temalibero
 
 

 

 

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titolo: "Roba da sardi, ve la do io la Sardegna"
collana: temalibero
autore: Pietro Melis
ISBN 978-88- 99021-50-4
€ 15,00 - pp. 207- © 2016 - In copertina, la bandiera sarda nella forma grafica così come conservata dal Partito Sardo d’Azione, e cioè con i quattro mori bendati sugli occhi e rivolti a sinistra rispetto all’asta della bandiera.


Con questo saggio politico-giuridico-filosofico, dopo lunga e articolata meditazione e stesura, il Prof. Pietro Melis ci rappresenta l’ipotesi attuale, neppure troppo provocatoria, di una Sardegna indipendente “dalla stretta dei due mostri Scilla e Cariddi, cioè degli Stati Uniti e dell’Unione Europea”. Ovviamente, non potendo la Sardegna rimanere senza alleanze economiche e difese militari avrebbe oggi la necessità di un’alleanza con la Russia; e ciò per vari motivi. Infatti, la Russia, pur essendo ormai anch’essa preda del capitalismo, con forti disparità sociali, è tuttavia un baluardo storico contro il relativismo corruttore di cui è preda l’Europa occidentale.
“In questo libro - sostiene il Prof. Melis - vi ho offerto un programma politico ed economico che potrà sembrare utopico solo a chi non sia capace di far calare l’utopia dal cielo sulla terra. Sino a proporvi un’indipendenza della Sardegna in una conquistata autosufficienza economica facendo di essa la regione più ricca d’Europa”.



 

 
 



Dunque, un orizzonte ampio, quello delineato dal Prof. Melis, che, condivisibile o meno, pone una luce prospettica sulla realtà delle cose. Un modello, per quanto utopistico, indotto dall'analisi storica dei presupposti e da una riflessione articolata e sagace, fra tesi e antitesi, cause ed effetti, che di sicuro fa riflettere intorno all'ipotesi di una nuova organizzazione politica, sociale, amministrativa della Sardegna e probabilmente non solo…

 

 
 

Beppe Iannozzi
(giornalista,
scrittore, critico letterario)
 

 
 
 
 

Brano tratto da: "Roba da sardi, ve la do io la Sardegna"

