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... e di Cesare Gianotti, leggi anche
Una storia siciliana (d’altri tempi)
e Calma piatta a Flamingo's Bay

 

titolo: "Prima di morire (Il castello spagnolo)"
collana
temalibero
autore: Cesare Gianotti
ISBN 978-88-99021-25-2
€ 15,00 - pp.369 - © 2015 - in copertina,“El castillo aparecido”, by Tzinko.


A Federico, il secondo ammonimento era parso provenire non dal vescovo Ruggero, ma da un coro di voci. Alzò gli occhi e li vide. C’erano tutti; il vescovo con la testa di Isabel in mano, il corpo di lei, decapitato, al suo fianco, Joaquím dal bel volto triste, Don Ramón sulla sedia con le ruote, Madre Pilar dal volto severo, Jacopo muto e sofferente. E poi, più indietro, i genitori di Isabel, con Don Miguel e su tutti, sospesi per aria, i volti crudeli di Assunta e Don Diego.
Scosso da un violento tremore, si rimise a scrivere...

 
 


Un catastrofico terremoto imprigiona l'architetto Federico Valle, assessore ai beni culturali di un'imprecisata città del Centro Italia, nel sotterraneo del castello spagnolo, anticamente utilizzato come prigione. In attesa che arrivino i soccorsi, Federico scopre lo scheletro di un prelato, forse un vescovo, e la mummia di una gentildonna a cui manca la testa. Convinto che si tratti del vescovo Ruggero e della principessa Isabel, vissuti a metà del Cinquecento e protagonisti di una peccaminosa relazione conclusasi tragicamente, decide di narrarne lo sfortunato amore attraverso i due diari segreti. La narrazione ci svela gli orribili misfatti di cui si è macchiato Don Diego, diabolico consorte di Isabel, la cui figura diventa ben presto centrale nella storia. E tuttavia, mentre i soccorsi non arrivano, Federico, ormai ridotto allo stremo delle forze e con la mente sconvolta, non riesce più a separare la realtà che lo circonda dalla vicenda che sta narrando e dai suoi personaggi. Sente la fine avvicinarsi, ma…

 
 

 

 

Brano tratto da: "Prima di morire (Il castello spagnolo)"

Regno di Napoli - Giugno 1550


Don Diego Mendoza Y Castañeda, Principe di Oviedo e Marchese di Roccaperduta, attirò a se la giovane cortigiana cingendole la vita con il braccio sinistro, mentre infilava quello destro sotto le ampie gonne rimestando con la mano per farsi strada verso l’interno delle cosce.
Poi, fra le risa della ragazza che, gettata indietro la testa, gli offriva indifesa il candido collo, affondò la bocca fra i turgidi seni che un corsetto esasperatamente stretto strizzava fuori dall’ampia scollatura, lasciandone intravedere i capezzoli rosa.
Nello stesso momento, nel suo appartamento privato al primo piano del castello, Doña Isabel, giovane consorte del principe, era intenta a prepararsi per l’imminente incontro con il suo amante. Si sarebbe profumata prima il collo, quindi le ascelle, i seni e infine l’interno delle cosce, poi avrebbe indossato un anonimo abito maschile e un cappello a larga tesa, per passare inosservata una volta abbandonato il castello.
Avrebbe percorso il mezzo miglio che la separava dal cancelletto che si apriva sul retro dell’austero palazzo cintato da alte mura, lasciato appositamente socchiuso per lei. Poi, entrata, avrebbe attraversato il giardino, salito l’ampia scalinata che conduceva al primo piano dove si trovavano le stanze private e, finalmente al sicuro, si sarebbe gettata, vogliosa, fra le braccia dell’amante.
Ma quella sera, le cose non si sarebbero svolte nel solito modo.
Celato dietro una pesante tenda, il sicario attendeva, paziente, il momento per intervenire.
Davanti allo specchio, Doña Isabel, ultimati i preparativi, si concesse un ultimo colpo di spazzola per sistemare un ricciolo ribelle e si voltò. Si trovò di fronte un uomo col viso celato dalla falda di un pesante mantello nero, di cui riuscì solo a distinguere due occhi torvi che la fissavano. Restò pietrificata, incapace di muoversi. Ma l’uomo era ormai entrato in azione; sfilato da sotto il mantello un lungo e affilato pugnale lo piantò in mezzo al ventre della donna.
«Prima il bastardo» aveva ordinato il principe, «poi l’adultera.»
E così fu. Doña Isabel tentò di gridare quando avvertì la gelida lama attraversarle il ventre in cui portava il frutto del suo peccato, ma dalla bocca non le uscì alcun suono. Sbarrò gli occhi mentre l’uomo, estratta rapidamente la lama, la affondava in mezzo al petto spaccandole il cuore. Emise un debole sospiro mentre scivolava lentamente al suolo.
Il sicario passò allora a eseguire l’ultimo degli ordini ricevuti; afferrò la donna per i capelli e, con rapidi e precisi movimenti del pugnale, le spiccò la testa dal busto. Poi la gettò, insieme al corpo, in un sacco che si era portato dietro, se lo caricò in spalla e uscì dalla stanza inoltrandosi nel corridoio semibuio.

