temalibero
 
 

 


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... e di Carlo Grandini leggi anche
Noi eravamo quei giornalisti
(Il "mio" Montanelli)

titolo: "Forbici e veleno"
collana temalibero
Prefazione di Francesca Boari
autore:Carlo Grandini

ISBN 978-88-99021-27-6
€ 13,00 - pp.160 - ©2015 - In copertina, illustrazione originale di Andrea Tarli


Nella Ferrara dell’ultimo dopoguerra, un negozio
di barbiere non è semplicemente riservato alle varie pratiche di forbici e rasoi, ma si presta anche,
quasi fosse un confessionale, a scambi di confidenze talvolta delicate e imbarazzanti.
Nell’intreccio narrativo, il pio barbiere Socrate,
che ne è il protagonista, cade suo malgrado in una trappola di sussurri, grida e notizie che a mano a mano gli avvelenano la vita.
Fino a quando…

 

 

"La storia che Carlo Grandini ci racconta è ambientata in uno spazio
e in un tempo che assomigliano alla nebbia di Ferrara.
Un personaggio, Socrate, che riesce ancora a parlare con i suoi defunti, così come con i vivi che attraversano il suo negozio e gettano sulla sua coscienza di uomo le ansie, i segreti e i tormenti del quotidiano.
Un quotidiano che sembra abitato da valori oggi in disuso, dove esiste ancora una linea netta tra il bene e il male, e soprattutto dove si sogna, si spera, si crede nel domani. Una vita che sa di buono come il cibo genuino che accompagna le serate solitarie di questo personaggio
che tanto ricorda Pereira di Antonio Tabucchi".

(dalla Prefazione di Francesca Boari)


 
clicca sull'immagine qui a fianco e leggi l'articolo dalla pagina Cultura de Il Corriere della Sera
del 7 aprile 2015
__________
da Il Corriere della Sera
 


Brano tratto da "Forbici e veleno".


(...)

CAPITOLO II


Il barbiere è un uomo basso, di stomaco e pancia prominenti al punto che si è fatto ritagliare e cucire da un sarto il camiciotto bianco di servizio, quello che ha prescritto a sé d’indossare mentre serve i clienti e in grado di nascondere le forme dell’imbarazzante esuberanza. E sopra quella mole il collo regge una testa quasi quadrata che si perde ai lati in due ali di capelli grigi e vaporosi, sempre soltanto pettinati e quindi mai ricondotti alle tempie da una brillantina e da una spazzola. Le orecchie s’allungano in due lobi larghi e sottili come due fettine di fesa di vitello.
Il volto, la sagoma del barbiere evocherebbero certe mascherate dell’epoca dei Duchi d’Este, se non fosse per quegli occhi spalancati e prominenti irrigati di microtracce rossastre, eppure anch’essi, in un capolavoro d’imperfezione, capaci di sprigionare abbaglianti lampi grigioverdi, come se dietro quei due globi senza bellezza né valore apparente continuasse ad ardere un fuoco bisognoso di esplodere come sa fare dai ciocchi di un camino. Esplosioni d’innocua follia e di bontà.
Adesso, mentre manca un quarto alle 8, Socrate sta percorrendo il vialetto che conduce al Famedio. Il cielo di Ferrara è bianco e immobile. Non disegna ombre intorno a Socrate, che indossa una vecchia grisaglia pur ben curata dalla donna che gli tiene in piedi la casa. Intorno a Socrate non ci sono altri ferraresi vivi, a quest’ora. Soltanto filari di tombe che bisbigliano ricordi interrotti, all’improvviso, dalla morbida gattona in amore del custode del cimitero. Essa non ha memorie da trasferire, semplicemente si offre con un miagolio tagliente e disperato al maschio che non c’è. E Socrate, che la sorprende dietro una lapide, ha un moto breve che lo distrae dalla missione del 5 maggio…
“... Poverina, poverina…”
Le tende una mano, come per accarezzarla, ed essa schizza lontano con l’ultimo straziante rabbioso lamento.

Ecco, alla fine della religiosa passeggiata, l’ingresso del Famedio, cui Socrate si avvicina con le mani un po’ sudate, estraendo da una tasca della giacca un vecchio foglietto di carta che contiene una confessione scarabocchiata e mai confessata, un messaggio mai diffuso se non nel rigore della solitudine e del silenzio.
Poco fa, imboccando il viale diritto della Certosa, gli è corso lo sguardo verso il prato di sinistra dove sorge il monumento a Roberto Fabbri “di soli 17 anni aviatore audace…” che conserva sotto vetro il motore stellare dell’antico aereo cavalcando il quale, come fosse un puledro, il ragazzo volò incontro alla morte. “Vedi cos’è la vita ? – aveva brontolato Socrate – La vita dà una sola certezza: finisce con la morte anche quando non è il momento. E mi, a la mié età, a son ancora chi…” .
Ma adesso, al cospetto delle lapidi dedicate a Borso d’Este e del famedio militare, la recita sommessa del barbiere, quella sorta di strampalata preghiera, può avere inizio. Un’ultima occhiata in giro, alla ricerca di eventuali intrusi. No, lì soltanto Socrate è vivo. E dunque…