PREFAZIONE

Il presente testo fu steso originariamente nel 2003 ma è stato ampiamente modificato nell’ultima parte nel 2014, dal punto in cui termina l’esposizione della Storia di Sardegna (trovata tra i libri di mio padre in una edizione in cinque fascicoli degli anni 1923-25 dell’editore Il Nuraghe, Cagliari, via Manno 41) e della Storia moderna della Sardegna dall’anno 1773 al 1799 di Giuseppe Manno, anche adattandolo ai fatti degli ultimi anni nel mondo.
Le modifiche sono state rese necessarie per più di un motivo. Innanzi tutto era stata diversamente prospettata l’uscita della Sardegna dall’euro in una supposta indipendenza con l’assunzione del dollaro come moneta sarda in una alleanza economica con gli Stati Uniti. Di questa prospettiva, puramente economica, di cui non ero del tutto persuaso nemmeno allora, ho poi fatto ammenda considerando anche i miei contrasti, che già nel 2003 avevo evidenziato, con la politica estera americana, alleata con molti Stati islamici solo per questioni di petrolio, in particolare con l’Arabia Saudita, che ha il governo peggiore tra tutti gli Stati islamici, essendo governata da una famiglia regnante che ha imposto la sua dittatura fondata sulle norme rigorose del Corano, in violazione dei più fondamentali diritti umani, nonostante essa faccia parte vergognosamente dell’ONU, da cui dovrebbe invece essere espulsa perché le sue leggi sono in contraddizione patente con i principi che regolano la Carta dell’ONU. Inoltre la scellerata invasione dell’Iraq, nonostante avesse un governo laico, se pur dittatoriale, come quello di Saddam Hussein, ha portato ad una destabilizzazione di tutto il Medio Oriente con la grave conseguenza del manifestarsi della faccia vera dell’islamismo del Corano che è quella degli invasati tagliagole dell’Isis, che vorrebbero imporre la rinascita di un califfato partendo dai territori della Siria e dell’Iraq da essi parzialmente occupati anche per la scellerata opposizione al governo del laico Assad, che, baluardo contro il fanatismo islamico e garante della libertà dei cristiani, ha subìto l’indebolimento a causa di una confusa galassia di gruppi islamisti, che, pur divisi tra loro, ma uniti contro il governo di Damasco dal comune progetto di instaurare la Shari’a di uno Stato islamico, hanno avuto il sopravvento sul cosiddetto Esercito Siriano Libero (ESL), che fu il primo a muovere guerra ad Assad con il sostegno militare della Francia, dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, ancora follemente convinti di poter esportare la democrazia negli Stati arabi. Con la conseguenza di aver favorito l’alleanza del cosiddetto Esercito Libero con il Fronte nazionale degli islamisti sostenuto dall’Arabia. Il Fronte Islamico non riconosce i concetti di laicità e democrazia e si prefigge come scopo ultimo l’instaurazione di un emirato islamico in Siria, governato secondo le leggi della Shari’a. Sebbene la branca ufficiale di Al-Qaeda in Siria sia il Fronte al-Nusra, sono emerse prove di una forte correlazione tra il Fronte Islamico e l’organizzazione terroristica transnazionale dell’Isis, con la conseguenza ulteriore della penetrazione anche in Siria dell’Isis, divenuto padrone della maggior parte del territorio siriano con l’occulto sostegno dello sporco doppio gioco della spregiudicata politica dell’Arabia e del Qatar, essendo stato lasciato ultimamente alla Russia l’onere di difendere il governo di Assad. Nello stesso anno 2011 inizia la rivolta in Libia contro il governo libico di Gheddafi da parte di coloro che, soprattutto giovani, incoscienti, ascoltando le sirene della falsa primavera araba, che io definii subito l’inverno arabo, chiesero l’aiuto del riconoscimento della loro richiesta di democrazia, in realtà preparandosi a provocare il caos che sino allora era stato evitato da Gheddafi, che, ormai divenuto un moderato nonostante i suoi comportamenti bizzarri, era l’unico che potesse garantire l’unità della Libia tenendo a freno una confusa presenza di tribù che per tradizione erano vissute separate e in conflitto tra loro in una profonda anarchia anche durante il dominio coloniale italiano. Il suo islamismo era solo di facciata, strumentale, al fine di non opporsi apertamente ad una popolazione islamica, dovendo prevalere su di esso un socialismo reale che superasse l’intermediazione dei partiti e delle tribù che rappresentavano una sfaldatura della Libia, arrivando ad una intesa con essa cooptando i loro vertici nel potere decisionale. Tale era la Giamahiria. Ma, scoperchiato il vaso di Pandora della rivolta, di coloro che richiedevano la democrazia dei partiti, tutte le intese saltarono. Si formò un Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) che ingenuamente l’Occidente credé potesse sostituirsi pacificamente al governo di Gheddafi. La conseguenza fu invece la spaccatura della Libia in due governi fantasma non aventi più alcun potere sulle tribù, diffuse sulla maggior parte del territorio libico. Incoraggiati dalla TV