i quaderni di Cico
 
 

 

 

ordinalo senza spese di spedizione

titolo: "Dopo tutto questo tempo"
collana i quaderni di Cico
autore Luigi Milazzo
ISBN 978-88-97424-45-1
- € 12,00 -
pp. 170
in copertina,
“ERAIERI”, by Sebastiano Bongi Tomà - il ramingo - (www.sbtphotographer.eu)


 

Lui. Lei. Un lungo viaggio alla ricerca di un amore perduto. Due piccoli cuori acerbi dinanzi a un sentimento fertile infinito che si scioglie come clorofilla nel “per sempre”. Lui. Lei. Dopo quell'incontro casuale. Lui & Lei. Perdersi, crescere e poi ritrovarsi più belli e forti di prima, prendere le redini dei propri destini e portare i passi sulla stessa strada. Un viaggio che inizia dalla periferia per terminare nella loro città, Torino; passando per Istanbul, infinite spiagge, la casa in montagna, Parigi e tutti quei posti dove hanno imparato ad amarsi e a sopravvivere dal mondo fuori. Insieme.

 

 

I don’t believe in Beatles.
I just believe in me. Yoko and me...
Leggi la splendida intervista rilasciata da Luigi Milazzo a Giuseppe Iannozzi

 
Qui sotto il video della presentazione di "Dopo tutto questo tempo" alla Biblioteca di Lercara Friddi (Palermo), con le interviste di Epifania Lo Presti, giornalista per Magaze.it
   
 
 
ma leggi l'intervista all'Autore su www.magaze.it
 

DOPO TUTTO QUESTO TEMPO è un libro bellissimo, è UN CUORE IMMENSO (demasiado corazon) e una SMISURATA LETTERA D'AMORE, scritta di getto e così di getto trasmessa e pubblicata, come un inno alla Vita, alla Gioia della Felicità che NON ESISTE e che pure si può prendere e TENERE STRETTA PER MANO.

(parola di Cico)

 

 

Brani tratti da "Dopo tutto questo tempo"

(...)

Pallido è il cielo fuori dalla finestra, quel cielo che ci piace solo visto dalla finestra della cucina, beviamoci un caffè e guardiamoci negli occhi e alle spalle, e intanto lo stereo incanta e canta e dice enjoy the silence e con le dita ticchettiamo il tempo uno sull’altro e intoniamo solo il ritornello e mettiamoci in quarantena, per questa domenica e per le prossime quaranta, fammi un po’ di spazio dentro te e mischiamo i nostri battiti perché è un buon motivo per dirti ti amo, e poi questa parola, questa sensazione, questo sentimento, fa un po’ paura a tutti perché siamo senza fantasia, e la nostra, di fantasia, la capiamo solo noi e ci scriviamo i bigliettini sul frigo anni Cinquanta, blu, che quasi non si vede più perché è pieno delle nostre frasi congelate e che durano coraggiose nel tempo più di noi due, rimandiamo i problemi scrivendoli in piccoli foglietti quadrati e colorati, appendiamoli sul frigo, e un giorno penseremo anche a risolverli o a sorvolarli, dipende da come ci sentiremo e se abbiamo fatto colazione e se abbiamo abbastanza sigarette, e se abbiamo ancora voglia di noi, perché quella si sa, è una magia che tende a svanire, come dopo un lungo pianto a letto, per poi dormire, chiudere gli occhi e morire.

(...)