Nel grande salone delle feste il rumore era assordante. Il banchetto aveva raggiunto il culmine e molti commensali erano già ubriachi. Don Diego, con un calice colmo di vino in una mano, tentava disperatamente con l’altra di spingere fra le proprie gambe la testa di una ragazza dai folti capelli neri, anch’essa ebbra, mentre baciava il collo della prima cortigiana che aveva ormai i seni completamente liberi. Scorse con la coda dell’occhio il sicario che si era materializzato da una porta laterale e gli fece un cenno del capo perché si avvicinasse.
L’uomo si portò furtivamente dietro il principe che, voltandosi, chiese:
«Y entonces?»
La risposta fu un cenno affermativo col capo. Don Diego, allora, estrasse da una tasca del farsetto di velluto blu una scarsella piena di monete d’oro e gliela passò rapidamente, dicendo:
«Muy bien.»
Il sicario, fatto sparire l’oro, si allontanò in silenzio e uscì dal salone; doveva completare l’opera, poi avrebbe potuto allontanarsi dalla città. Dopo diverso tempo lasciò il castello con un fagotto sotto il braccio, saltò sul cavallo che, legato a un anello di ferro, lo aveva atteso pazientemente fuori dal portone, e si diresse al passo verso il palazzo dell’amante di Doña Isabel, ingoiato dall’oscurità.
In giro non c’era anima viva e i colpi cadenzati degli zoccoli sul selciato, lacerando il silenzio, risuonavano nel buio della notte. Raggiunse il vicolo che costeggiava il giardino sul retro, lo percorse lentamente per circa duecento passi, arrestò la cavalcatura, si sollevò sulle staffe, fece roteare in aria il fagotto che conteneva la testa mozzata di Doña Isabel e lo lanciò oltre il muro di cinta.
Poi spinse il cavallo al galoppo e si perse nella notte.


.1.

Federico Valle aprì gli occhi e allungò il braccio destro fuori dalle lenzuola in direzione del comodino. Mancò il bersaglio e, invece di spegnere la sveglia, la urtò, facendola cadere. Fu costretto a rinunciare ai canonici cinque minuti che trascorreva poltrendo sotto le lenzuola e saltò giù dal letto per raccogliere la sveglia e interrompere il fastidioso squillo. Erano le sette e un quarto di una bella giornata di primavera. Si infilò in bagno e vi restò per una buona mezzora; tornò in camera da letto, si vestì con cura e alle otto in punto era pronto per recarsi in ufficio.
Federico abitava in un piccolo appartamento in centro, all’ultimo piano di uno stabile storico, che si affacciava proprio sulla piazza principale della città. Vi aveva abitato sin dalla nascita, ereditandolo dalla madre quando anche lei se ne era andata dopo una lunga malattia, a pochi anni dalla morte del padre. Non lo avrebbe lasciato per tutto l’oro del mondo. Tutti i suoi ricordi, quelli belli come quelli brutti, erano legati a quei tre locali più servizi di cento metri quadrati che, per la posizione privilegiata, avevano con gli anni acquistato un notevole valore.
Scapolo impenitente, Federico, che decisamente piaceva al gentil sesso, non aveva mai voluto accettare legami, anche se un paio di volte era andato molto vicino al matrimonio. Si godeva la sua libertà, vivendo nella città che aveva sempre amato e che solo per pochi anni aveva dovuto abbandonare quando, terminati gli studi, era stato costretto a trasferirsi per lavoro in una cittadina sulla costa. Ora, a quarant’anni compiuti, si sentiva veramente in armonia con se stesso, soddisfatto della propria vita e del proprio lavoro. E soddisfatto soprattutto del proprio fisico asciutto, simile a quello di un trentenne, del proprio aspetto giovanile, dei propri capelli castani senza un filo bianco.