dell’Arabia Saudita, che, propagandando cifre false dicendo che già all’inizio della rivolta vi erano stati 10.000 morti, e, come se essa potesse farsi paladina di una democrazia, mentre essa aveva come unico scopo quello di sbarazzarsi del suo oppositore Gheddafi per instaurare in Libia un governo islamico, e non laico, da prima Stati Uniti, Francia e Inghilterra, pur contro l’opposizione della preveggente Russia, mandarono i loro consiglieri militari per sostenere l’impotente CNT, poi intervennero con i bombardamenti della coalizione della NATO, a cui si aggiunse anche l’Italia per richiesta del peggiore presidente della Repubblica che fu il voltagabbana carrierista e spregiudicato ex comunista Napolitano, colui che nel 1956, servo di Togliatti, approvò l’invasione dell’Ungheria dicendo che i carri armati sovietici avevano riportato la pace in Ungheria – sì, ma con 20.000 morti – e poi filoamericano sfegatato. Si aggiunga il tradimento da parte del governo Berlusconi nei confronti di Gheddafi, che precedentemente aveva accolto a Roma per due volte con grandi onori concludendo accordi economici. Gheddafi non fu ascoltato dalla coalizione della Nato nemmeno quando egli si dichiarò disposto a trattative di pace con i ribelli. La coalizione preferì continuare a sostenere i rivoltosi non essendo capace di prevedere le conseguenze del loro rifiuto di trattare con Gheddafi. Infatti, nel caos conseguente vi fu la spaccatura della Libia con due governi indipendenti, l’uno a Tripoli con un governo islamista composto anche dai Fratelli Musulmani, e l’altro, cosiddetto laico, spostatosi a Tobruk, nella Cirenaica, avendo dovuto spostarsi da Bengasi, contesa dagli islamisti, non avendo nemmeno un reale controllo su tutta la Cirenaica, da dove era partita la rivolta, ma avendo, nonostante ciò, il contraddittorio riconoscimento da parte dell’Occidente come unico governo legittimo. Gheddafi non fu ascoltato quando alla TV, all’inizio della rivolta, mise in guardia gli occidentali intervenuti militarmente contro di lui dal pericolo dell’infiltrazione di Al-Qaeda, che stava già avvenendo. Basta ascoltare il suo discorso del 23 febbraio 2011 contro questo pericolo. Per ascoltarlo scrivere su Google: il discorso integrale del rais muammar el Gheddafi alla tv. Avvenne di peggio dopo la sua morte, quando fu barbaramente ucciso da rivoltosi del CNT. Nel caos seguito alla sua morte buona parte del territorio centrale della Libia è oggi controllato dall’Isis, che ha sotto il suo controllo la città di Sirte. La conseguenza di questo caos libico è stata la trasformazione della Libia in regione di confluenza di una enorme massa di clandestini, provenienti anche da Stati islamici subsahariani, che hanno invaso e invadono l’Europa provenendo in Italia dalla Libia, utilizzata per venire in Europa anche da quelli che promossero la rivolta in Siria e che furono ritenuti a torto profughi di guerra, mentre erano invasori islamici, i maggiori responsabili del caos della Siria per avere promosso l’iniziale rivolta contro il laico Assad ed essere poi fuggiti vigliaccamente lasciando spazio ai criminali dell’Isis, invece di sostenere Assad per combatterli. Invasori accampanti disonestamente un diritto d’asilo in base ad una male intesa Convenzione di Ginevra, che riconosce il diritto d’asilo solo a quelli che fuggano da un Paese che non sia in stato di guerra e che non vi possano rientrare perché perseguitati singolarmente, mentre questi invasori sono essi stessi la causa dello stato di guerra del loro Paese. L’Europa, con la sua politica dell’accoglienza ispirata alla cultura della società multiculturale e multirazziale, ha raccolto oggi il suo mal seminato, il terrorismo islamico.
Proporre dunque un’alleanza economica di una Sardegna indipendente, e vietante la presenza di islamici, con gli Stati Uniti, da considerarsi oggi il male assoluto anche perché alleati da sempre, oltre che della Turchia – membro della Nato e divenuta Stato islamico per avere cambiato la Costituzione laica di Kemal Ataturk – anche dell’Arabia Saudita, con cui fanno ancora affari gli Stati occidentali, compresa l’Italia, vendendo ad essa anche armi nonostante abbia il peggiore governo della Terra e sia finanziatrice del terrorismo islamico, compreso quello dell’Isis, avrebbe significato una, se pur implicita, accettazione della loro scriteriata e fallimentare politica estera. Gli Stati Uniti hanno avuto nel dopo guerra presidenti uno più deficiente dell’altro. Già da quando, andando a ritroso nel tempo, in Afghanistan armò i mujaheddin per combattere il laico governo comunista sostenuto dalla presenza sovietica, nonostante che tale governo avesse cercato di portare verso la modernità l’Afghanistan con riforme agrarie che assegnavano ai contadini le terre sottratte ai feudatari grandi proprietari terrieri, con l’estensione dell’istruzione e con la liberazione delle donne dalla schiavitù musulmana concedendo ad esse parità di diritti anche con la concessione ad esse del