Mandami i tuoi baci perché li ho quasi finiti, soffiane un po’ verso me e li conserverò nella tasca interna del giubbotto per un po’ di compagnia in questo lungo viaggio, per riscaldarmi come se fossi ancora seduto vicino a quel fuoco amico. Non so dove sto andando, ma so che andando, troverò te, perché nessuno ti conosce come me. Ci siamo sempre scambiati i segreti e i sogni più intimi, le paure e l’amore, i pensieri e le poesie, il profumo e i disastri economici. Seguo i tuoi occhi perché in te ho ritrovato me stesso e ora che ho scoperto chi sono grazie a te, ora che ho sconfitto le paure, mi riconosco e se scavo in fondo la mia anima, so che troverò gli indizi che portano a te, perché tu sei il mio sole e come i girasoli più belli, ti seguo, mi volto verso te sino a quando la luna non coprirà i tuoi passi dimenticati lungo la strada, quei passi che hai lasciato per me per essere raggiunta, perché è un po’ come dire ti amo, siamo timidi, ogni occasione sprecata si mostra come una fotografia, proprio come quella che tengo in mano per donarla a te, siamo timidi e fieri, stupidi se vogliamo. Sono passati due anni, e in tutti questi mesi nessuno ha avuto il coraggio di fare il primo passo, siamo rimasti alla finestra ad aspettare un segno, ma quel segno siamo noi, io il tuo e tu il mio, questo cazzo d’amore ci ha resi ciechi e non mi accorgevo dei cambiamenti in noi, degli sguardi senza luce, dei tuoi pianti, delle maree che ci dicevano di allontanarci, e tu negli ultimi mesi eri diversa, avevi paura e a stento parlavi, e io stupido, stupido, pensavo fosse solo un cielo nero che il vento aveva momentaneamente posato sulle nostre palpebre, un momento come tanti, che passa perché noi siamo forti, e invece, quella notte ero solo, in cucina, a bere una birra perché non riuscivo a dormire, dovevo pensarci un po’ su, e tu in camera non mi aspettavi, dormivi con gli occhi gonfi dalle lacrime, sono rimasto sulla porta a guardarti dormire, mi sei sembrata bellissima, ma questo non te l’ho mai detto. Con le sigarette ammazzavo il tempo, aspettavo l’alba e cercavo di recuperare i pezzi mancanti degli ultimi mesi, ingoiavo sorsate di birra, ormai calda, ed era come avere un sasso in gola, e non riuscivo a piangere, ma sentivo che tutti i cassetti di casa con le cose belle stavano morendo sul pavimento. In silenzio, guardavo il nuovo sole tra i palazzi grigi, l’odore del caffè mi ha dato una scossa, preparo tutto ciò che piace a lei, vado in camera per svegliarla ma lei, girata sul fianco con le spalle alla porta, era già sveglia. Ci siamo solo guardati, senza dire una parola, tutto è stato veloce, improvviso, ci muovevamo come in un flashback. Già sapevamo, era un consenso tacito, rimango a letto, lei mi guarda e dopo una manciata di secondi il silenzio assordante della casa. Lei non c’era più, la porta s’era chiusa alle sue spalle. Mi stava chiedendo aiuto, di stare insieme, e io ho dato tutto per scontato, senza apprezzare il quotidiano, non mi specchiavo più nei suoi occhi e la tenevo lo stesso per mano, e se quella notte ci fosse stata pure lei, la birra non sarebbe mai diventata calda e al mattino avrei potuto dire qualcosa piuttosto che stare in silenzio, con i sassi in gola.

“Caro Papà, in questo lungo viaggio i ricordi mi tagliano la mente, penso, e tante immagini si sovrappongono una sull’altra e sento che fra un po’ esploderò. Chilometri e chilometri mi hanno lasciato solo, e io che pensavo fosse banale, che nella vita i cambiamenti sono una regola, e invece ora che mi trovo qui, su questo treno che continua a viaggiare, mi pento di non aver passato più tempo con te, in fondo tu eri il mio migliore amico, e io il tuo, eravamo complici, ci passavamo i cd e ascoltavamo l’uno la musica dell’altro, e ora ho proprio voglia di quella musica, come vorrei che tu fossi qui con me, il viaggio prenderebbe un’altra sfumatura, più colorata. Visto che butto giù queste parole, vuol dire che sei ancora vivo in me e che in tutti questi anni, inconsciamente sei sempre stato al mio fianco. Grazie, in anticipo, aspettando di riabbracciarti. Papà”.

