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leggi l'intervista di Alessando Montello a Renzo Brollo


leggi (in friulano) l'intervista della rivista “Il Diari” a Renzo Brollo


 

titolo: SE TI PERDI TUO DANNO
collana i quaderni di Cico
autore Renzo Brollo
ISBN 978-88-95106-19-9
- € 12,50 -
pp. 225 - in copertina, foto di Marco Brollo - Adattamento grafico, di Phab Postini


I viaggi non sono mai semplici, nemmeno quando te ne vai in vacanza. C'è sempre una fatica, un ostacolo da superare. Ma quando devi riportare in patria un morto il viaggio è ancora più difficile, specialmente se tutto accade e ti coinvolge e ti abbraccia nella morsa degli eventi. Una visione dall'alto, caleidoscopica, per mostrare e dimostrare il cinismo di un Dio ologramma dal nostro punto di vista. E ancora la buffa realtà delle agenzie di pompe funebri, che confidano nell'ineluttabilità della morte, fonte di guadagno, siparietto di condoglianze e poi bonifico vista fattura, ma che dietro nascondono altra vita e altre morti, tutte legate assieme.
Se ti perdi tuo danno, nel senso che chi si spinge oltre senza cognizione o senza averne coscienza finisce poi per perdersi e pagarne le conseguenze. Tutta la storia si sposta tra rabbia e compassione, rozzo cinismo e malcelata pietà, ondeggiando scomposta come la grossa tenda di un sipario che si chiude sempre troppo piano. Dal grosso tronco dell'albero che è il viaggio, molti altri rami si aprono a stella per raccontare fino alla punta, fino ad arrivare alla foglia, cos'accade. Se il morto vuole tornare a casa, i vivi se ne vogliono andare e tutto richiede un punto d'incontro a metà strada.
(Renzo Brollo)

 

 

leggi la recensione di scrittorisommersi

 
 

 

... e di Renzo Brollo, leggi anche RACCONTI BIGAMI,
MIO FRATELLO MUORE MEGLIO

e anche
METALMECCANICOMIO

 
 
SE TI PERDI TUO DANNO è un gran bel libro, che scava nei crepacci della coscienza, accentuando tutti gli aspetti e i rapporti esistenti fra la singolarità dei nostri conflitti e le leggi universali che dovrebbero indurci a una più alta comprensione delle cose del mondo. Una storia corale, dislocata e collocata su diversi piani e punti di vista. E soprattutto, una storia ben riuscita, rara e dunque preziosa per argomento, trama e gioco delle parti. Dopo RACCONTI BIGAMI, Renzo Brollo dimostra, con questa seconda decisiva prova, di essere autore non comune, dotato di un proprio definito e inconfondibile bagaglio mentale, culturale, narrativo. (Paolo West)
 

Brano tratto da SE TI PERDI TUO DANNO

(...)


Il parco naturale dentro al quale Pottenstein affoga è un’unghia di mondo affrancata dagli obblighi legislativi degli umani. Le onde delle colline non ubbidiscono a una marea veloce come quella marina, ma si nutrono di strati di tempo, si modificano lentamente. Invisibili mutamenti che cambiano gli alberi, li scuotono e li sconquassano con una dolcezza che la mano di uomo sulla pelle di una donna non saprebbe riproporre nemmeno fra mille ere geologiche.
Alberi alti come desideri inesaudibili, che raggiungono le nuvole spugnose di pioggia e le bucano facendo uscire tutta quell’acqua, muschi abbarbicati sui tronchi a tentare un assalto impossibile alle cime, strati e strati di foglie morte e diventate terra senza l’obbligo di dover essere vangata ed arata. Nelle stagioni più rigide non c’è spazio per l’azzurro, non c’è spazio per il giallo o il rosso. Tutto diventa grigio e verde e quel rigido binomio sembra proporre strane alleanze tra natura e uomo. Sui circuiti battuti delle mulattiere, che segnano i brevi confini percorribili da catorci arrabattati e costruiti nelle notti tra venerdì e domenica da trentenni annoiati dalle solite uscite ai bar fuori Norimberga, gli animali si divertono a fare la conta di quanti uomini ci passano sopra ogni giorno. E siccome il numero è decisamente basso non ci manca molto che un cervo o un cinghiale abbia già imparato a contare fino a cinque, rigando con l’unghia il terreno per quattro volte e poi vergando di traverso quei segni con un quinto sfregio grosso e più deciso.