voto. Gli Stati Uniti furono la causa della fine della politica riformatrice e modernizzatrice dei governi comunisti e della presa del potere da parte dei talebani. Né gli Stati Uniti, complici la Francia e l’Inghilterra, interessati solo al petrolio, si mossero per sostenere in Iran il governo dello Scià, che aveva dovuto introdurre un dispotismo, riconosciuto illuminato, nella sua volontà di laicizzare lo Stato e di modernizzarlo con la riforma agraria e industriale, la creazione di imprese con partecipazione agli utili degli operai, il suffragio femminile e il divorzio, l’incentivo all’alfabetizzazione e alla civilizzazione del Paese. Ma queste riforme, imposte con il dispotismo, sino all’esautorazione del parlamento, provocarono la rivolta della borghesia e, soprattutto, del clero sciita, che veniva privato dei vecchi benefici ed espropriato di molti beni immobili che erano stati sempre esentati dalle tasse. Si reclamò la democrazia da parte dei giovani, che, provocando in tutto l’Iran delle rivolte, causarono il contrario della democrazia con la fuga dello Scià e il ritorno nel 1979 di Khomeyni, che, esiliato dallo Scià, introdusse la dittatura islamica. Oriana Fallaci il 26 settembre 1979 in una sua intervista a Khomeyni osservò: Anche l’aereo sul quale è tornato in patria è un prodotto dell’Occidente. Anche il telefono con cui comunica da Qom, anche la televisione con cui si rivolge al paese così spesso, anche questo condizionatore d’aria che le permette di starsene al fresco nella calura del deserto. Se siamo così corrotti e così corruttori, perché usa i nostri strumenti di male? Risposta: “Perché queste sono le cose buone dell’Occidente. E non ne abbiamo paura e le usiamo. Noi non temiamo la vostra scienza e la vostra tecnologia, temiamo le vostre idee e i vostri costumi. Il che significa che vi temiamo politicamente, socialmente”. In un mio saggio del 1979 avevo commentato questa insensata risposta così: “la scienza non può oggi da sola esportare soluzioni politiche e altre immagini del mondo se non si allea con la forza delle armi, anche contro il terrore imposto da una maggioranza che accetta i contenuti della scienza ma non il suo spirito di ricerca. Ma quando si alleasse per imporre una determinata immagine del mondo curerebbe un male con un altro male, fosse pure minore” (Al di là del vero e del falso. Saggio di teologia negativa. Da Husserl a Heidegger, Università degli studi di Cagliari, Annali della Facoltà di Magistero, Anno 1978-79). Con ciò volevo già allora dire che l’Occidente non poteva pretendere di esportare la democrazia negli Stati islamici con le armi in uno scontro tra culture diverse quando la cultura islamica rifiuti di accettare dall’Occidente, non determinate visioni del mondo religiose o politiche, con i cosiddetti valori morali dell’Occidente, ma una visione del mondo che sia derivabile dai contenuti della conoscenza scientifica, che, essendo una metacultura, con lo spirito di libertà che essa comporta, sovrasta le diversità tra le culture ed implica nei suoi risultati la laicità dello Stato. Laicità che l’Europa si conquistò, insieme con la rivoluzione scientifica del ‘600, anche sulla base del diritto naturale. Nel 2005 (in Scontro tra culture e metacultura scientifica. L’Occidente e il diritto naturale. Nelle sue radici greco-romano-cristiane. Non giudaiche e antislamiche) ho espresso ampiamente tale tesi aggiungendo che è lo stesso Occidente che favorisce oggi il terrorismo islamico commerciando con gli Stati islamici, vendendo ad essi, in cambio del petrolio, i prodotti della scienza e della tecnologia occidentali, cioè aerei, navi, armi, auto, treni, macchine ospedaliere, farmaci, etc., senza i quali gli Stati islamici, che tutto importano non essendo capaci di una organizzazione scientifica e tecnologica, sarebbero condannati a rimanere isolati dal resto del mondo e ridotti all’impotenza dello stato di natura. Armi che l’Occidente si trova poi puntate contro se stesso. Aggiungasi la scellerata politica dell’accoglienza che ha reso l’Occidente ostaggio del terrorismo islamico a causa di una mal concepita democrazia, favorendo la quarta invasione islamica dell’Europa dopo quella araba e quella dei turchi selgiuchidi e ottomani.
La fine dell’Unione Sovietica, iniziata disgraziatamente con Gorbaciov, ha liberato le forze del fanatismo islamico che prima rimaneva compresso e disarmato dal timore della sovrastante potenza sovietica, governante direttamente le repubbliche sovietiche con maggioranza musulmana e protettrice degli Stati islamici aventi governi militari laici. Durante la cosiddetta guerra fredda l’Europa ha goduto di decenni di pace, come mai prima era capitato. Scomparsa l’Unione Sovietica si ebbe subito dopo, quasi di riflesso, la guerra civile nella comunista Jugoslavia, con sua la divisione in vari Stati, tra cui la Bosnia avente una forte presenza musulmana che, retaggio della dominazione turca, avrebbe voluto instaurare un governo islamico.