Riordino le nostre foto, le tue lettere, i ricordi. Cerco qualcosa che mi porti da te, dove sei andata?. Guardo le foto che ho portato con me e ricordo tutto, come fosse ieri. Le città europee, le montagne, le nostre case, tutte diverse e in fondo tutte che si somigliavano, forse perché dentro c’eravamo noi, sempre uguali. Leggo le tue lettere, di quando sei andata via da me per tre giorni e non ci siamo sentiti, come stavo male, ed effettivamente non so ancora niente di quello che hai fatto in quei tre giorni, posso venirti a cercare, posso iniziare da lì, oppure continuare a viaggiare su questo treno, e pensare, pensare, pensare dove potresti essere, ma quei tre giorni mi sembrano un buon inizio, più che altro, per scoprire ancora più cose su di te, per scoprire ancora più segreti perché non sono mai sazio di te. Correggo la rotta verso i tuoi tre giorni, spero di trovarti lì, o magari, ancora è troppo presto, il viaggio mi servirà per conoscermi meglio e donarti tutto me stesso come non sono stato mai. L’aria fresca della provincia mi bagna il viso, chiudo gli occhi e respiro a pieni polmoni, cerco le tue notti atomiche, chiudo le palpebre alla ricerca di te, prendo il sole e lo faccio mio, mai come adesso ho bisogno di luce. Passeggio e penso i tuoi discorsi delle tre del mattino, rivedo tutti i posti di cui mi parlavi e sono proprio come immaginavo, ogni cosa è al suo posto, non ci sono fili scoperti a farmi male e a non farmi pensare a te. Tutto è il tutto come la nostra galassia che ci avvolge, cerco di guardare tutto attraverso i tuoi occhi e ora voglio viaggiare con te, dentro te, e non più al tuo fianco, perché sono nel tuo mondo e tu la mia stella polare, e forse tornerai, e adesso che ci parliamo raramente, penso alle tazze del caffè che erano sempre sporche e nessuno aveva voglia di pulire i nostri scarti e i nostri appartamenti, ma era bello così, eravamo due colpi di vento con le finestre chiuse, i nostri futuri inverosimili ora li metto a fuoco, dormiamo senza toglierci le scarpe perché non c’è tempo, siamo stanchi, è pomeriggio, dormiamo prima che faccia notte e proteggimi da tutte queste bastonate che un giorno mi darai per andartene, perché io lo so e tu fai finta di non sapere, ma ti conosco, e so quando fingi e dipingi le pareti di casa di un verde militare per nasconderci da noi, ed ora, mi fermo per un caffè e la mia prima sigaretta dopo giorni mi fa respirare e ingoiare sorsate di sicurezza e tu non preoccuparti, parla sempre dei nostri corpi separati, a tutti e lascia dei segnali che solo io posso capire. Non so dirti il perché di tutto questo, magari è solo un brutto sogno e in questo momento sono ancora disteso sul mio cellophane, non lo so, mi abituerò a tutto, anche ai nostri grattaceli abbattuti e ai nostri cuori ustionati e le guance con le lacrime ai bordi e le mani gelate, mi abituerò a non averti e mi abituerò a sentirti vicino e a cercarti, per stendere i nostri vestiti, uno dopo l’altro e farli vedere a tutti, come si vedono le vene del tuo collo trasparente, seguo quei piccoli fili blu che portano ovunque, nel tuo ovunque che io conosco bene. Non ti vengo a cercare per te, si, lo so, posso sembrare egoista, ma lo sto facendo per me, ti vengo a cercare per me, perché con te sono una persona migliore, sto bene, e se sto bene io stai bene anche tu e il mondo visto dai tuoi occhi è il paese delle meraviglie, e io il tuo bianconiglio. Seguimi e ti porterò al mare per confondere il tempo, per ingannare i binari morti che non portano da nessuna parte e guardiamo i nostri ex imbarazzanti progetti, ridiamoci su e ricuciamoci