i quaderni di Cico
 
 

 

ordinalo senza spese di spedizione


... e di Cesare Gianotti, leggi anche Una storia siciliana (d'altri tempi) e
Prima di morire (Il castello spagnolo)

titolo: "Calma piatta a Flamingo's Bay (La città ritrovata)"
collana
i quaderni di Cico
autore: Cesare Gianotti
ISBN 978-88-99021-46-7
€ 15,00 - pp.387- © 2016 - in copertina,“Flamingo's Icks", alias Icks Borea.


Costa del Delaware, Giugno 2018. Un misterioso sarcofago affiora dalle sabbie di Flamingos’ Bay e si trasforma ben presto in un rompicapo per il professor Whittaker, archeologo di chiara fama, poiché il mistero s’infittisce quando al suo interno viene ritrovato uno scheletro perfettamente conservato. Regione di Connacht, Irlanda Occidentale, Novembre 1111. È l’alba di una brumosa giornata quando l’abate Stiofan da Limerik, animato da una incontenibile volontà di evangelizzazione, salpa con un gruppo di monaci benedettini verso i mari boreali. Vuole raggiungere una terra sconosciuta al di là dell’oceano, la cui esistenza gli è stata rivelata da Olaf, un vikingo rinvenuto moribondo su una vicina spiaggia.

 
 


È un viaggio sin da subito irto di difficoltà e pericoli, che presto si trasforma in un incubo. Ma il vikingo ha anche accennato a una misteriosa città di pietra. È forse quella la meta segreta dell’abate?
Isola Margherita, Indie Occidentali, 1495. Alla fonda al largo della piccola isola caraibica, il grande Ammiraglio lancia una spedizione alla ricerca di oro e tesori che non è ancora riuscito a trovare. È convinto di scoprirli lungo le coste sconosciute delle Indie Occidentali, in una città indicata su un’antica mappa recuperata in un monastero benedettino sperduto fra i monti delle Calabrie, rivelatasi fondamentale per la scoperta del Nuovo Mondo. Il giovane cartografo Jesùs Maria Quintana Rabal dovrà guidare per terre infide la spedizione, le cui drammatiche vicende si intrecciano con quelle dei monaci irlandesi e con le ricerche del professor Wittaker, cui è giunto a dare man forte il professor Del Vecchio, un esperto geologo, nel tentativo di sbrogliare una matassa che si presenta sempre più ingarbugliata...

 
 

 

 


Brano tratto da: "
Calma piatta a Flamingo's Bay"

1
Flamingos’ Bay – Delaware – Giugno 2018
Uno strano suono metallico salì dal fondo della trincea sovrapponendosi per un attimo a quello ansimante del motore. La benna si bloccò improvvisamente, generando un contraccolpo al braccio della piccola escavatrice che sobbalzò violentemente. Colto di sorpresa, Ralph Fleishburne fece lentamente ruotare sui cingoli la macchina, riposizionandola a novanta gradi, poi spense il motore. Era solo a metà del lavoro e per portarlo a termine ne avrebbe avuto per l’intera giornata.