L’intervento della Nato a favore dei musulmani provocò la reazione dei cristiani ortodossi serbi bosniaci, contro cui intervennero nel 1995 le truppe Nato, sotto la falsa copertura dei reparti ONU, che non aveva previsto un intervento che non fosse imparziale. I serbi riuscirono tuttavia ad evitare che la Bosnia diventasse uno Stato con governo islamico e costituirono la Repubblica Serba (da non confondere con la Repubblica di Serbia con capitale Belgrado), una delle due entità politico-amministrative della Bosnia, essendo l’altra costituita dalla Federazione della Bosnia ed Erzegovina di croati e musulmani. Egualmente, ebbero libera uscita i musulmani dell’Albania, prima tenuti sotto il ferreo giogo del partito comunista ateo nella Costituzione. Ad aiutare ulteriormente i musulmani della ex Jugoslavia ci pensò lo scellerato intervento della Nato, pur contro il veto della Russia e della Cina in sede di Consiglio di sicurezza dell’ONU. Infatti, con la complicità dell’Italia del governo D’Alema che offrì alla Nato le basi militari americane in Italia, nel 1999 seguirono i bombardamenti su Belgrado perché il governo della Serbia difendeva i serbi cristiani del Kosovo che non volevano sottostare ad un governo islamico e difendeva il territorio del Kosovo, che, pur con maggioranza albanese musulmana, ma a causa dell’immigrazione degli albanesi nel Kosovo, era stato dal XIV secolo la culla storica del regno serbo. La conseguenza fu la nascita dello Stato del Kosovo albanese e musulmano mai riconosciuto dalla Serbia, pur con la concessione di una autonomia politico amministrativa concessa al nord cristiano serbo del Kosovo. E oggi il Kosovo si è scoperto essere covo europeo di propaganda terroristica.
Paradossalmente, la fine della guerra fredda tra Occidente e Unione Sovietica, che garantiva la pace su fronti avversi, ha portato alla guerra calda tra Islam e Occidente, facendo uscire come topi dalle fogne i musulmani. Rimane in Europa la Russia come baluardo contro l’espansione dell’islamismo. E con essa l’Occidente dovrà allearsi se vuole salvarsi da un comune nemico che è l’islam.
Si aggiunga l’ulteriore riflessione su tutte le contraddizioni interne agli Stati Uniti, che, pur avendo dei centri di ricerca scientifica che sono i migliori del mondo, provenendo da essi anche tutte le più importati innovazioni tecnologiche, tuttavia sono anche la fonte storica di tutte le mode e di tutti i comportamenti sociali più negativi nel mondo occidentale, con riflessi sugli Stati dell’Europa occidentale, a causa di una società che è preda di forti contrasti sociali nella sua popolazione meticciata, con le incancellabili tensioni tra bianchi e negri, che ne compromettono una identità nazionale. Non poteva essere presa in considerazione un’alleanza con gli Stati Uniti dove è libera la vendita delle armi, secondo una tradizione recepita dalla cultura del Far West, e l’assistenza sanitaria nazionale per tutti i cittadini rimane tuttora fuori della predominante concezione politica, essendo tale assistenza subordinata al pagamento di una assicurazione, con la conseguenza che ne sono escluse le classi indigenti. Stati Uniti dove il liberalismo si identifica con il più sfrenato individualismo del peggiore capitalismo e con la mancanza di una politica di aiuti sociali da parte dei governi dei vari Stati. Si aggiungano ancora i riflessi che ha avuto sull’Europa occidentale la crisi economica statunitense, dati gli stretti legami dell’economia europea degli Stati della zona euro con gli Stati Uniti.
In secondo luogo le modifiche apportate riguardano la critica dell’Unione Europea, che ha defraudato gli Stati che la compongono della loro sovranità politica e monetaria, con tutte le conseguenze negative che l’hanno portata ad una fase di recessione economica. L’Unione Europea è una costruzione del tutto artificiale nata dall’utopia di un’Europa politicamente, prima che economicamente, unita. Poiché l’unità politica europea rimarrà sempre un’utopia a causa delle differenze linguistiche, culturali ed economiche, negare le quali significherebbe rinunciare alle proprie identità storiche, l’unione economica e monetaria sarà destinata ad un fallimento.
Nell’ipotesi di una Sardegna indipendente, per quanto utopica possa essere considerata, si trattava dunque di uscire dalla stretta dei due mostri Scilla e Cariddi, cioè degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. Ma non potendo la Sardegna rimanere senza alleanze economiche e difese militari l’originaria alleanza con gli Stati Uniti è stata sostituita con l’alleanza con la Russia per vari motivi. Oggi la Russia, pur essendo ormai anch’essa preda del capitalismo, con forti disparità sociali, è tuttavia un baluardo storico contro il relativismo corruttore di cui è preda l’Europa occidentale. Corruzione che ha contagiato persino la Chiesa nel suo dialogo interreligioso con l’islamismo, facendosi anch’essa, con i governi dell’Unione Europea, cavallo di Troia dell’invasione islamica. La Russia