i polsi perché abbiamo perso già troppo e quel che rimane è solo l’attesa delle tue mestruazioni e delle corse con gli scontrini scaduti e ancora parecchi chilometri da fare, insieme o da soli, poco importa, perché siamo sempre nel tuo mondo e i tuoi discorsi seri, di ieri, quelli di cui non capivo un cazzo, ora prendono forma, ritorniamo a Londra, e magari è lì che ti trovi, pettiniamo l’anima e diamo da mangiare ai nostri incubi che già conosciamo, che ci fanno paura ma che ci cullano anche, chiudiamo tutto nel tuo diario, anche gli angeli di neve e tutte le tue avventure senza me, che ho voglia di conoscere e fare l’amore con te. Intanto fuori piove e la stanza d’albergo, gelida, nasconde bene le mie ansie, che salgono come l’edera quando fuori cala il buio e con lui anche i miei No più intimi e tutte le mie ombre, perché non basta scappare, l’ombra mi seguirà sempre, e se è sporca starò male ovunque, serve stenderla al freddo per pulirla dai miei sbagli e dal peso delle parole d’amore che non ti ho mai detto e dai venti che portano via il tuo odore. Aspetto la luce per dare vita a nuovi pensieri, per avere ancora più fame e non mangio da giorni, sazio di tutte queste parole, io e te, scopriremo altre americhe e fanculo a chi non crede a noi e alle nostre impronte digitali inchiodate ovunque a casa nostra e che se non torniamo annegheremo nelle nuvole cariche di lacrime che non aspettano altro a casa nostra, riapriamo la finestra e sputiamo fuori queste cazzo di nuvole e quando torneremo dipingeremo le pareti con i nostri organi, per disegnarmi sulla schiena un angelo. Il nostro miracolo.
Le luci della nostra città sono troppo lontane per sentirle sulla pelle, mi mancano. Colorano il cielo di un rosso spento, le ricordo e le invidio, le ricordo e sembra di morire. Io sto fuori, lontano da tutte le esplosioni lontane, nel buio della collina, appena fuori dai miei occhi azzurri e dai tuoi amati cieli autunnali. Sento il profumo dell’erba bagnata che si mischia al sapore dell’alba. Aspetto il primo sole come si aspetta l’amore. Il sole dà colore a tutto ciò che mi circonda e le luci della città lasciano spazio al suo non colore di quotidiano, qui, arcobaleno. Sembra una mattina come tante altre, ma dentro me sento un sentimento nuovo che si fa spazio in mezzo a tante altre sensazioni che già conosco e che fanno parte di me, che mi fanno sentire a casa. Inizio a correre, per sentirmi vivo.
Immagino che essere felici durante il giorno sia una cosa meravigliosa, scoprire attraverso i suoi occhi cose mai viste prima, anche il gelo nel mio cuore si scioglie, anche se l’inverno non finisce mai, perché a noi piace così, rimanere a parlare sotto le coperte e vedere la luce filtrare su di te, che begli occhi che hai. E anche quando l’inverno finirà, le tue mani mi daranno sempre quel brivido freddo lungo la schiena, anche se non mi tocchi, con la stessa dolcezza di quando mi dicevi “chissà come mi vedi?”. Ci sto lavorando sù. Dopo tutto questo tempo in cui non so dove sono stato, emotivamente parlando, sto cercando una strada nuova per viaggiare dentro te, senza eclissi perché se non vedo io non vedi neanche tu, e forse l’ho trovata, oppure l’ho sempre avuta dentro, e noi due come rette parallele che non si incontreranno mai, ti porterò di nuovo al caldo del mio cuore e sfatiamo questa cazzo di regola delle rette parallele e incontriamoci in un unico lungo abbraccio e diventiamo noi l’eclissi sulle vite del mondo. Mi sono accorto di conoscere la strada, l’ho trovata in un angolo di cielo, quello che si vede dalla finestra di casa nostra, in cucina. Quando