Quasi a metà tra il budello autostradale dell’A9 e l’abitato vero e proprio di Pottenstein, celato a quel bosco possente c’è un puntino nero steso sotto ad un albero. Un grosso fungo bagnato, che a guardarlo dall’alto sembra già vecchio. La piccola cupola scura sopra il cappello è già impallidita, il gambo piegato in due non sembra reggere quel seppur piccolo peso, lasciandolo ciondolare verso il terreno. C’è una mulattiera poco distante, ma talmente frequentata di rado che i suoi contorni sono incerti e la natura s’è ripresa gran parte del suo tracciato. Da lì ci passano solo cacciatori, ma pochi perché la distanza dal centro abitato è già grande e rientrare con il buio non è così semplice se non si conoscono quelle zone come il proprio corpo.
Un cervo ha lasciato le sue impronte fin sotto l’albero, sembra aver calpestato quel bizzarro fungo, invece non l’ha nemmeno toccato. Annusandolo ha capito che quella cosa non era vegetale e nemmeno selvatica. Arricciando le narici ed inspirando ha capito che quella cosa appassita una volta era un uomo, ora spento e innocuo. Per questo non ha avuto paura ed è arrivato fino a lui, arrancando perché il terreno è accidentato anche per un cervo. Ha buttato il muso dentro la cesta e qui sì che ha trovato funghi, roba commestibile a quanto pare, ma non di suo gradimento. S’è chiesto il motivo di tanta presenza, ma non ha saputo darsi una risposta, ha solo sorriso animalescamente perché il suo carattere è questo, senza cinismo di base, ma solo istinto razionale che lo guida e lo giudica nel caso commetta l’errore di dare troppa confidenza a qualcuno che non la merita.

Poi quello stesso cervo s’è irrigidito, ha stirato il collo e ha alzato il muso in alto, ad annusare l’aria fresca della prima mattina. Gli occhi sono perle scure incastonate nel pelo setoloso e le orecchie sbatacchiano involontariamente scacciando i piccoli moscerini che ronzano attorno al suo corpo caldo. Ha guardato ad ovest, inconsapevole del punto cardinale, perché è da quella parte che l’odore di uomo sta arrivando, sempre più forte, sempre più dolciastro. Ha aspettato un attimo, ruminando a vuoto, nella speranza che l’odore scemasse in fretta, portato via dalla brezza, segno che l’uomo ha voltato verso nord o verso sud, ma non è successo.
Il suo istinto poi ha fatto il resto. Senza più guardare quella carcassa abbandonata sotto all’albero è sceso giù per il breve pendio ed è sparito, ingoiato dal bosco nella direzione opposta a quella dell’odore fresco di uomo. Arriverà forse fino all’autostrada, sapendo che da quella parte è molto difficile che il pericolo possa arrivare, giacché quei gracidanti mostri che puzzano di petrolio e di uomo non si fermano mai, sono sempre così veloci che quasi non si vedono arrivare.