europea, al contrario, non meticciata da invasioni dall’Africa e da Stati islamici, rappresenta, nel suo essersi dichiarata in passato come terza Roma dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, la continuità con un passato che l’Europa occidentale ha ormai perso. La stessa Chiesa ortodossa rappresenta in questo senso un baluardo contro il relativismo culturale di cui è preda l’Unione Europea. La Russia è ridiventata una grande potenza economica e militare che può fungere da contrasto nei confronti dell’Unione Europea, che dipende dalla Russia più di quanto la Russia dipenda da essa. Infatti La Russia può ben indirizzare verso l’Asia le sue ricchezze energetiche derivanti dal gas e dal petrolio, mentre l’Unione Europea, a cominciare dall’Italia, grande esportatrice dei suoi prodotti in Russia, perderebbe una gran parte del suo mercato. Oggi è più europea la Russia nelle sue tradizioni storiche di quanto lo sia l’Europa occidentale meticciata e preda del relativismo e dell’invasione islamica.
Il testo rappresenta certamente un’utopia. Infatti è presentata nella forma di un sogno. Ma anche la Repubblica di Platone era un’utopia. Tanto è vero che l’ultimo Platone abbandonò questa utopia nell’ultima opera le Leggi, dove Platone venne a patti con la realtà, non rinunciando però del tutto a prospettare uno Stato che conciliasse l’utopia con la realtà. Nel presente testo gli aspetti puramente utopici rimangono tuttavia funzionali ad una nuova e migliore costruzione di una realtà politica e sociale della Sardegna.
Rimane da spiegare l’origine della bandiera sarda. Come appare in copertina essa non rappresenta l’originaria bandiera che la Sardegna assunse durante la dominazione aragonese. Infatti la benda sui quattro mori stava sulla fronte e non sugli occhi e con le facce rivolte a sinistra per chi le guarda. Ho preferito conservare la benda sugli occhi per i motivi spiegati appresso. D’altronde è questa la bandiera conservata dal Partito Sardo d’Azione.
La bandiera si dice risalga al 1281 e sia stata introdotta dal re Giacomo II nel 1326. I quattro mori rappresentavano sia la riconquista iberica con la vittoria di Pietro I d’Aragona sui musulmani nella battaglia di Alcoraz (1096), sia l’unificazione di Aragona, Catalogna, Valenzia e Maiorca. Tale vittoria sarebbe stata ottenuta grazie all’aiuto di San Giorgio, che aveva come stendardo una croce rossa su sfondo bianco. Questo stendardo fu poi impiegato come bandiera aggiungendo nei riquadri le teste dei quattro mori. Originariamente in Sardegna la bandiera fu portata dall’esercito di Martino il giovane, che sconfisse quello del Giudicato d’Arborea nella battaglia di Sanluri del 1409. Essa aveva le teste dei mori senza bende. Queste apparvero sulla fronte, come segno di regalità, solo nel 1590, come documentato nella corte dello Stamento militare durante la dominazione aragonese. Soltanto quando la Sardegna passò al Regno piemontese le bende furono calate sugli occhi. Tuttora non è chiaro se questo cambiamento sia dovuto per caso all’errore di un copista o sia stato voluto appositamente per simboleggiare lo stato di sottomissione dei sardi. In ogni caso le teste dei mori furono sempre rivolte a sinistra con riferimento all’asta della bandiera. E in tale versione la bandiera fu assunta come simbolo del Partito Sardo d’Azione sin dalla sua fondazione ad opera di Camillo Bellieni ed Emilio Lussu. E rimane tuttora nello stemma della Regione Sardegna. Ma con le bende sulla fronte. La conservazione della benda sugli occhi doveva nell’intenzione dei fondatori significare lo stato di vittime in cui si trovavano i sardi, che, pur dopo avere con il loro sacrificio di sangue, contribuito alla vittoria nella prima guerra mondiale con la Brigata Sassari, si vedevano ancora tenuti in uno stato di asservimento. E le teste dei mori avrebbero dovuto significare tale stato. Tuttora il Partito Sardo d’Azione conserva come suo simbolo la bandiera con i quattro mori bendati sugli occhi e rivolti a sinistra per chi guarda. Nonostante nel 1999 la Regione Sardegna abbia deciso di modificare la bandiera, ma non lo stemma, sia riportando le bende sulla fronte sia volgendo le teste verso destra a significare lo sguardo verso il futuro.
Quando fondai la Lega Sarda nel 1990 volli assumere come simbolo quello originario del Giudicato d’Arborea, l’ultimo Giudicato indipendente, a testimoniare l’ultima resistenza di una parte della Sardegna contro l’invasore aragonese.
Esso è rappresentato da un albero cosiddetto eradicato in forma stilizzata e di color verde in campo bianco. È stato assunto come simbolo della Banca di Sassari, se pur con forma e colore modificati. Così pure è stato assunto dopo la Lega Sarda dal partito Indipendentzia Repubrica de Sardigna, che ne ha modificato solo il colore, portandolo inspiegabilmente dal verde al nero. Non è documentato storicamente che questa figura di albero sia derivata dai templari, che si sarebbero ispirati al candelabro ebraico a sette bracci.

