare l’uscita dal cimitero senza incappare in grane legali o pagare una multa considerevole.
Jo è più rilassata, poi vede la gatta riemergere di corsa dal buio, oltrepassare il cono di luce proiettato a terra, correre verso i gradini in direzione della cappella, infine salirli altrettanto di corsa scomparendo nuovamente alla vista.
La ragazza quasi si arrabbia: Carolina è troppo imprudente. Le starebbe d’incanto trovare l’accesso sbarrato, nello scendere andrebbe senz’altro più adagio!
Per prudenza, Jo decide di abbandonare quanto prima quelle stupide scatole scariche e di ricoverare con urgenza la gatta all’interno della borsa di stoffa.
Lungo la scala la torcia illumina ancora abbastanza nitidamente i gradini che salgono; a giudicare dal dislivello fra il sottosuolo e l’altezza del pavimento della cappella, la ragazza pensava che fossero molto più ripidi.
Dopo aver superato due pianerottoli ad angolo Jo scorge la gatta che aspetta impaziente in cima all’ultima rampa; la ragazza si affretta a salire. Nel deporre a terra la torcia per accingersi ad afferrare la gatta, illumina una seconda porta, la cui maniglia si abbassa con facilità; Jonella entra nel retro della cappella e riconosce il locale che funge da sagrestia.
Nel fondo, su un tavolino dove è collocato il registro per prenotare le messe commemorative, la lampada da tavolo è accesa… strano!
Mentre non se l’aspetta, Jo finalmente agguanta la gatta da sotto la pancia, poi, incurante del soffocato miagolio di protesta, la rinchiude subito nella borsa già aperta a terra: vista la luce accesa, Jo preferisce ispezionare l’ambiente da sola.
Dai battenti socchiusi della porta di separazione si scorge il chiarore dei lumini votivi accesi all’interno della cappella, tutti elettrici.
Ma Jonella è sicura che poco prima, quando era all’esterno e si dissetava alla fontanella, dalle molteplici finestrelle a feritoia inserite vicino alle porte d’entrata non trasparisse la minima luce.
La ragazza si accosta quasi in punta di piedi alla porta di separazione con la sagrestia, la apre a metà, ma la luce dei numerosi lumini accesi alla sua destra le impedisce la visuale completa dell’interno della piccola chiesa.
Si tratta di un unico ambiente a forma ovale nel fondo, privo di confessionali, che creerebbero zone d’ombra aggiuntive; continuando la perlustrazione, Jo si accorge dell’esistenza di un grosso fagotto posizionato all’interno di uno dei banchi con gli schienali a parete addossati all’intero perimetro oltre l’altare.
Guardando ancor meglio, Jo capisce che il fagotto in realtà è una persona seduta e vestita di scuro, col cappuccio che copre e cela la testa chinata.
La figura resta immobile, mentre dal fondo del banco sta sbucando qualcosa: sono occhi, puntati verso di lei… Appartengono a un muso di cane, che si è alzato e si dirige nella sua direzione.
Man mano che l’animale si sta avvicinando, la ragazza si irrigidisce, avendo cura di rilasciare le braccia e mostrare le palme delle mani aperte; il cane le si ferma davanti, non sembra aggressivo.
È un vecchio pastore belga color pepe e sale, dal muso punteggiato di peli bianchi e dagli occhi leggermente velati di chi è molto anziano.
Il cane scopre i denti senza ringhiare e Jo intuisce che l’animale a suo modo le sta sorridendo; scodinzola e le fiuta le mani con insistenza, sentendo di certo l’odore del gatto.
Infatti alza il muso e l’olfatto lo guida nel locale oltre la porta, dove il cane si accosta guardingo alla borsa da cui Carolina ha iniziato a emettere un minaccioso brontolio di avvertimento.