Dalla mulattiera in disfacimento arrivano due persone, talmente imbacuccate da diventare indistinguibili. Tutte e due portano pesanti berretti verde scuro, giaccone militare sbiadito e stropicciato, pantaloni larghi e con le tasche laterali gonfie di qualche cosa. Ai piedi scarponi pesanti e rumorosi, vecchi di anni e sformati, ma comodi come pantofole. Non fosse che sono all’apparenza disarmati si direbbero cacciatori, perché tengono lo sguardo basso come a cercare qualsiasi impronta utile per scovare selvaggina buona da mangiare. L’ora è propizia, il luogo famoso per l’abbondanza di animali. Sono già passati al vecchio fortino e l’hanno trovato vuoto, seppur da poche ore. Dentro, una seggiola da spiaggia, resti di sigarette fumate e di cibo consumato, briciole sparse tra impronte di due persone differenti. Ci sono passati più per curiosità che per uno scopo, perché si dice che a volte qualcuno là dentro ci venga ad amoreggiare e sarebbe stato divertente beccare due amanti al lavoro, ma per avere conferma che così è dovranno aspettare ancora, o forse non lo sapranno mai.
Alla mulattiera ci sono arrivati per via di quelle impronte, all’apparenza le stesse del fortino, che proseguono in direzione sud est e che non sembrano seguire un tracciato lineare, ma anzi, se ne vanno a zonzo come a cercare un sentiero smarrito. Il terreno è calpestato malamente, le impronte hanno diverso spessore e spesso sono sformate, segno che qualcuno è scivolato più volte come se non vedesse bene il terreno e le sue deformazioni. Sono curiosi perché hanno l’età giusta per esserlo, sedicenni senza voglia di studiare, decisamente più portati alla produzione di grappa di contrabbando e smercio di marijuana in sacchetti ben confezionati che all’apprendimento di matematica e storia. Dopo un dosso c’è una discesa non ripida ma piena di ostacoli, sassi che sporgono dal terreno come denti cariati, radici il cui percorso è stato deviato dalla roccia troppo dura per venir spaccata dalla loro forza. Qui le impronte si distanziano un po’, sembra quasi che uno abbia corso di più dell’altro forse più affaticato, spariscono nel verde per poi ricomparire in una sorta di binario parallelo e che torna indietro. Ad attraversare questo circuito di suole ci sono le impronte di un cervo, venuto dopo e da poco, che coprono e si sovrappongono a quelle dei due uomini.
I ragazzi ora sono davvero decisi nel tentativo di decifrare quel rebus della natura e si abbassano a toccare le orme e discutono animatamente, ponendosi domande l’un l’altro, azzardando ipotesi e subito confutandole.
C’è un punto poi più confuso degli altri. Qui le impronte dell’uomo rimasto indietro si interrompono e quelle del suo compare che tornano quasi si uniscono alle sue. C’è una gran confusione, un incrocio di tracce, che si sovrappongo e si distruggono, si azzuffano fino a diventare indistinguibili le une dalle altre. Forse i due hanno litigato, forse quello che s’era attardato ha avuto un malore e l’altro lo ha soccorso, forse hanno trovato il cervo e c’è stata una colluttazione. Con il cervo?
I due si guardano e si mettono a ridere. Non c’è sangue nei paraggi, ma nemmeno è pensabile che l’animale abbia deciso di fare a botte con i due uomini. I ragazzi si mettono seduti, perché hanno percorso parecchia strada, distratti dal seguire le orme e inconsapevoli del tempo passato. Sono quasi le dieci del mattino, dovrebbero rientrare alla baita perché c’è del lavoro da fare, imbottigliare la grappa, preparare i sacchetti con l’erba, stilare la lista delle consegne e fare i conti degli incassi del giorno precedente. Un casino, insomma.
Prima di andare si guardano attorno ancora una volta e scoprono che le impronte dal cerchio caotico del sentiero hanno preso una decisione bizzarra, non già verso il basso lungo il sentiero, ma verso l’alto a tagliare per il bosco. Non ci sono scorciatoie da quelle parti, lo sanno bene e dunque vanno a vedere fin dove queste tracce sono potute arrivare. Piegati a ferro di cavallo, con il naso fin quasi a toccare il terreno, hanno scoperto anche che il cervo si è unito alla compagnia, anche se in un secondo momento. Le sue zampe hanno lasciato chiari segni nel terreno molle, il suo sterco lì vicino è ancora caldo.
Vanno avanti scivolando e annaspando perché fuori dal sentiero il bosco è davvero scomodo da percorrere, ma non distolgono lo sguardo dal terreno, sebbene le impronte siano chiare e risaltino nell’equilibrio disordinato del sottobosco.
Così arrivano fino al tronco d’albero e lì, alzando finalmente gli occhi, scoprono il grosso fungo piegato ed appoggiato alla corteccia. E’ pallido, sembrerebbe umido di rugiada e quasi grigio in certi punti. Fa senso, fa impressione ed il cuore dei due ragazzi accelera il battito, il respiro si fa pesante, hanno quasi paura e vorrebbero gridare, ma nessuno dei due lo fa. Ci mettono parecchio a scuotersi da quell’incanto, poi come per un sortilegio spezzato i loro muscoli si sciolgono e cominciano a muoversi, senza però sapere cosa fare.
“Cazzo, ma è un uomo” finalmente dicono in coro.

(...)

 
 
 

Renzo Brollo vive a Gemona del Friuli (Udine). Dal novembre 2003 è redattore della rivista on-line Dadamag (www.dadamag.it). Si interessa da sempre di vita, storie e letteratura. Suona nel gruppo dei bakan (www.bakan.it). Su internet pubblica con lo pseudonimo di Tapenoon.
Ha esordito nel 2006 con
Racconti Bigami (Cicorivolta Edizioni).