“... mio egregio Napoleone, ho fatto appena le scuole medie ma andando avanti negli anni e cominciando a fare il barbiere mi è tornata sempre più in mente la notizia della tua morte il 5 maggio nella lontana isola di Sant’Elena che aveva la pretesa di seppellire la tua figura. E poi c’è stato quel poeta Manzoni che ha detto di te: fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza. Siccome mi hanno spiegato che anch’io sono un postero, ti rinnovo, come da tempo faccio, e non voglio che gli altri lo sappiano, la mia sentenza: sì, la tua, pure in mezzo a disastri, morti e feriti, fu vera gloria. Perché piccolo come eri, mi pare, hai vissuto a fatto vivere alla grande chi credeva nei tuoi progetti e nei tuoi sogni. Poi hai fatto morire e sei morto anche tu, pagando quello che forse dovevi pagare. Ma resta in me la passione per una tua epoca che io purtroppo posso soltanto cercare di immaginare, certo sbagliando tante cose. Però oggi, vedi, il mondo dice di essere più in pace che allora: non è mica vero. Solo che spesso si fanno la guerra, e ci rimette specialmente chi non se ne accorge, una massa di vigliacchi senza patente. E allora dico: viva te, che almeno sei stato un trascinatore con nome e cognome passato allo storia. Prima e dopo di te, quanta robetta puzzolente eppure tanto riverita. Ti saluto e riposa in pace, se dove sei te lo permettono. Ho uno scrupolo: a son màt, sono matto, dirai. E forse è vero. Ma sapevi anche tu che il mondo è sempre stato pieno di matti: matti che ammazzano, matti che rubano, matti che si rovinano come il tizio delle mie parti che ha vinto l’iradiddio al totocalcio e in un anno ha speso più di quell’iradiddio e allora è andato sul balcone e si è buttato sul marciapiede dove è rimasto fermo come un paracarro orizzontale. Sì, forse anch’io sono matto, ma non faccio del male a nessuno se il 5 maggio vengo a onorare la mia mania e la tua memoria. Se c’è un diritto alla pazzia, il mio diritto è più grande di quello di tanti altri. Quindi torno tra un anno…”.

Tornerà infatti tra un anno. Questo è il proposito che annuncia a se stesso con un ironico “se ag sarò ancora…”. Già: se ci sarà ancora… Perché Socrate è uno di quei tipi di Ferrara che sanno scherzare, per inerzia d’indole, persino sui destini di una scommessa onorando il sommesso motto di rifugio “non si sa mai una verità da qui a lì”. Socrate potrebbe anche morire d’infarto o di qualcos’altro persino adesso, all’uscita del Famedio, e lui lo sa. Non ci crede, ma l’importante è che lo sa e il saperlo gli alleggerisce la vita, la svuota dei pesi che gravano sulle spalle di quelli che invece non conoscono l’ipotesi del “se ag sarò ancora”, perché essa non sfiora neppure certe loro sicurezze e tuttavia inquina, senza che se ne accorgano, proprio queste certe loro sicurezze. È l’ammissione leggera del poter durare fino a quando, che si contrappone al piombo di un sospetto eventuale e mai riconosciuto. È un atto di forza che nasce da una debolezza terminale lucidamente percepita, in contrasto con la fragile ignoranza figlia di una incontrollabile supponenza.
Socrate tornerà al Famedio tra un anno, se ancora ci sarà… Nel frattempo dei dodici mesi, subito, deve però ricollegarsi ai traguardi d’ogni giorno qualunque più vicini, fatti di cose ufficiali e non di inesprimibili batticuore, gli impegni, i doveri del mestiere, l’apertura del negozio di barbiere che si trova nella piazzetta del Castello. E l’apertura è prevista alle 9. Non manca molto, ma non è il caso di correre. C’è il tempo per guardarsi dentro.

(...)


 

 

 

Carlo Grandini è nato a Ferrara nel 1938. Sposato con Maria, anch’ella ferrarese,
è padre di Lucia e Claudia. Dopo la maturità classica al Liceo Ariosto di Ferrara,
si è laureato in Giurisprudenza. Nel 1958 entra nel primo giornale della sua vita,
la piccola “Gazzetta Padana” di Ferrara. Nel 1961, viene reclutato dal quotidiano sportivo torinese “Tuttosport” e in due anni diventa professionista. Nel 1966 è chiamato al “Corriere della Sera” fino al 1974, quando Indro Montanelli gli offre il ruolo di fondatore della Redazione sportiva de “Il Giornale”. Nel ‘79 rientra al “Corriere della Sera” come caporedattore e inviato speciale. Tra i riconoscimenti ottenuti, il Premio Acireale per le più brillanti pagine sportive di fine anni ‘80; quello dell’Associazione Lombarda Giornalisti per la professionalità; del sindaco di Barcellona, Maragall, per i reportages sui Giochi Olimpici del 1992 e quello alla carriera dalla Camera di Commercio di Ferrara. Giornalista e scrittore, ha firmato “Quasi per sport”, di Oreste Del Buono per Milano Libri. Ha pubblicato i romanzi “Adesso” (Corbo Editore), “Forbici e veleno” (Cicorivolta, 2015) e "N
oi eravamo quei giornalisti (Il "mio" Montanelli)" (Cicorivolta, 2017). È rotariano da oltre trent’anni ed è un past president (2000-2001) del Milano Nord-Ovest.