Jo si è ripresa dallo spavento e si è voltata; appena in tempo per veder comparire dalle fessure della griglia di stoffa una zampetta chiara, bordata di nero e con gli artigli spianati. La gatta colpisce il cane sul naso, e il cane compie un balzo all’indietro emettendo un acuto guaito.
Subito dopo, il legno del banco scricchiola, poi si sente cadere qualcosa; dietro le spalle, Jonella ode avvicinarsi dei passi, insieme a un cadenzato rumore metallico.
La figura vestita con un saio scuro ha calato il cappuccio e si inginocchia di fianco al pastore toccandogli il muso. «Mio povero Dylan, coraggio, fammi vedere... no, no, si tratta di un graffietto da niente, è sufficiente disinfettare; e lei, mi vuole spiegare come diavolo ha fatto a introdursi qui dentro… a quest’ora?». Dall’interno della borsa di stoffa Carolina continua a emettere gnaulii furibondi, l’uomo allunga un braccio e con cautela avvicina la mano alla fonte di tanto rumore.
«E per quale motivo tiene un gatto rinchiuso? Sembra una belva. Il mio cane è libero, e mansueto. Non mi risponderà che è per rispetto del luogo! Lei ha voluto introdurre l’animale nel cimitero, contro la legge. Il cane per me è indispensabile, mentre non credo che un gatto le possa servire da guida… Adesso mi spiegherà».
L’uomo si rialza, si raddrizza, è altissimo. Il cane si limita a respirare affannato, con la lingua a penzoloni. La gatta si ostina imperterrita a emettere i suoi brontolii e Jonella capisce che l’uomo deve avere problemi alla vista: in quel volto, piacevole nonostante i tratti severi, i grandi occhi color marrone scuro, quasi nero, appaiono fissi e inespressivi.
Che strano, quell’uomo è un religioso, eppure, per intercalare, ha detto “come diavolo”, e ha anche invitato il suo cane, che non è l’usuale pastore tedesco, a lasciargli “vedere” il graffio sul naso… Saranno dei lapsus, a causa dell’agitazione, oppure quell’uomo era frate e anche cieco da poco tempo, perciò non aveva ancora perduto le vecchie abitudini nel modo di esprimersi.
Dall’abito si può e si deve dedurre che quell’uomo è un frate, sembra cieco davvero perciò la ragazza vuole fidarsi. «Padre, è molto semplice, mi è sfuggito l’orario, c’è in corso uno sciopero e il lucchetto della porta d’ingresso dai sotterranei era aperto; quanto al gatto, mi dispiace, ho trasgredito. Ma solo a metà, infatti l’avevo rinchiuso dentro la borsa. Avrei voluto avvisare qualcuno, però il cellulare mi si è scaricato; lei Padre, piuttosto, dovrebbe chiudere meglio. Da sotto potrebbe entrare chiunque. E poi, a quest’ora, perché se ne sta al cimitero e invoca il diavolo in chiesa?».
Jonella arrossisce: pur di non ammettere un’eventuale parte di torto sta facendo la predica a un uomo che dovrebbe essere un frate, e in quanto tale, in quel luogo, avrebbe il pieno diritto di adirarsi con lei.
L’uomo non si altera, al contrario ride. «Il mio nome è Padre Luciano, e il suo…? Ah… bel nome, predispone a sperare di trovarsi di fronte a una persona gioviale.
E che cosa conta di fare? Dica, non abbia timore…

(...)



 

Ione Vernazza è nata a Parma. Laureata in Lettere, divide la propria residenza fra la Liguria e la Lombardia. Ha scritto e pubblicato numerosi racconti e quattro romanzi:
Campo 58 (Edicom, 2005), Vasca da letto (Fratelli Frilli Editori, 2006), Sedia da ballo (Arduino Sacco Editore, 2008), Quadro a rete (Cicorivolta, 2009),
Cerchio a metà - IL TROMBAMICO (Cicorivolta, 2011).


Il suo luogo internet è:
www.ione-anguilla.it