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Pietro Melis,già professore di Storia della filosofia presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Cagliari, ha in un primo tempo indirizzato i suoi studi verso le tematiche del rapporto tra scienza e filosofia nel Seicento. Tra gli altri ricordiamo: Spazio e tempo nella fisica di Cartesio, 1967, (che fu anche la sua tesi di laurea); Studio sulla fisica di Hobbes, 1973; Studio sulla matematica di Hobbes, 1974; Leibniz e la concezione meccanicistica del mondo, 1974; Statica e dinamica. Implicazioni storiche della fisica aristotelica, 1980; Aspetti logici e teologici della rivoluzione astronomica. Da Buridano a Keplero, 1984; Cartesio e Hobbes. Studio sull’ottica, 1985. In seguito, ha orientato la propria ricerca su alcuni temi della filosofia moderna (Al di là del vero e del falso. Saggio di teologia negativa. Da Husserl a Heidegger, 1979; Finalismo ed antropomorfismo nella filosofia contemporanea, 1988), nonché verso lo studio della biologia evoluzionistica (Biologia e filosofia. Origine della vita ed evoluzione biologica. Casualità e necessità, 1999) e allo stesso modo su argomenti di natura morale e giuridica (Morale e diritto, 1995; Morale e diritto nell’antichità, 2000). Nel 2006, ha pubblicato Scontro tra culture e metacultura scientifica: l’Occidente e il diritto naturale. Nelle sue radici greco-romano-cristiane. Non giudaiche e antislamiche. Nel 2010, il libro autobiografico-filosofico Io non volevo nascere. Un mondo senza certezze e senza giustizia. Filosofi odierni alla berlina. Del 2012 è il dialogo teologico Addio a Dio. Nel 2013 esce per Cicorivolta il romanzo, in parte autobiografico, E giustizia infine fu fatta.

Rimane costante, negli ultimi libri del Prof. Melis, l’affermazione del diritto naturale quale unico fondamento universale della giustizia del diritto positivo contro il relativismo culturale dei valori morali.