Uscì dall’androne semi-buio e fu investito dalla luce accecante di uno splendido sole mattutino che inondava già una buona metà della piazza. Bisognava essere proprio dei coglioni per non approfittare di una stupenda giornata primaverile, inforcare la Ducati Multistrada e lanciarla sui rettilinei in cerca di un tranquillo ristorante ai piedi delle colline o addirittura spingersi oltre le montagne e fermarsi sulla costa, per una deliziosa e rigenerante zuppa di pesce. Dopotutto era sabato, e tutti i contratti di lavoro del mondo, per lo meno quello occidentale, sancivano che il sabato era da considerarsi giorno festivo. Ma ormai aveva deciso; avrebbe dedicato l’intera giornata all’ufficio per completare un lavoro divenuto ormai improrogabile.
Questo pensava Federico, mentre con passo rapido voltava a sinistra, inoltrandosi in una stretta e caratteristica via del centro. La percorse per intero, costeggiò la chiesa quattrocentesca famosa per la sua splendida facciata e per conservare nella cripta le spoglie di un santo molto venerato in città, e si infilò nello stretto vicolo che saliva verso il grande castello spagnolo, dove si trovavano i suoi uffici.
Laureato in architettura, Federico Valle ricopriva l’incarico di assessore all’urbanistica con delega alla tutela dei beni culturali nella giunta del Comune, la cui sede storica occupava un intero palazzo cinquecentesco che si affacciava su una piazza, non molto distante da quella in cui lui abitava. Era un professionista capace e stimato e, proprio per questo, attraversava indenne i vari consigli che si alternavano nella gestione del Comune. Nessun sindaco, di qualsiasi fede politica, si sarebbe mai privato dei suoi servigi.
Giunse nella grande piazza antistante l’ingresso sopraelevato del castello e si diresse verso un piccolo bar d’angolo. Il giovane dietro al banco, che lo aveva visto arrivare da lontano, aveva già preparato una brioche calda su un piattino. Federico fece il suo ingresso nell’istante in cui il barista lasciava cadere un’abbondante spolverata di cacao sulla superficie schiumosa di un cappuccino fumante. Da anni faceva colazione con cappuccino e brioche in quel piccolo bar, scambiando due chiacchiere col barista, un giovane di origine tunisina, ma nato in città, fanatico tifoso della locale squadra di rugbi.
«Com’è andata domenica, Lamin?» chiese Federico.
«Male, architetto, male» rispose il giovane, «l’abbiamo presa in quel posto. Ma l’arbitro ci ha penalizzato negandoci due mete sacrosante.»
Mentre mescolava lentamente il cappuccino per far sciogliere lo zucchero facendo attenzione a non stravolgere il cuore di cacao, che l’abile Lamin aveva depositato sulla superficie, si udì un tintinnio proveniente da dietro il banco dove si trovavano le tazzine già lavate e impilate a tre a tre. Federico interruppe la delicata operazione e guardò sorpreso il barista.
«Ancora una scossa» disse il giovane, «dalle sei di questa mattina è già la terza.»
«Tranquillo, Lamin, è il solito sciame sismico» replicò Federico, «dura ormai da tre mesi.»
Ma la nuova scossa gli aveva fatto passare la voglia di chiacchierare; salutò il barista, entrò nel castello e scese la rampa di scale che conduceva nel seminterrato. Qui si trovavano alcuni degli uffici del Comune, che non trovavano spazio nella sede in centro; fra questi anche quelli di Federico.

Il castello veniva chiamato “spagnolo” perché edificato dagli spagnoli nel sedicesimo secolo, quando tutta la regione faceva parte del Regno di Napoli e nella capitale partenopea risiedeva un viceré spagnolo. In realtà, la storia del castello attraversava ben diciassette secoli, essendo stato edificato su un esteso corpo fortificato militare di età romana. Risalente alla fine del terzo secolo dopo Cristo, la costruzione faceva parte di un più ampio sistema difensivo a protezione dei territori prossimi alla capitale dell’impero, dove le prime orde barbariche avevano già fatto la loro apparizione.

(...)

 

Cesare Gianotti, nato a Ivrea nel 1940, dal 1946 al 1970 ha vissuto in Libia.
Laureato in Scienze Geologiche, rientrato dalla Libia, ha trascorso per lavoro sedici anni nell’Africa sub-sahariana, di cui quattro in Costa d’Avorio e dodici in Nigeria.

Ha pubblicato: “Il Crociato. La spada e l’usbergo” (Albatros, 2011), Una storia siciliana (d’altri tempi)” (Cicorivolta, 2013), Prima di morire (Il castello spagnolo) (Cicorivolta, 2015) e Calma piatta a Flamingo's Bay (La città ritrovata) (Cicorivolta, 2016).