Lo scavo in corso riguardava la realizzazione di una trincea perimetrale, larga un metro e profonda due, che avrebbe alloggiato le fondamenta della nuova villa che andava ad aggiungersi a quelle già esistenti lungo la baia, una villa a due piani con terrazza, solarium, giardino e piscina, del tutto simile alle venticinque già esistenti. Faceva parte di un’urbanizzazione di recente sviluppo che occupava la porzione più interna di un’ampia insenatura. La delimitava, come una candida mezzaluna, una spiaggia costituita da una sabbia fine, di un delicato colore avorio con sfumature dorate, che s’interponeva fra le acque azzurre dell’oceano e i verdi prati che anticipavano l’intricata vegetazione retrostante. La baia era riparata dalle onde oceaniche da due lingue di terra che, simili a due grandi braccia protettrici, si protendevano da ciascun lato verso il mare aperto nel tentativo, per ora ampiamente fallito, di congiungersi fra loro.
Il terreno era costituito da sabbia a grana fine, sciolta nella sua porzione più superficiale, poi più compatta che, dopo il primo metro e mezzo, passava a un silt argilloso. Un terreno ideale per l’azione aggressiva della benna, che avanzava con lenta ma costante velocità, mordendolo con geometrica precisione, centimetro dopo centimetro.
Prima che si verificasse l’inconveniente, Ralph si era concesso un attimo di riposo. Spento il motore, si era messo a contemplare la superficie del mare che si estendeva davanti a lui sino all’orizzonte. Non spirava un alito di vento e una calma piatta si era stabilmente impossessata di quella azzurra distesa liquida, conferendole l’aspetto di un specchio infinito, luccicante per il cielo terso che vi si rifletteva. Aveva chiuso gli occhi e, per un attimo, aveva perso il contatto con la realtà.
«Non mi sembra che tu stia rispettando le profondità. Non sei a due metri; ti mancano almeno dieci centimetri. Vai più giù.»
Sorpreso, li aveva riaperti. Chi aveva parlato?
Si era voltato, ma non aveva visto anima viva. Eppure era sicuro di aver udito una voce provenire da un punto ben preciso, proprio alle sue spalle. Possibile che si fosse sognato tutto? E poi, chiunque fosse, come diavolo faceva a sapere che il fondo della trincea non aveva raggiunto i due metri di profondità? Bisognava trovarsi proprio sul suo bordo per poterlo valutare, e anche così, ci voleva un occhio professionale.
Aveva allora ripreso il lavoro, pur se con minore entusiasmo. Quanto accaduto gli aveva generato uno strano malessere che neanche la bellezza del posto riusciva a dissipare. Aggredito nuovamente e con maggior forza il fondo della trincea, aveva rimosso un ulteriore sottile strato di materiale, quasi ad accontentare implicitamente la misteriosa richiesta, quando, improvvisamente, aveva udito quello strano rumore metallico.