ogni mattina la sveglia suona, quando il cielo è ancora di un blu scuro, intenso. Quando preparo il caffè e il profumo si espande in casa e con lui le prime luci del sole e io rimango a sorseggiare dalla tazzina fumante, in piedi, dinanzi il mio piccolo angolo di cielo. Una nuova strada che si espande nel nulla, dai tuoi occhi addormentati, e questo nulla mi da più sicurezza e fiducia in me stesso più di un piano già prestabilito. È come incamminarsi su dei binari verso l’ignoto, quelli che ho deciso di intraprendere solo per te, e non so dove mi porteranno, ma sono sicuro che troverò qualcosa di nuovo, in fondo, quei binari sono lì per portare da qualche parte, e io voglio proprio scoprire dove mi porteranno. Mi spingo sempre più in avanti mosso dalla curiosità e dalla voglia di vita che ultimamente si colora di nuove sfumature e in mano mi ritrovo un pennello per dipingerle che non credevo di possedere. L’ho cercato per tanto tempo e poi riscopro che l’ho sempre avuto, è sempre stato con me, in tasca, in una tasca segreta vicino al cuore, dove l’hai dimenticato, quando dipingevi i nostri profili, quando stavamo scomodi. Ogni tanto mettersi una mano sul cuore, a casa nostra, per sentirsi vivi, è utile, io ho ritrovato te e ho scoperto di essere un bravissimo pittore della mia vita, dovevo capirlo dal movimento delle tue mani sul mio profilo e invece mi fermavo in superficie e non capivo i tuoi cazzo di sforzi e sfoghi senza pianti, legavo il tuo dolore al pianto e se non piangevi per me era tutto ok, e tu bruciavi dentro e logoravi il nostro amore, che gran testa di cazzo. Ora, ogni cosa che dipingo mi piace, e se una cosa mi piace, sento di essere più bello e felice, come lo eri tu, e io sto bene con me stesso, e anche gli altri intorno a me stanno bene, e in questo viaggio, di altri, ce n’e un casino, perché la felicità è il virus più bello che io conosca e non esiste nessun antidoto, non esiste nessuna chimera, nessun diavolo con la quale confondersi, ma esistiamo noi, e questo basta. Tutta questa bellezza cieca può essere solo limitata e distorta dalla paura che si annida in noi, qualsiasi forma di paura, ma in fondo, anche essa si può dipingere e far diventare più bella, si può truccare, travestire, ignorare, renderla parte essenziale di me e di te. Io oggi ho mille paure, tutte diverse e tutte che nascono in modo inaspettato, hai reso la mia vita imprevedibile, e ora non posso farne a meno, aggiungo un altro pezzo al mio puzzle personale e vado avanti. Quando la luce è ormai alta, e un fascio di luce entra in cucina, la casa si colora di buono, viene proprio voglia di stare a tavola in un infinita colazione di piacere con te, e io ho proprio intenzione di farlo.

(...)


 

 

Luigi Milazzo nasce sotto il segno della vergine a Palermo, nel 1986.
Si laurea in Sviluppo Economico e Cooperazione Internazionale a Palermo.
Dopo aver consumato le discografie di Pink Floyd, the Cure, Beatles, Radiohead... si perde nel “... I don't believe in magic, I don't believe in I-ching, I don't believe in Bible, I don’t believe in tarot, I don't believe in Hitler, I don't believe in Jesus, I don't believe in Kennedy, I don't believe in Buddha, I don't believe in Mantra, I don't believe in Gita, I don't believe in Yoga, I don't believe in kings, I don't believe in Elvis, I don't believe in Zimmerman, I don't believe in Beatles. I just believe in me. Yoko and me. And that's reality...” (John Lennon)

Suona nella band “ZAHIR” con Felmi e Rosario.
Oggi studia per la magistrale in Economia e Politica Ambientale e vive a Torino.

Questo è il suo primo, bellissimo, libro.