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FolleMente
Lucio Figini

"Elogio della follia perché ci sono folli e folli"

Intervista all’autore di

Giuseppe Iannozzi (alias Iannozzi Giuseppe)


1. FolleMente, Lucio Figini, è il tuo ultimo romanzo per i tipi Cicorivolta edizioni. Come per i precedenti tuoi lavori, anche FolleMente trova ambientazione a Sestri Levante. Qualcuno direbbe che la domanda sorge spontanea: perché i tuoi romanzi sono perlopiù ambientati in un questo lembo di terra? Perché tra i protagonisti c’è sempre un operatore professionale impegnato nel sociale?

Grazie dell’ormai consueta intervista, Iannozzi Giuseppe, che aspetto sempre con curiosità e un po’ di patema. Ti dico subito che questo romanzo vuol essere l’ultimo omaggio a questa città, che tanto
amo e che ho conosciuto così come si conosce una bella donna, con rispetto e insieme emozione. La Sestri Levante non estiva e solare, ma primaverile e notturna, scura e romantica come il mare di notte. Storia e contesto nei miei romanzi sono strettamente legati, Sestri è viva più che mai in FolleMente. È un microcosmo, come Condominium di G. Ballard, ove tutto può succedere e i personaggi si muovono come marionette, mostrando come un villaggio possa rappresentare il mondo e il mondo possa rispecchiarsi ovunque. Il fatto che il protagonista sia un operatore nel sociale non è fondamentale, se non per concludere un cerchio. Ebbene si, questo mio ultimo romanzo vuole chiudere un modo di scrivere e come tale spero racchiuda tutte le tematiche a me care. Ciò non vuol dire che non scriverò più, ma che forse è ora di cambiare. Non più operatori sociali, non più Sestri. Sto già lavorando a qualcosa di nuovo.

2. A differenza di "La discendenza dell’acqua” (2011), “Sopravvivere a un Angelo” (2012) e “Ariel (delitto a Sestri Levante)”, FolleMente è sostanzialmente un noir. La trilogia di chiaro stampo urban fantasy sì è conclusa con “Ariel”. Tuttavia, anche in FolleMente il nome di una protagonista, seppur marginale, è Ariel. Lucio Figini, perché Ariel è sempre presente in tutte le tue storie? Chi è, o chi è stata, Ariel per te?

Ariel è colei che ho imparato ad amare. È stato come se avessi creato un personaggio e seguito la sua crescita fino a innamorarmene perdutamente. Ma non è solo questo. Questo romanzo non è assolutamente collegato agl’altri, ma ho voluto regalare ai lettori che mi seguono alcuni omaggi. Il romanzo è ambientato quattro anni dopo gli avvenimenti di Ariel e il lettore affezionato può avere uno scorcio di ciò che è avvenuto ad Ariel e Michele. È come se le vite si incrociassero nel microcosmo Sestri. Ariel non è una sola persona, è una bambina alla quale mi sono affezionato nella mia vita lavorativa, è lo sguardo di un bambino che ho incontrato per caso, l’abbraccio di mia moglie, la dolcezza dei baci di mia figlia e di mia madre, è il mare d’inverno, la poesia di quelle sere in cui tutto sembra un po’ più umano. Ariel è tutto questo. È la mia parte migliore.


3. Il protagonista di FolleMente viene accusato di omicidio. Lui si dice subito innocente. Contro di lui la polizia non ha però prove, tanto più che l’arma del delitto non è stata ritrovata. Alessandro ha una figlia cui vuole molto bene. Vive per lei e non per altro. Di se stesso non ha cura: affoga il dolore, per la tragica perdita, nell’alcol. E’ Alessandro lo stereotipo, ben riuscito, di un uomo che più non crede nell’umanità, nella bontà degli uomini; è votato all’autodistruzione, ma per Sabrina c’è sempre. E’ Alessandro più simile a un angelo che si è perso, a un uomo che anela alla vendetta, o che altro?

