A
Francesca, di luglio
Mi
chiamava Bologna.
Bologna chiamava.
Sì, ciao amiche e amici, volevo dire, mi mancate sapete?
Sì,
tu, lei, lui, l'altro, anche lei e voi, tutte e tutti, vi volevo
chiedere: quand'è che ci rivediamo?
Sì,
domani faccio un post, pensavo, domani, uno di quei post un po
matti un po scassaminchia
dove
vi taggo a manetta e poi qualcuna è contenta, qualcuno
no, maccchisene, io lo faccio lo stesso.
Domani lo scrivo e vi dico: spiruliamo un po sti metri,
dai, incontriamoci, ridiamo,
tiriamoci
4 schiaffi di poesia o anche no, magari solo lo spritz, va bene,
quello che volete,
lessiamoci
nel caldo, anchio che non lo sopporto, perché è
bella Bologna e mi mancate e non vengo da un bel po.
Ma
quello era il momento, ormai dovrei saperlo,
era
quello e non ce n'è mai un altro dopo che possa essere
lo stesso.
Era quello, quello subito dopo l'oscuro ché la luce abbaglia
e ferma e tutto resta com'è per 1 secondo almeno.
Bisognava contarlo, insieme magari, gridarlo fuori dalle gole.
E arrivato prima lo squarcio, io penso e lui invece va e
va e corre e non sente cosa fa, non lo capisce neanche.
E chi ci capisce più qualcosa.
Ha chiamato Bologna.
Bologna ha chiamato.
Bellissima anche nell'inferno e la luce gialla di una palla gigante
in mezzo al nero.
(
©
Giorgia
Monti - Tutti i diritti riservati)
ASSIETTATE
Quando
l'ho visto aveva i pantaloni bianchi
e una fame gialla.
Il suo petto fibrillava di poco
sotto la pompa di un cuore distratto.
Incerto ingenuo inadatto inconsapevole.
Gli dissi: non avere paura del tuo stesso sangue.
E così, crollando dalle gambe, si raccattò fra le
sue lacrime.
Quando
l'ho visto aveva i pantaloni bianchi.
I muscoli bianchi, le vene bianche, un ghigno bianco
e mani nere.
Le sue narici spruzzavano chiodi
e dalle orecchie gli cadevano parole orizzontali.
Ansante angosciato annaspante anoressico.
Non pensai ci fosse qualcosa da dire.
Non aveva bisogno di niente.
Quando
l'ho visto aveva i pantaloni bianchi
e una tuba di cera.
Una vestaglia di pecora
e un rossetto rosso.
Vaporoso vaticinante vagheggiante valente.
Parlava francese e napoletano.
Mi disse: assiettate e asseyez vous!
E io, su un piede solo, seminai viole e tulipani.
(
©
Giorgia
Monti - Tutti i diritti riservati)
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(La
poesia della settimana)
PREGO
Quanto
godo quando tutto prende una direzione storta
Quando il cielo minaccia pioggia
Io
ho bisogno di cadere perché è troppo bello risalire
Solo e solamente io, ho bisogno di soffrire
Sentire il battito del mio cuore morire
Dall'essere
umiliato
Dieci, cento, mille volte prego, come una merda, di essere calpestato
Silenziosamente mentre gli altri dormono io vengo svegliato
Dalla luce di un sole oscuro
La fonte è il mio vissuto.
Quanto
godo quando un macigno si stacca dalla montagna colpendo ogni mia
speranza
Quando sta per tornare l'era della decadenza
Quando l'abitudine all'apparenza si allontana mestamente
Quando ciò che intendono per felicità
Riconosco essere solo un'eredità che non mi appartiene.
E posso annusare il suo arrivo
Dell'ombra nera che mi sta per coprire
Della solitudine che diventa compagna
Per porgere la sua spalla
Ed aiuta a non far svanire pensieri che provengono da chissà
dove
Che trovano, insieme a me, sfogo nelle scritte parole.
Non
posso permettermi di non approfittare di tanto funesto dolore
Di una rabbia che in me non muore, di questo odio senza amore
La luce dell'ispirazione è di una candela vecchia di mio
nonno
che ha troppi anni per chiedergli di rimanere accesa
Lei è lì per me ed illumina il mio foglio
Devo fare in fretta per godere di quei brevi momenti che mi regalano
un po' di orgoglio
Come
un fulmine che mi elettrizza
Come il Piave che straripa
Io trovo piacere nelle mie futili certezze che getto in fondo ad
un fosso
Liberandomi da quelle influenze che il mio corpo.intossicano.