Ralph scese dalla scavatrice e saltò nella trincea. Quello che vide lo lasciò perplesso. La benna si era bloccata contro lo spigolo di quella che appariva essere un’enorme pietra, anche se le sue dimensioni potevano solo essere intuite dalla piccola porzione venuta alla luce.
Grattò via un po’ di terra per meglio osservare quel pezzo di roccia e le sue perplessità aumentarono. Pur non essendo un geologo, fece poca fatica a capire che quei pochi centimetri quadrati di roccia biancastra appartenevano a quella categoria di materiale definito genericamente marmo. Da quando aveva iniziato a lavorare in quell’area non aveva mai incontrato nulla di più grande di un sassolino, e anche dagli altri operatori impegnati nell’area non gli erano mai giunte voci di ritrovamenti che facessero pensare alla presenza di roccia o massi nel sottosuolo. Per lo meno sino alla profondità di due metri perché più in basso non si era mai spinto nessuno. Anche gli scavi per costruire le piscine non avevano mai superato quella profondità in quanto la loro struttura veniva realizzata in parte fuori terra, sopraelevata, in modo da apparire, a lavoro ultimato, come se si trovasse in cima a una collinetta, creata in realtà artificialmente con materiale di riporto.
Inoltre, l’intera regione costiera era assolutamente pianeggiante e in mare non erano presenti scogli per diversi chilometri. I primi affioramenti rocciosi si incontravano all’interno, a qualche chilometro dalla costa, e si trattava comunque di graniti grigi variamente fratturati.
Ma quell’ostacolo andava comunque rimosso, cosa che non poteva fare con la benna, decisamente ingombrante per quanto di piccole dimensioni. L’operazione richiedeva l’uso di un martello idraulico. Tornato a bordo dell’escavatrice, Ralph estrasse il braccio dalla trincea e appoggiò la benna al suolo. Saltò giù e scollegò i due tubi flessibili, poi, afferrata una grossa mazza, si diede a colpire con forza il perno che la teneva in sede, sino a liberarla. Si allontanò in direzione di un vecchio pick-up parcheggiato sulla strada, vi saltò sopra e si allontanò a gran velocità dal cantiere.
Nel giro di mezz’ora fu di ritorno. Andò a parcheggiare proprio di fianco all’escavatrice; nel cassone portava un martello idraulico di piccole dimensioni, adatto a lavorare in spazi ristretti come era appunto il caso della trincea. Salì nuovamente a bordo dell’escavatrice e, abbassato il braccio nel cassone, lo collegò al martello pneumatico poi allontanato il pick-up.
Era indeciso su come procedere.
Doveva frantumare subito la pietra, oppure liberarla prima dal terreno per apprezzarne le dimensioni, e solo dopo tentare di estrarla intera con la benna? Decise per la prima soluzione e appoggiò la punta del martello proprio sulla parte che aveva ripulita con le mani. Stava per iniziare a percuotere quando l’occhio gli cadde su un uomo che, fermo sul ciglio della strada a una cinquantina di metri, lo stava osservando. Quando era tornato col pick-up non aveva notato anima viva, e avrebbe giurato che un attimo prima, quando aveva abbassato il martello nella trincea, quell’uomo non c’era. Lo osservò e fu colpito dal suo aspetto.
Era di statura leggermente inferiore alla media, sui cinquant’anni, con una capigliatura che appariva di un biondo slavato, quasi bianco, acconciata in modo buffo, con morbidi riccioli simili a boccoli che gli ricadevano sulla fronte. E anche gli abiti che indossava gli parvero di foggia alquanto insolita, con una lunga veste quasi identica a quelle che spesso indossavano i turisti lungo le spiagge affollate, di taglio vagamente orientale.
«Io non lo frantumerei, Ralph.»
A queste parole, scandite ad alta voce, l’operatore restò allibito. Era la stessa voce udita in precedenza. Arrestò immediatamente il martello e sollevò la testa.
Chi diavolo era quell’uomo? Ma, soprattutto, come faceva a sapere che lì sotto c’era qualcosa da frantumare? Ancora una volta si disse che, dal posto in cui si trovava, quell’uomo non aveva alcuna possibilità di scorgere il fondo della trincea. E come accidenti faceva a conoscere il suo nome? Lui, quel tipo, non l’aveva mai visto prima.
«Di cosa stai parlando, amico; ci conosciamo?» chiese, dopo essersi ripreso dallo stupore.
«Di quello che c’è lì sotto. Ti suggerisco di fare attenzione a non danneggiarlo» rispose l’uomo accennando a un mezzo sorriso e ignorando la seconda parte della domanda.
Per nulla rinfrancato da quella risposta, Ralph sollevò il martello dalla pietra e lo appoggiò sul fondo della trincea, poi, prima di farlo scattare, volle gettare un altro sguardo allo strano personaggio.
L’uomo era sparito.
Avvertì una strana sensazione, una specie di gelido alito passargli lungo la schiena; eppure la giornata era assolata e la temperatura decisamente superiore alla media per quel periodo dell’anno, al punto da costringerlo a liberarsi della camicia e restare a torso nudo. Il sudore, colando lentamente lungo il solco della spina dorsale, gli aveva in parte impregnato gli shorts; ebbe la sensazione che si fossero improvvisamente congelati. Fu un attimo; gli si accapponò la pelle, poi tutto passò.
Gettò allora uno sguardo in lontananza, verso il mare che s’insinuava pigramente nella baia, quasi si aspettasse di scorgervi lo strano personaggio. Ma non un’increspatura interrompeva quello specchio liquido.
Un insolito silenzio regnava a Flamingos’ Bay.
Questo nome le derivava da una piccola colonia di fenicotteri, una rara varietà dallo splendido piumaggio rosso che, in anni passati, era solita trascorrervi un paio di mesi estivi, interrompendo una migrazione circolare che dai Caraibi li conduceva alle più fresche coste del Delaware, per poi riportarli là da dove erano partiti. Con l’avvio dell’urbanizzazione della baia, i volatili, disturbati dalla continua presenza dell’uomo, l’avevano definitivamente abbandonata optando per altre zone più tranquille.