Alessandro è un semplice uomo, non è in grado di vendicarsi, anche se lo desidererebbe, perché non è un angelo vendicatore. Io stesso, scrittore, ho scoperto in Alessandro un grande eroismo, che non si trova nella vendetta, ma nel rapporto con la figlia. Le notti sono affogate nella follia, ma ogni mattino lui c’è, accanto a Sabrina, e si pone come scopo il farla sorridere almeno una volta, perché lei DEVE essere il più vicino possibile alla felicità, almeno lei. Sai la cosa più strana? Che alcuni lettori hanno visto come non credibili aspetti che in realtà sono i meno immaginati (e te lo dice chi ha scritto il romanzo). Alcuni esempi. Lo stesso Alessandro che ogni notte si ubriaca e ogni mattino è presente accanto a Sabrina oppure la figura di Maia, della bella e pazza Maia. Non scendo nei particolari, ma credetemi che a volte la realtà supera l’immaginazione ed è divertente come il lettore spesso non se ne accorga. Certe persone esistono e vale una vita poterle incontrare: sono di carne e ossa come i miei personaggi.

4. Alessandro vive insieme alla madre e a sua figlia Sabrina. S’imbottisce di psicofarmaci e tutte le sere esce per prendersi una sbronza colossale. Con FolleMente, Lucio Figini, hai forse voluto elogiare un certo tipo di follia? E se sì, per quali ragioni?

Elogio tutte le follie, ma soprattutto quelle follie meno divertenti, meno affascinanti, quelle vere, che si ritrovano nelle foto dei Manicomi oramai in disuso, nelle stanze pisciate e sfatte, nei muri sudici e deturpati dai vandali. Queste stanze della pazzia, della vera psicosi (curata con farmaci quanto più necessari per alleviare, almeno un poco, la sopravvivenza) rappresentano, in modo neppure troppo metaforico,
la mente di un vero pazzo.

5. Alessandro, nel tentativo di dimostrare la sua innocenza, s’improvvisa detective: comincia così a bazzicare i locali frequentati da Lorenzo Dettis e s’imbatte nella sorella di lui. Se ne innamora. E’ inevitabile. Un cliché nero quello che l’accusato si innamori della sorella dell’uomo assassinato! Lucio Figini, dove o da chi hai preso ispirazione per questo noir dalle tinte torbide, delicate anche, e, in una certa qual misura, profondamente carnale?

In realtà Alessandro non era previsto s’innamorasse di Maia, ma già dalla descrizione della stessa (non posso citare la fonte, perché, come tu sai dall’ultima intervista, spesso rubo dalla realtà la descrizione fisica, e non, di persone esistenti) ho intuito che Alessandro si stava innamorando, come mai nella sua vita. E così la storia ha preso una piega inaspettata. Mi piace che tu abbia percepito la connotazione carnale del romanzo: la carne nell’incontro tra i due (lui le vomita addosso), nella loro intimità, nell’intimità tra Alessandro e la figlia. La carne è importante perché non è mai solo carne. In realtà non so da dove è arrivata l’ispirazione, io non scrivo solo per ispirazione, ma spesso per autopsicoterapia. Mi isolo, invento, creo, vivo le mie paure più profonde, ma sempre cercando di NON cadere nell’errore di metterci troppo narcisismo nella storia. Io ci sono, ma solo perché attingo da me stesso, sto sempre attentissimo a non esserci troppo e a lasciare spazio alle mie proiezioni mentali, che spesso si muovono da sole (prova ne è il rapporto tra Alessandro e Maia). Tra parentesi, io adoro Maia.

6. Tu, Lucio Figini, credi nella lex talionis? Nella Bibbia (Levitico 24, 19-20) si legge: “Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all’altro”. Ed Alessandro ci crede nella legge taglione?

Alessandro cita Nemesi, la dea non della vendetta, ma colei che si occupa di giustizia compensatrice. E tuttavia in realtà Alessandro non crede più in nulla. Io fisso una telecamera su un frammento di vita di una persona, a voi la sentenza, non a me. Che il lettore non si aspetti che gli dica o suggerisca cosa provi Alessandro o cosa pensi, ma il mio tentativo è di far sentire il lettore come si sente il protagonista, “vedendo” quello che vede Alessandro. Spero di essermi spiegato, ci tengo a questo. Dimenticavo, io non credo nella legge taglione.