Quando
tutto è grigio, sporco e malodorante ritrovo me stesso
E per quanto possa rinnegare il mio posto al manicomio
Di cambiare non c'è verso.
Un
bisogno di infognarsi in ogni genere di catastrofe
Per dare forma alla mia vita, altresì un assenteismo ingiustificato.
Per
scovare quella parte di me celata dietro un cielo azzurro,
lassù dove le idee raggiungono vette inacessibili
Orizzonti invisibili
all'occhio nudo di chi ha un percorso beato privo di irti ostacoli
O che hanno conflitti programmati
Io
do una valida motivazione
Alla spasmodica personale ricerca di ogni forma di emozione
Ribellarsi
a ciò che è facile ed anche ragionevole
Non è che voglia fare il diverso per una mia perversione
Ma io sono dominato da una forza avvulsa alla noia
Più incline all'eterna insoddisfazione.
Ad
questa forma di maledizione non c'è genere di clonazione
Che possa far capire all'altro il mio perverso bisogno
Di trovare gusto a fare lo schiavo del padrone.
Ecco
che allora scatta la mia assurda involuzione
La mia mano trema e non si ferma
Il bianco del mio foglio viene riempito di parole
È nero il sangue che esce dal mio cuore
E'
il dolore e la rabbia che si libera dell'atomo
Una bomba nucleare che esplode
E che fa "tabula rasa" di tutto quello che non serve alla
mia invenzione.
Ed
è solo in quel momento che capisco perché scrivere
è meglio dell'amore.
(
©
Gianluigi
Miani - Tutti i diritti riservati)
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(La
poesia della settimana)
ELETTRA
Ho
il tuo profumo dolce
sulle dita mentre
la luna piena bolle
fumo di nuvole bianche
nel cielo notturno e la strada
che corre riflette
luci gialle catarifrangenti e penso
a Te che custodisci fra le gambe
la prelibata meta
di ogni mio quotidiano,
goloso percorso
(
©
Javier
Guado - Tutti i diritti riservati)
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(La
poesia della settimana)
COTTA
O CRUDA
boh
una vita e tante cose come nessuna
è uguale cioè che fa lo stesso
menzogna o verità o delirio o sogno
magari ... pazzia?
realtà come confusione
confusione come unica realtà e poi...
mi si spezzano le unghie, così, senza un motivo
capisci?
ieri mi sono vista i primi capelli bianchi
non ha nessuna importanza ma ne ha
ecco, quando non si ha più voglia di essere soli
sappiamo di esserlo, sempre
butta giù
butta giù la linea butta giù il pensiero
butta giù la grappa dal bicchiere
butta giù le membra sul divano
butta buttati giù
in fondo
sotto
di più
ancora e poi ancora
e poi ancora un attimo
non ci voglio restare qui
voglio niente
voglio troppo
tutto
bambina cattiva
brutta e cattiva
tutte le strade portano da nessuna parte
adesso muoviti e dimmi da che parte stai
(
©
Giorgia
Monti - Tutti i diritti riservati)
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(La
poesia della settimana)
(
STORIA DI UN ATTIMO )
Una
volta ho cercato i tuoi occhi
e li ho trovati nei miei.
I tuoi occhi distratti
da tutti gli uomini,
dentro i miei occhi.
E tu non avevi Nessun Nome
e il mio nome era Nessuno.
Ti ho vista, attraverso i tuoi occhi.
Una volta, per un attimo solo
io ti ho vista.
Mentre pensavi a tutti gli uomini.
E pensavi a tutti quelli.
E a tutte le altre cose.
Come a un cielo basso.
A un cielo basso e a un sole piccolo piccolo.
Lontano da te. O troppo addosso a te.
Oppure non pensavi a niente, va bene, come vuoi.
E a nessuno.
E forse non eri neanche tu, no. Non eri tu.
E sarà per questo, se non ti ricordi adesso.
Se non ti ricordi già più.
Ma quella volta, per un quarto d'ora,
ho avuto i miei occhi nei tuoi.
Quando tu non avevi Nessun Nome
e il mio nome era Un Attimo.
Ed era anche Nessuno, il mio nome.
Poi ti ho pagata e sono uscito.
Mi hai baciato sulla guancia e sono uscito.
A telefonarti un sorriso.
E a dirti grazie.
Quasi fosse Amore
già da un mucchio di tempo.
(
©
Javier
Guado - Tutti i diritti riservati)
(invia anche tu una
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