Inconsciamente, Ralph azionò il martello, facendo attenzione a non colpire la pietra. Era uno strumento concepito per frantumare la roccia e in quel terreno soffice penetrava senza incontrare resistenza. Cominciò ad allargare lo scasso e si accorse, con sua grande sorpresa, che l’ostacolo incontrato nel terreno aveva una forma geometrica, almeno per la parte che stava emergendo. Interruppe la percussione per allontanare il terreno sbriciolato e mettere a nudo la parte liberata. Il marmo appariva perfettamente conservato e il colore mostrava di non aver subito particolari alterazioni per il fatto di essere stato sepolto sotto quasi due metri di sedimenti. Sceso dall’escavatrice, saltò nella trincea e osservò l’oggetto di marmo che stava emergendo. Restò perplesso. Non c’erano dubbi, si trattava di un oggetto sicuramente dovuto alla mano dell’uomo. Lo ripulì grossolanamente dalla terra e capì di essere di fronte a qualcosa di importante. Riprese il lavoro di allargamento e pulizia della trincea. Lavorava senza interruzioni, in preda a una specie di frenesia; saltò il pranzo, lasciando che i due sandwich all’interno del cruscotto del pick-up si afflosciassero sotto l’attacco inesorabile del calore. A fine pomeriggio aveva liberato completamente il manufatto marmoreo.
Pur non essendo un esperto, lo riconobbe senza ombra di dubbio.
Estrasse il martello dalla trincea, ormai trasformata in un’enorme buca, spense il motore, saltò a terra e si sgranchì le gambe. La giornata volgeva al termine e il sole stava ormai scivolando dietro gli alberi. I colori del tramonto, con i suoi caldi toni rossi e aranciati, conferivano a tutta la baia un che di magico, un’atmosfera irreale, una pace che sembrava allungarsi su tutto e tutti, ma non su Ralph che ancora una volta si irrigidì, girandosi di scatto verso la strada. Con la coda dell’occhio gli era parso di scorgere un’ombra. Ma non vide nessuno. Eppure la sensazione era stata identica a quella provata molte ore prima, quando aveva fatto la sua fugace apparizione quella figura enigmatica.
Frutto dell’immaginazione, si disse, e di quella strana atmosfera crepuscolare che alimentava la fantasia. Si avviò verso il pick-up e solo quando si sedette al volante si ricordò dei sandwich. Aprì il cruscotto ed estrasse il pranzo accuratamente avvolto nella carta argentata. Poi ci ripensò. In realtà non aveva appetito; avrebbe riciclato i due sandwich destinandoli alla cena. In quel momento aveva qualcosa di più urgente da portare a termine. Partì in direzione della città. Quella strana sensazione di disagio stentava ad abbandonarlo. Percorse le venti miglia che lo separavano dalle prime abitazioni della periferia ripensando agli eventi della giornata.
Doveva assolutamente parlare con lo sceriffo.

(...)

 


Cesare Gianotti
, nato a Ivrea nel 1940, dal 1946 al 1970 ha vissuto in Libia. Laureato in Scienze Geologiche, rientrato dalla Libia, ha trascorso per lavoro sedici anni nell’Africa sub-sahariana, di cui quattro in Costa d’Avorio e dodici in Nigeria.

Ha pubblicato: “Il Crociato. La spada e l’usbergo” (Albatros, 2011), “Una storia siciliana d’altri tempi” (Cicorivolta, 2013), “Prima di morire” (Cicorivolta, 2015).