7. Lucio Figini, qual è la tua posizione sulla pena di morte?

Io non credo nella pena di morte, ma onestamente credo anche che ci siano dolori che attingono a parti di noi che non abbiamo il diritto di giudicare.

8. Molti artisti sono (stati) anche dei folli, delle persone eccentriche, non poche volte con dei gravi disordini mentali. La storia della Letteratura ne conta un numero infinito. Quand’è che la cosiddetta sanità mentale sconfina nella follia? Tu, Lucio Figini, ritieni di essere un po’ folle? E se sì, in che modo, in quale misura?

Parlavo di questo argomento, all’incirca, nella mia ultima presentazione. Io credo che ci siano due tipi di artisti. I primi hanno la fortuna (o sfortuna) di avere un canale comunicativo (pittura, fotografia, cinema, scrittura, musica, ecc…) e se famosi, spesso è permesso loro tutto, lasciano figli, scopano tutte le donne del mondo, le mettono incinte e lasciano i figli, sposano bambine, si drogano, non tutti certo, ma non si può negare che capiti. I secondi (spesso sconosciuti) che hanno la sfortuna (o fortuna) di avere l’arte nel sangue, ma di non avere doti comunicative. Ecco allora che essi, spesso, fanno della loro vita un’opera d’arte. Ecco, io prediligo i secondi. Non voglio evitare la domanda con la solita banale storia che tutti siamo folli e la differenza sta in quanto evitiamo che la nostra follia esca a livello sociale (lo dico spesso, memore del mio lavoro, e lo penso davvero). Ma ci sono folli e folli. Non bisogna mancare di rispetto ai veri folli, i malati che non hanno scelta e che spesso portano nelle ossa una follia molto meno romantica, più psicotico-psichiatrica. Detto questo, la risposta è sì, io un po’ lo sono. In quale misura? Una amica psicoterapeuta, dopo aver letto tutti i miei libri, mi ha chiesto se volevo andare da lei in seduta. Al che le ho risposto che sono frutto di fantasia, ma lei, non soddisfatta, ha continuato dicendo che non è così facile, che da qualche parte sono uscite queste fantasie, da me, non da qualcun altro. In sostanza (citando la mia buona amica): io sono un libro aperto solo per chi sa leggermi tra le righe (FolleMente ne è la prova evidente). A te o ai lettori intravedere la mia, di follia.

9. In FolleMente c’è una morale o un insegnamento che i lettori possono accettare di buon grado, o siamo piuttosto di fronte a noir punto e basta?

Non siamo di fronte a un noir punto e basta, come ti ho già detto in passato, io odio i generi e la generalizzazione, l’etichettamento, ma a quanto pare il mondo ne ha bisogno, tutti ne abbiamo ancora bisogno. Il motivo del mio scrivere è soprattutto (oltre al fatto che mi permette di non fare cazzate nella vita reale) la profonda curiosità di ciò che mi muove, e non parlo di qualcosa che arriva dall’esterno, ma dall’interno, perché reagisco e provo e soffro. Ripeto: COSA MI MUOVE. Chi legge i miei romanzi si accorge subito che non sono solo dei noir o dei gialli, ma generalmente se ne accorge troppo tardi, quando certe domande iniziano a dare fastidio. Insegnamenti? Forse uno: non tiriamocela. Non è un romanzo didattico, non voglio insegnare nulla a nessuno, assolutamente. Solo il non giudizio sugl’altri e forse anche su se stessi (questo non vuol dire il non pensiero, è molto differente, ma spesso confondiamo le due cose). Non possiamo capire come reagiremmo a certe situazioni o come saremmo cresciuti in ambienti socioculturali diversi, con insegnamenti diversi, con religioni diverse. Non tiriamocela, ma impariamo ad ascoltare e sentire, solo questo come insegnamento. Uno e semplicissimo.

Grazie Giuseppe, è sempre un piacere. E non lo scrivo per educazione, in questo periodo non mi sento troppo “educato”. Lo scrivo perché conoscere chi sa LEGGERE, con la lettera MAIUSCOLA, è sempre un privilegio.

Lucio

 


 

FolleMente

 

Ariel (delitto a Sestri Levante)

 

Sopravvivere a un angelo

 

La discendenza dell'acqua